martedì 26 maggio 2020

Eroi!

di Leonardo Gaddini

Da più di un anno ormai vanno avanti le proteste a Hong Kong, ciò che le scatenò fu la proposta di legge fatta dal Capo Esecutivo, Carrie Lam, che prevedeva l'estradizione di latitanti verso Paesi dove non vi sono accordi di estradizione, tale legislazione avrebbe violato la linea di demarcazione tra i sistemi legali-giuridici, noti anche come "un Paese in due sistemi", tra Hong Kong e la Cina, sottoponendo i residenti di Hong Kong e quelli che passavano per la città (anche sempici visitatori) alla giurisdizione de facto dei tribunali controllati dal Partito Comunista Cinese. Dopo la notizia Demosistō, un movimento pro-Democrazia, organizzò un sit-in di protesta a cui aderirono molte più persone del previsto. Questo avvenimento poi fece iniziare le proteste vere e proprie con centinaia di miliaia di persone che scesero in strada contro il decreto liberticida.

Il 12 giugno, il giorno in cui il Governo aveva tentato di presentare il disegno di legge per la sua approvazione, le proteste fuori dal quartier generale si sono trasformate in violenti scontri. L'opposizione ha denunciato la violenza della polizia, pubblicando anche dei video che dimostravano i modi brutali usati per ristabilire l'ordine (tra cui spray al peperoncino spruzzato sul volto dei manifestanti e soprattutto pallottole di gomma sparate da poca distanza, cosa che può essere letale), ciò ha attirato l'attensione della stampa e dell'opinione pubblica mondiale. La successiva marcia di protesta ha visto la partecipazione di quasi 2 milioni di persone tra cui centinaia di giovani manifestanti che, mentre la città festeggiava il 22º anniversario della indipendenza britannica, separatamente, hanno preso d'assalto il Consiglio Legislativo (il Parlamento di Hong Kong) e hanno rimosso i simboli associati alla Cina. Il 9 luglio, il Capo Esecutivo Lam ha dichiarato "morto" il disegno di legge sull'estradizione, usando un'ambigua frase cantonese che può essere tradotta come "morire di una morte pacifica". Lam non ha assicurato, tuttavia, che il disegno di legge sarebbe stato completamente ritirato o che qualsiasi altra richiesta dei manifestanti sarebbe stata presa in considerazione.

Questo non ha fermato i manifestanti che, più numerosi di prima, hanno continuato a scendere in piazza, sfidando la brutalità della polizia e le minacce (neanche tanto velate) del Governo cinese. Adesso però la motivazione non è più una semplice legge, ma la difesa dello Stato di Diritto e dei diritti umani, un processo per gli agenti della polizia responsabili dell'uccisione di diversi manifestanti (per il Governo sono "solo" 2, ma molti casi sono stati etichettati come "suicidi" in cella), le dimissioni di Lam e maggiore autonomia da Pechino (alcuni sperano anche nell'indipendenza). Queste proteste sono considerate come una novità rispetto a quelle degli anni passati perchè i manifestanti sono in maggioranza giovani, non appartenenti ad alcun partito pro-Democrazia. Le cose sono iniziate a peggiorare quando alcuni gruppi organizzati di civili pro-Pechino hanno iniziato ad attaccare fisicamente i manifestanti per strada, questo a portato i pro-Democrazia ad aumentare gli sforzi occupando le università, ma così hanno attirato ancor più su di loro la furia della polizia. In inverno si sono tenute le elezioni per il Consiglio Distrettuale (un organo che si occupa dell' amministrazione della città) che hanno visto la schiacciante vittoria del fronte pro-Democrazia. Le proteste sono poi continuate e vanno avanti ancora oggi nonostante il Coronavirus.

Diversi Governi in tutto il mondo hanno appoggiato i manifestanti e addirittura il Parlamento degli USA ha istituito una commissione d'inchiesta per vigilare sul rispetto dei diritti umani. Questo molto probabilmente ha frenato Xi Jiping (Presidente cinese) dall'usare metodi drastici (usati a suo tempo per il Tibet) contro i manifestanti, ma per quanto tempo ancora si  tratterrà? In questo disordine mondiale il nostro Paese ha preferito non prendere posizione, probabilmente per gli affari che ruotano intorno al 5G e a quello che è stato definito come la "nuova via della seta". Personalmente reputo questo comportamento come scandaloso e meschino, chi rischia la vita per protestare pacificamente per la Democrazia e la Libertà contro una dittatura disumana come quella di Xi (che allestisce campi di concentramento per i mussulmani-cinesi) deve, non solo essere aiutato con ogni mezzo possibile, ma anche chiamato con l'appellativo che merita, ovvero: EROE! Questo sono per me Joshua Wong (portavoce de facto dei manifestanti, che qualche tempo fa ha cercato di far capire all'Italia i pericoli che porterebbe un'alleanza con la Cina) e tutti i ragazzi di Hong Kong.

venerdì 22 maggio 2020

Diritti delle donne


di Valeria Frezza

Il 13 febbraio 2020 il Parlamento Europeo ha adottato una risoluzione in cui i deputati denunciano il regresso della parità di genere, infatti, alcune criticità identificate 25 anni fa, sono ancora attuali.

L’UE deve assumere una posizione unitaria ed intervenire con fermezza e prendere delle misure per i diritti, l’autonomia e l’emancipazione delle donne.


In particolare:


- una maggiore inclusione delle donne nel mercato del lavoro;

- un miglior sostegno all’imprenditorietà femminile;

- colmare definitivamente il divario retributivo e pensionistico;

- equa ripartizione delle responsabilità domestiche e di assistenza tra donne e uomini;

- promuovere l’istruzione delle ragazze ed una maggiore partecipazione alle carriere STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica);

- promuovere una rappresentanza equilibrata di genere a tutti i livelli nei processi decisionali;


inoltre, per rafforzare la protezione delle donne, l’UE dovrebbe:


- rafforzare la prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne;

- destinare risorse finanziarie e umane per la lotta contro la violenza nei confronti delle donne;

- tutelare e promuovere i diritti dei gruppi che sono vittime di discriminazione;


infine l’UE dovrebbe:


- sostenere i finanziamenti a favore della salute sessuale e riproduttiva;

- promuovere una maggiore partecipazione delle donne nelle azioni per il clima e di costruzione della pace;


Un po’ dubbie: promuovere l’inclusione negli accordi commerciali e condannare la norma “global gag” che vieta alle organizzazioni di ricevere finanziamenti per la pianificazione familiare se offrono servizi per l’aborto.


Le disposizioni per il Coronavirus hanno creato ulteriori disparità, donne e giovani in Italia restano a casa, il 4 maggio sono tornati a lavoro (in cantiere, in fabbrica, in ufficio) il 72,4% degli uomini. Dal lockdown esce un paese che sembra quello di mezzo secolo fa. L’uomo a lavoro, lei con i bambini, anche perché chi se ne prende cura con le scuole ed i centri estivi chiusi?

Gli squilibri di genere già esistenti, adesso lo sono ancora di più. Al momento donne e giovani restano fuori, i più penalizzati dalla crisi. Alla narrativa retorica piena di cliché che le donne sono in prima linea contro il coronavirus, come in tempi di guerra, non corrispondono misure efficaci e concrete per aiutare a superare il gap esistente in ogni campo.

Come in epoca di guerra, le donne sono state e continuano ad essere in prima linea come operatrici del sistema sanitario, come cassiere nella grande distribuzione, come insegnanti riconvertite alla didattica digitale (qualcuno si chiede che fanno le insegnanti precarie durante il lockdown?).

Oggi le donne sono schiacciate tra le responsabilità di cura e le necessità del lavoro.

Non si può permettere che l’emergenza sanitaria rinchiuda le donne in casa. E' dovere e diritto delle donne di dare un contributo in modo attivo e mettendo a disposizione le competenze e l’impegno. 

La modernizzazione del Paese passa anche attraverso l’impegno delle donne.

La parità di genere non è solo una questione delle donne, ma un vantaggio per la società.


Fonti: Europarlamento, il Messaggero

giovedì 14 maggio 2020

#DonnealCentro Vittime di violenza: Maria Isoardo, una martire del XX secolo


di Valeria Frezza

Maria Isoardo nasce a Centallo il 12 giugno 1917, insegnante elementare in scuole fuori dal mondo, dove si fa conoscere come maestra molto buona e alla mano.
Nel periodo della 2^ guerra mondiale che fa seguito alle tragiche giornate dell' 8 settembre 1943, Maria è assegnata alle scuole di Pietraporzio. Riconosce il pericolo che può correre ma non viene meno al suo dovere. Il 16 aprile 1944, appena quattro giorni prima della morte, cerca di rassicurare la mamma.
Maria cerca di "fare tutto ciò che piace a Gesù", anche in mezzo a condizioni molto difficili; una vita dedicata agli altri; una vita improntata al bene altrui. Una giovane donna dalle idee chiare e dal credo robusto.
Il 20 aprile 1944 è una giornata tragica per il paese di Pietraporzio: scorribande di soldati, mitragliatrici tedesche puntate un po' ovunque, case perquisite, la fuga per i boschi dei pochi giovani e dei pochi soldati italiani rimasti, l'incendio di quattro case come rappresaglia per il ritrovamento di alcune armi.Anche la scuola viene perquisita, tre  sono puntate contro di essa, ma le maestre svolgono regolarmente, come ogni giorno, le loro lezioni. Per la pausa-pranzo, accompagnano ad uno ad uno i piccoli alunni alle loro case per evitare loro qualsiasi pericolo. Dopo averli messi al sicuro, si fermano nei pressi delle case alle quali i tedeschi hanno appiccato il fuoco, per dare una mano nell'opera di spegnimento. Sono questi gli ultimi gesti di carità di Maria: assicurarsi dell'incolumità dei suoi alunni e prestarsi generosamente per alleviare le sofferenze e i disagi di chi si era visto incendiare la propria abitazione.
Al rientro nella scuola le due maestre vengono seguite da un militare tedesco. La  collega riesce a fuggire con l'aiuto di Maria ma lei, da sola, deve affrontare la furia dell'uomo ubriaco.

Quando i suoi concittadini riescono a penetrare nella scuola, per Maria non c'è più nulla da fare.
I testimoni raccontano il dramma:  da un lato la violenza feroce del militare, dall'altra la ferma resistenza di quella donna di 27 anni,  soprattutto sulla virtù e sul peccato, sulla fede e sui doveri del cristiano, che dovevano essere rispettati anche a costo della vita.
In modo "eroico",  aveva mantenuto fede a quei principi nei quali credeva e per i quali era vissuta. Una vita lunga appena 27 anni, giocati tutti per Dio, per poter giungere preparata all'ultima decisiva scelta: "Maria non rubò a Dio la palma gloriosa del martirio, ma la conquistò con lo sforzo continuo e con il sacrificio quotidiano delle piccole rinunce".
Anche Centallo, paese natale di Maria Isoardo commemora questa giovane donna, vittima di femminicidio, maestra coraggio uccisa nel 1944 da un soldato tedesco.
A giusto titolo è stata definita “martire della dignità della donna” perché quel giorno di aprile, con tutta se stessa, lottò per non soccombere al soldato dall’inaudita violenza difendendo i suoi ideali di fede e giustizia.
Maria Isoardo è morta con dignità, aprendo la strada a quel nuovo risorgimento che nell’emancipazione femminile troverà terreno fertile.
***

Fonte: sito reginamundi; sito il posto delle parole


lunedì 11 maggio 2020

Un Forum di idee condivise e realizzabili.

di Armando Dicone

La pandemia relativa al covid-19 ha fatto emergere, ancora di pù, le tantissime contraddizioni presenti nei due blocchi contrapposti di sinistra e destra. Non è certo una novità nel nostro sistema politico, ma in questi mesi sono diventate più evidenti le quotidiane prese di posizione dei due schieramenti contro qualcosa o qualcuno e mai per ri-costruire l'Italia.
La terza Repubblica sta nascendo con l'esaltazione dell'estremismo. Da una parte una sinistra sempre più statalista e dall'altra una destra sovranista anti-europa.
Mi sembra evidente e perfino superfluo, dire che per un centrista scegliere il "meno peggio" tra le due fazioni sia davvero impossibile.
A sinistra propongono un'alleanza strategica con la Cina, una nuova tassa patrimoniale, l'ingresso nei cda delle aziende che chiedono aiuti economici e l'azzeramento delle funzioni del Parlamento, verificatasi nella fase 1, in linea con il referendum sul taglio dei parlamentari, che spero voteremo presto con un gigantesco NO.
A destra suggeriscono di non aderire a nessun intervento di ricostruzione europeo, ma di emettere "BOT patriottici" acquistati anche dalla BCE. Sono anti-europa ma se comprano i nostri titoli...(non ridete vi prego).
Ho elencato solo alcuni esempi per dimostrare che l'Italia non può continuare con questo sistema di blocchi contrapposti, in questa fase servirebbe unità nazionale, ma con questi attori in campo penso sia davvero difficile. L'Italia ha bisogno di moderazione, di buon senso, di competenze, di senso delle Istituzioni, caratteristiche tipiche del centrismo, di politiche di centro condivise e realizzabili, di donne e uomini capaci di fare sintesi tra diverse posizioni, volenterosi di ricercare il bene comune con l'arte della mediazione. 
Forum al Centro, nato dal basso sui social network, vuole essere un spazio di incontro, di discussione e di condivisione di idee, proprio per rispondere all'esigenza di mettere insieme i tasselli che prima citavo. Con umiltà e con grande passione ognuno di noi, nel proprio tempo libero, contribuisce con idee e proposte che condividiamo insieme perché crediamo che il metodo da adottare sia: nessun capo. Ogni scelta, ogni decisione, ogni proposta è condivisa dai partecipanti.
Non vogliamo essere un partito, non vogliamo essere una caserma con un capo al comando, non vogliamo essere un salotto digitale fine a se stesso.
Vogliamo essere uno spazio aperto e partecipato, di incontro tra chi condivide idee centriste, tra associazioni, partiti, movimenti e liste civiche che vogliono promuovere e realizzare politiche di centro. Ogni singola/o cittadina/o o realtà associativa può liberamente dare il proprio contributo in termini di idee e di tempo disponibile, siamo tutti volontari e con i piedi sempre per terra vorremmo dare il nostro piccolo apporto alla ricerca del bene comune. 
Vogliamo essere un Forum di incontro, di discussione e di condivisione, per questo abbiamo deciso di dotarci di alcuni strumenti web per raggiungere i tanti obiettivi: hashtag #ForumalCentro; account su twitter e facebook, il presente blog, e una casella di posta elettronica per inviare proposte e articoli (forumalcentro@gmail.com).
Per fare tutto ciò abbiamo bisogno dell'impegno di tutti, di saggi umili vogliosi di trasmettere conoscenza e competenza a giovani volenterosi e in ascolto pro-attivo.
E' il tempo della responsabilità civica, dell'impegno e della condivisione.
Chi vorrà partecipare sarà sempre il benvenuto.
Grazie per l'attenzione.
  

Non spendiamo male le risorse che abbiamo

di Giulio Colecchia


Miliardi come noccioline. Certo, in una fase della storia del Paese - anzi dell’intero pianeta - come l’attuale, la gente ha bisogno non solo di buone intenzioni e di parole di incoraggiamento, ma, innanzitutto, di gesti concreti che l’aiutino ad affrontare le nuove ed enormi difficoltà. Non c’è dubbio, quindi, che siano necessarie politiche cosiddette espansive della spesa, che, cioè, mettano in circolazione una maggiore quantità di moneta perché “il cavallo possa riprendere a bere”.

È una necessità alla quale nessun Paese del mondo può oggi sottrarsi. Una necessità che ha intaccato anche le inossidabili certezze dei Paesi più rigorosi dell’Europa del nord (Germania compresa) che, sembra, abbiano accettato di dare il proprio assenso ad una nuova fase della politica economica comunitaria che allenti i vincoli ai bilanci nazionali e definisca regimi di aiuti comunitari meno soffocanti per i singoli Stati. Quindi, i 750 miliardi previsti dalla BCE della Lagarde e i circa 1.000 della Ursula. E ancora, ogni Stato può contare sull’allentamento dei vincoli di Maastricht; il che, tradotto, significa possibilità di ricorrere a nuovo ed ulteriore indebitamento per reperire risorse sui mercati finanziari.

E qui, il “liberi tutti” sta producendo - in Italia per quanto fiscalmente ci interessa più direttamente - un affannosa quanto caotica scelta di spese per sostegno a famiglie, imprese, artigiani, commercianti, professionisti, gestori di attività turistiche; e poi Cassa integrazione, bonus, congedi, ecobonus per ristrutturazioni, contributi per acquisto biciclette e via dicendo. Tra poche ore il nuovo “decreto maggio” metterà in campo, proseguendo su questa strada, un’ulteriore sforzo finanziario del bilancio pari a circa 55 Miliardi di euro oltre ai 25 già stanziati con il precedente decreto “curitalia”. “Stanziare” forse è un verbo inadatto perché si tratta di ulteriore indebitamento pubblico a cui il Governo ricorrerà per far fronte a quegli impegni. Impegni che, per dirla tutta, oggi sta chiedendo di anticipare ad altre Istituzioni, com’è per l’INPS che già nei primi mesi dell’emergenza Covid ha dovuto anticipare dal proprio bilancio diverse decine di miliardi, o i Comuni che non avendo ricevuto somme integrative stanno attingendo da altri capitoli della spesa sociale ordinaria.

Sembra che tutto quello che in venti anni non sia stato possibile fare lo si voglia realizzare quest’anno o, al massimo, entro il prossimo e senza una visione coordinata, ma solo sulla spinta di lobby e di scelte sui social.

Voglio chiarire che non credo che mettere la gente in condizioni di spendere e, quindi, di rianimare l’economia reale sia una scelta sbagliata, anzi; così come credo che sia assolutamente necessario aiutare le fasce più povere e quelle realmente più bisognose della popolazione. Primum vivere … quindi raggiungere le persone in reale difficoltà, frenare la tendenziale crescita della povertà e rispondere adeguatamente a quella già in stato comatoso.

Ma, oltre ai salvagente, quali strumenti realmente possono essere utili per il riavvio del motore? Considerando che, dopo la stagione dei sussidi (che non può essere strutturale!), bisogna creare condizioni di sostegno e di promozione per il lavoro, unico vero strumento di dignità e sostegno della persona. Non sembra, però, di intravedere un vero programma di ripresa che abbia, qui si in maniera strutturale, al centro il lavoro e l’ammodernamento dell’economia della produzione. Eppure questo non è il momento di rinviare. Proprio perché la crisi, di dimensioni mondiali, provocherà stravolgimenti di alleanze economiche internazionali e influirà decisamente su mercati e modelli di produzione, il nostro sistema non può restare in stand by. Nel DEF 2020 (documento notoriamente “misurato” anche perché è sempre stato ad usum delphini) si prevede un calo del PIL dell’8%; Confindustria conferma una previsione del 6%, mentre il FMI parla addirittura del 9,1%; altrettanto difficile sarà la situazione per le esportazioni con un -14,4%, degli investimenti del -12,3% e della spesa delle famiglie (gran parte della domanda interna) con un -7,2%. La situazione della disoccupazione esplicita sarà, conseguentemente, in crescita dal 9,7% all’11,6%. Evidentemente i sistema di welfare per il lavoro che abbiamo consente di sostenere l’urto di questi primi mesi. Quello che dà l’evidenza della gravità è il calo delle ore lavorate che scenderanno del 6,3%. In definitiva il nostro indebitamento pubblico netto passerà, nelle previsioni del DEF, dal 134,9% del PIL al 151,8% (+17), mentre il disavanzo primario (al netto degli interessi pagati sul debito) sarà del 3,5%. Le previsioni di altri autorevoli osservatori internazionali sono meno prudenti del Governo italiano e, soprattutto, prevedono un grave trascinamento di questa situazione nei prossimi anni (EURISPES -9,5%, FMI -7,9%, Goldman Sachs -11,6%).

Potremmo riassumere sommariamente così il quadro che realisticamente ci aspetta. Meno occupati e meno salari, meno piccole aziende, meno introiti fiscali e contributivi, minore produzione di beni, minori consumi, minori risorse per gli enti locali per le politiche sociali e del territorio. Di contro, aumento dei prezzi, della fiscalità, difficoltà a migliorare i servizi pubblici. Di conseguenza maggiore diseguaglianza sociale.

Siamo, quindi, alla vigilia di un periodo peggiore di quello che vivemmo nel 2008/9; un periodo che richiederà al Paese sforzi economici straordinari e a tutti i cittadini un grande impegno civico nel mettere in campo comportamenti virtuosi (soprattutto sul terreno della prevenzione sanitaria).

Ma credo che un’uscita dal guado sarà possibile soltanto in presenza di due precondizioni.

Che si definisca un vero e proprio “piano generale per la ripresa”, ripartendo al meglio le risorse che, con ulteriori debiti, oggi si stanno manovrando; distribuendole, con il coinvolgimento delle forze sociali, produttive e del volontariato, con prudente lungimiranza, tra spesa per famiglie bisognose e per ridurre la povertà e spese realmente utili per sostenere settori e quelle imprese che si impegnino a mantenere i livelli occupazionali, al di là del ricorso alla cassa integrazione, e ad incrementarli in presenza di investimenti ed innovazioni favorite da contributi pubblici. Un nuovo “patto sociale” per un progetto, quindi, equilibrato, che non sia preda degli isterismi di una politica litigiosa e ormai screditata, imballata e divisa in fazioni e tifoserie, senza una visione della realtà e delle prospettive che vadano oltre l’emergenza, ma soprattutto senza rispetto per le stesse Istituzioni che pure governa.

Poi un atteggiamento più responsabile della politica. È proprio questo l’ostacolo, oggi, più grande da superare. Non tanto gli equilibri europei che, come si sta verificando con il recente accordo su MES, SURE, BEI e Delivery fund, possono alla fine essere resi convergenti. La seconda precondizione è la creazione di un clima di solidarietà e di partecipazione nazionale nel quale maggioranze e opposizioni mantengono le proprie caratterizzazioni programmatiche e culturali ma, nella necessità di cooperare tutti per ridare la spinta decisiva per il riavvio alla macchina Italia, si pongono tra loro in una condizione di collaborazione straordinaria. Governo di crisi? Di emergenza? Di straordinaria unità nazionale? Non importa come, l’importante è che la condizione di “pollaio” finisca e si passi ad un ruolo più alto e dignitoso della politica italiana. È solo con i buoni esempi e non con tensioni e paura che si può governare un popolo eclettico, fantasioso, ma profondamente sfiduciato com’è oggi quello italiano.

Così crescerebbe anche il nostro ruolo nella leadership europea e così potremo ambire a tornare ad essere, come lo furono in nostri costituenti in seno alla nascente Europa, protagonisti del suo cambiamento ed dell’evoluzione verso un’Europa dei popoli.

domenica 10 maggio 2020

Stop alla piaga del precariato dei docenti

di Valeria Frezza


L’alto numero di emendamenti al decreto scuola n. 22 sta rallentando l’iter di approvazione al Senato: sono quasi 400 gli emendamenti presentati e di modifica del decreto legge e particolarmente stanno perdendo tempo la commissione Bilancio e quella degli Affari Costituzionali.

Per quanto riguarda l’assunzione dei docenti si dovrebbe intanto celermente procedere all’assunzione dei precari storici che il Miur ha tenuto illegalmente e incostituzionalmente nello stato di contratto di precariato per almeno 15 anni, nonostante la procedura d’infrazione dell’Unione Europea 99/70 che alla clausola 5 impone agli Stati membri di adottare delle misure per evitare la reiterazione abusiva dei contratti a termine e prevede la loro eventuale trasformazione a tempo indeterminato e per la quale l’Italia ha pagato 300 milioni di euro di multe, tutti soldi buttati.

L’Italia, già nel settore privato, aveva costituito delle misure e aveva disposto la trasformazione del contratto a tempo determinato dopo 36 mesi di lavoro, invece, nel settore pubblico, ciò non si è verificato.

L’articolo 97 della Costituzione indica la possibilità di accedere al pubblico impiego solo tramite concorso. A ciò si potrebbe obiettare:

1. ci sono molti precari che hanno vinto il concorso da diversi anni e sono ancora precari. C’è un abuso da sanare da parte dello Stato e ciò potrebbe portare a valutare l’eccezione

2. questa legge prima del governo Renzi non è stata applicata perché la scuola non era considerata “pubblico impiego” e quindi c’è già stato il precedente di docenti assunti a tempo indeterminato che hanno preso l’abilitazione (al tempo SSIS) ma non hanno fatto il concorso

3. nell’emendamento proposto da alcuni partiti della maggioranza (PD e Leu e dal senatore Pittoni, Lega Nord), l’assunzione avverrebbe per titoli (vuol dire che durante l’anno di prova i docenti svolgeranno sia l’esame orale abilitante, come è già avvenuto precedentemente, sono le tempistiche ad essere differenti, sia l’esame per passare l’anno di prova),

4. l’assunzione per titoli potrebbe essere giustificata dallo stato emergenziale.

Anche la didattica a distanza non è regolamentata, non è prevista dal contratto dei docenti, le piattaforme non tutelano a sufficienza la privacy degli alunni e dei docenti e tutto ciò che avviene fatto tramite modalità telematica è impugnabile ed è stato permesso esclusivamente a causa dell’emergenza del coronavirus.

5. provvedere ad una giusta applicazione della legge 104, infatti i docenti sono costretti spesso a mettersi in aspettativa o in malattia perché attualmente ci sono interpretazioni differenti delle linee guida date dal MIUR per la legge 104 e non viene sempre data la possibilità di lavorare vicino casa come è previsto dalla legge ed anche questa procedura è impugnabile.

Per quanto riguarda il problema dei costi, Pittoni specifica che sono soldi riconvertibili attraverso minori contratti da far sottoscrivere ai docenti precari e direi anche, ad un numero minore di multe da pagare.


giovedì 7 maggio 2020

La (vera) politica è davvero morta?

di Temistocle Gravina

Nell’interessante articolo del 28 aprile di Armando Dicone, su questo blog sugli estremismi in politica (che vi invito a leggere qui 

https://forumalcentroblog.blogspot.com/2020/04/per-salvarci-dagli-estremismi.html?m=1

si mette in evidenza come la politica italiana sia malata; e che la si continui a curare non cercando di capire di cosa soffra, ma lasciando che coloro che dovrebbero controllare la sua temperatura e il suo stato di salute, cioè gli elettori, se ne vadano abbandonando la malata a sé stessa (leggi astensionismo).

Scrive Dicone: “Per superare gli estremismi servirebbe, a mio parere, un nuovo pensiero forte, una nuova idea culturale e politica di centrismo. Non un'operazione di semplice addizione di classe dirigente, ma un percorso dal basso di partecipazione attiva, di impegno e responsabilità civica, una strada lunga ma efficace.

Con l’idea di ricominciare dal basso, dalle fondamenta, stiamo cominciando a convivere in questa pandemia. Ogni giorno diciamo: andrà tutto bene… quando ricominceremo faremo così… e frasi simili che spesso diventano quasi un esorcismo laico.

Io mi sono chiesto: cosa significa ricominciare in modo nuovo in politica?

Anzitutto capire cosa è la politica.

A me piace la definizione di politica come arte di governare lo stato.

È interessante notare infatti come nella lingua greca (da cui nasce il concetto) dalla stessa radice (polis = città) vengano fuori sia la parola politica che la parola cittadino (polites). Come a dire che la politica è fatta dai cittadini che lavorano insieme per il bene della città, cioè degli altri cittadini.

Questo concetto me ne richiama un altro: se si lavora insieme per il bene di tutti, vuol dire che materialmente ognuno deve mettere al servizio di tutti ciò che sa fare. (Politica quindi è anche fare un buon pane, essere un bravo medico, saper riparare al meglio un’auto.) E che nessuno debba considerarsi al di sopra degli altri, ma deve capire che se sta bene uno, stanno bene tutti.

Esattamente l’opposto di altre concezioni della politica in cui il bene di uno stato si ha quando una classe ‘si libera dalle catene’ e arriva a governare contro i precedenti governatori / oppressori. Oppure quando una classe che si ritiene superiore, non per meriti sul campo ma per blasone di nascita, si sente in diritto di dettare le condizioni della vita politica.

Fatta questa premessa, non posso che andare al pensiero, ma soprattutto alla vita personale e pubblica, di un personaggio che ha fatto la politica di quella prima Repubblica forse troppo velocemente archiviata e ripudiata per coprire colpe di gente che si è riciclata nella storia italiana di oggi dove continua a fare danni.

Parlo naturalmente di Aldo Moro, che con Enrico Berlinguer stava per dare una spallata ad un vecchio modo di vivere la politica e lo stato, un modo fatto di contrapposizioni rigide e, come evidenzia l’articolo di Dicone, di quegli estremismi velenosi e deleteri che ci portiamo ancora sul groppone.

Per Moro esiste un principio che deve governare ogni cosa, dalla vita personale a quella vita sociale, alla politica: la persona. Per lo statista pugliese solo il mettere al centro di ogni cosa la persona umana può essere il perno, il cardine su cui costruire un cambiamento duraturo e solido in ogni ambito.

Ecco: solo se si fa della persona (nella sua unicità e totalità) e del suo bene l’obiettivo primario di ogni scelta politica, si fa un’azione concreta e costruttiva, perché la società è costituita da persone e se crescono le persone, cresce la società.

Far maturare l’essere umano in ogni sua sfaccettatura vuol dire rispondere anche al principio della creazione (o, per chi non è credente, dell’evoluzione): se ogni tassello della storia è robusto e sano, tutto il puzzle viene bene, armonico e splendente.

La politica allora deve rispondere ai bisogni della persona umana: il diritto ad avere di che nutrirsi e di come procurarsi il cibo anche attraverso il lavoro, come potersi curare, crescere intellettualmente e spiritualmente attraverso la cultura, creare una famiglia come centro e volano della vita sociale, potersi esprimere liberamente e partecipare alla vita pubblica per decidere insieme agli altri sul bene di tutti.

La fortuna del nostro popolo è quello di aver avuto in dono, da coloro sono si seduti in parlamento dopo la II guerra mondiale, la Costituzione, cioè la carta di intenti con cui (ri)costruire l’Italia dopo la dittatura fascista. Essa contiene esattamente quei principi elencati sopra; perciò saremo pienamente italiani quando ci sforzeremo di raggiungere quegli obiettivi.

Fare una politica nuova oggi, così, ha già i binari entro cui agire e gli strumenti democratici per farlo.

Una politica che parta dall’uomo e arrivi all’uomo deve avere un movimento politico e culturale che si pone al centro tra gli opposti estremismi.

In conclusione, per riprendere un pensiero di Gianni Baget Bozzo sulla politica di Moro, essere un partito/movimento di centro non significa pensare ad una linea retta e al suo punto centrale, che evocherebbe comunque due estremi(smi) e punti via via più distanti l’uno dall’altro; bensì ad un cerchio, in cui il centrale avrebbe la stessa distanza da ogni altro punto della circonferenza e potrebbe così fare da mediatore tra tutti questi ultimi.


mercoledì 6 maggio 2020

La proposta di Teresa Bellanova, il Reddito di Cittadinanza e le fake news

di Valeria Frezza

Questo articolo ha come unico scopo di fare chiarezza su temi molto discussi che vengono maggiormente strumentalizzati per fini politici o generano molte fake news per semplice disinformazione.  Ciascuno è poi libero di farsi l'opinione che vuole sui temi che indicherò.

1) la proposta di Teresa Bellanova (Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali): regolarizzare i lavoratori migranti nel settore primario. Entro il contesto della scarsità di manodopera agricola, dovuta all'emergenza Coronavirus, ma soprattutto entro la storica lotta al caporalato. I lavoratori migranti, ben 600.000, entrerebbero a tutti gli effetti nel circuito dell'economia, sia nell'ambito dell'agricoltura, sia nel settore dell'assistenza ad anziani, bambini e disabili. La regolarizzazione dei lavoratori "invisibili" consentirebbe di prevenire l'emergenza sanitaria nei ghetti e garantire manodopera nel settore primario. La carenza di manodopera comporta per il settore agricolo problemi nella raccolta, rialzo dei prezzi e scarsità di scorte di derrate alimentari. La ministra Bellanova sta portando avanti un accordo con la Romania per il reperimento di circa 370.000 lavoratori che possano, immediatamente, venire in Italia e occuparsi della raccolta di fragole e asparagi. (dal sito del partito ItaliaViva)

2) Chi sono i destinatari del Reddito di Cittadinanza?  In base al decreto legge 4/2019 che lo disciplina, il reddito di cittadinanza viene riconosciuto ai nuclei familiari in difficoltà in possesso dei seguenti requisiti: cittadinanza italiana, o di Paesi della Ue, o con permesso di soggiorno di lungo periodo. è necessaria la residenza in Italia da almeno 10 anni al momento della presentazione della domanda, di cui gli ultimi due anni in modo continuativo. L'Istat nel 2017 ha stimato in povertà assoluta 1.78 milioni di famiglie residenti in cui vivono 1,2 milioni di ragazzi minorenni. La soglia ai fini ISEE è di non oltrepassare la soglia di 9.360 euro. La norma include, quindi, anche coloro che vivono fuori casa che ancora non lavorano  e non si sono ancora laureati (o con contratti di collaborazione con stipendi molto bassi) con vincolo di partecipare al re-inserimento lavorativo e accettare le offerte "congrue"  (ovvero adeguate) che verranno proposte dal centro per l'impiego
(dal IlSole24ore)

domenica 3 maggio 2020

Che cosa accadrebbe con l'ItalExit

di Leonardo Gaddini

Nelle ultime settimane, a causa della poca solidarietà di alcuni Paesi dell'UE (su tutti i Paesi Bassi) nel fronteggiare la grave crisi economica causata dal Coronavirus, alcuni ambienti sovranisti sono tornati a parlare di ItalExit, ma cosa succederebbe veramente all'Italia se uscissimo dall'UE? 

Il quadro che avremmo di fronte non sarebbe assolutamente quello che ci viene disegnato dai nazionalisti, infatti il nostro Paese avrebbe fin da subito problemi isolubili tra cui: il quadro giuridico (visto che la gran parte delle norme in vigore oggi derivano dalla normativa dell'Unione), l’inevitabile fuga dei capitali (menzionata anche dal “piano B” di Paolo Savona), fino alla possibilità più che concreta che l’Italia finisca in default. Senza contare gli almeno 350-400 miliardi di euro che la nostra nazione dovrebbe pagare immediatamente perché in enorme deficit nel Target 2, il sistema di pagamenti delle banche centrali dell’eurozona. Verrebbero a crearsi dunque, prospettive sudamericane che nessuno vorrebbe vivere sulla sua pelle. Ma partiamo dall'inizio: 

Con l'uscita dall'euro, BankItalia, "libera" dai vincoli comunitari, inizierebbe a stampare selvaggiamente la nuova moneta per sostenere il debito pubblico. Con un primo importante risultato: ritorneremmo all’inflazione a doppia cifra, quella che il popolo italiano ha già dovuto affrontare negli anni Settanta e Ottanta (quando sorpassò il 21%). Il caro vita farebbe volare i prezzi dei generi di consumo, schiacciando a terra il potere d’acquisto degli italiani.  I prezzi di generi alimentari e materie prime importate andrebbero infatti alle stelle, come potrebbero agevolmente raccontare i poveri venezuelani che pagano una sigaretta circa il 12% del loro stipendio minimo mensile. Bisognerebbe anche considerare che i mutui immobiliari, dovuti a banche che probabilmente verrebbero nazionalizzate, per garantirne la sopravvivenza, esploderebbero per l’effetto inflazione, per l’effetto tassi ma anche per l’effetto cambio: essi infatti, essendo stati stipulati in euro, diventerebbero sempre più cari perché la nuova liretta difficilmente riuscirebbe a mantenere il passo con la vecchia moneta unica, resa forte dalla presenza della Germania nell’unione monetaria. Oltre a questo, le bollette salirebbero vertiginosamente, visto che non siamo autosufficienti dal punto di vista energetico e che comprare elettricità e gas sui mercati esteri, con una lira svalutata, costerebbe un capitale.

Il carovita rappresenterebbe insomma una colossale tassa patrimoniale sul collo degli italiani, soprattutto quelli con entrate fisse, facendo a pezzi il potere d’acquisto di stipendi e pensioni. Sempre che gli stipendi esistano ancora, poiché l’impennata dei costi di finanziamento delle aziende manderebbe al tappeto gli investimenti e le imprese stesse, con il risultato di far impennare la disoccupazione. Della nuova lira ipersvalutata, poi, le imprese, dovrebbero fare i conti con la perdita del potere d’acquisto delle famiglie italiane e la crisi dei consumi (ma anche con la necessità di adeguare gli stipendi alla corsa dell’inflazione che sarebbe galoppante). E chiunque desideri raccogliere capitali sui mercati internazionali a tassi accettabili, probabilmente sposterà l’azienda all’estero.

Anche i titoli di Stato perderebbero rapidamente valore, divorati dall’inflazione, mentre ovviamente il debito pubblico italiano diventerebbe sempre più difficile da sostenere (visto il crollo del PIL) e anche da collocare, con i mercati in grado di imporre tassi d’interesse enormi per prestare soldi all’Italia della nuova lira, che sarebbe dunque una valuta a livelli di fragilità simili a quelli del Peso argentino. Diventeremmo insomma un Paese emergente, povero e isolato, in balia delle grandi potenze straniere come USA e Cina che potrebbero, senza troppi problemi, colonizzarci economicamente. È (anche) per questi motivi che chi invoca l'uscita dell'Italia dall'UE non è affatto un patriota, infatti chi ama questo Paese e vuole che torni a crescere, ama follemente l'Europa unita.

venerdì 1 maggio 2020

Le donne di oggi e le pari opportunità nel lavoro

di Valeria Frezza

Garantire pari opportunità nel mercato del lavoro vuol dire combattere ogni forma di discriminazione basata sul genere, in un contesto come quello italiano, caratterizzato da bassi livelli di partecipazione e da differenze di retribuzione a sfavore della componente femminile.
La recente crisi economica ha avuto pesanti ripercussioni sulle categorie più deboli e, tra esse, quella delle donne. Sono sensibilmente peggiorate le condizioni di parità di genere e si è registrato un aumento delle discriminazioni.
Associazioni, sindacati, movimenti femminili e funzionari pubblici intervengono con azioni volte a garantire l'uguaglianza di genere nella rappresentanza e nelle condizioni di lavoro e contribuiscono alla rimozione degli ostacoli che impediscono la realizzazione della parità di genere, garantendo un'adeguata rappresentanza femminile anche in quei settori dove le donne sono sottorappresentate e cercando di favorire un equilibrio tra responsabilità familiari e professionali.
Quali tutele prevede la Costituzione? Discriminare il lavoratore o la lavoratrice per adesione al sindacato, discriminazione politica, religiosa, razziale, di sesso, di handicap, sull'orientamento sessuale o sulle convinzioni personali (art. 15), concessioni di trattamenti economici di maggior favore aventi carattere discriminatorio (art. 16), discriminazione in materia della tutela di maternità e di paternità o di ogni trattamento in ragione dello stato di gravidanza, anche in caso di adozione, indipendentemente dalle modalità di assunzione e qualunque sia il settore o il ramo di attività, a tutti i livelli della gerarchia professionale. Relativamente alle iniziative in materia di orientamento, formazione, perfezionamento, aggiornamento, riqualificazione professionale, attribuzione delle qualifiche, delle mansioni e della progressione della carriera (art. 29 comma 1), nell'accesso delle prestazioni previdenziali e nelle forme pensionistiche (art. 30 e 30 bis).
Comportamenti indesiderati, posti in essere per ragioni connesse al sesso, violare la dignità di ogni lavoratore o lavoratrice, creare un clima intimidatorio sono perseguibili per legge.
Le azioni positive consistono in misure volte alla rimozione degli ostacoli che impediscono la realizzazione delle pari opportunità. In particolare tali azioni hanno lo scopo di: eliminare le disparità nella formazione scolastica e professionale, nell'accesso al lavoro, nella progressione della carriera, nella vita lavorativa, favorire l'accesso al lavoro autonomo e alla formazione imprenditoriale, superare le condizioni pregiudizievoli nell'avanzamento professionale e di carriera, promuovere l'inserimento delle donne nelle attività, nei settori professionali e nei livelli in quanto esse sono sottorappresentate, favorire le condizioni e il tempo del lavoro, valorizzare l'impegno femminile.
Il non rispetto delle pari opportunità è sanzionabile con ammende che arrivano fino a 50.000 euro e nei casi più gravi all'arresto fino a 6 mesi (decreto legislativo n. 5/2010 che riforma il Codice delle Pari opportunità del 2006).
Tuttavia, ancora oggi, le pari opportunità non hanno dignità né importanza e i governi spesso non si impegnano per una realizzazione piena delle Pari opportunità nel nostro Paese, così come ci impone la nostra costituzione, per garantire l'armonia e la pace.

fonte: sito ministero pari opportunità, altalex