domenica 27 dicembre 2020

#donnealcentro (anno 2020)

 di Valeria Frezza

In chiusura di anno vorrei ricordare alcune storie particolarmente significative tra quelle menzionate dal corriere della sera, ma tra i vari capi di stato, ministri, ricercatrici, influencer e artisti ho scelto delle perfette sconosciute, donne straordinarie nella vita di tutti i giorni e non solo per una stagione e che non cercano visibilità e protagonismo.

 

Valentina Soldati, trentaseienne e moglie del paziente uno (covid), di Codogno, era incinta di 7 mesi quando ha saputo che suo marito Mattia Maestri, ricoverato per una polmonite si era poi aggravato ed i medici hanno scoperto che aveva contratto il covid dopo una cena con un amico tornato dalla Cina.

Anche Valentina viene trovata positiva e ricoverata, ma guarisce, torna a casa e aspetta il parto da sola perché il marito ancora grave. Tutto finisce nel migliore dei modi con la nascita di una bambina ed in seguito con la guarigione di Mattia.

 

 

L’infermiera di Cremona Elena Pagliarini, di anni 43, viene premiata dal Presidente Mattarella  in rappresentanza di coloro che si sono impegnati per la cura dei malati di Covid. L’8 marzo Elena viene fotografata mentre si riposa per qualche minuto con la testa sulla tastiera del computer dopo un interminabile turno di notte. In ospedale non avevano abbastanza respiratori per tutti i pazienti che avevano bisogno di essere ossigenati e la frustrazione era tanta perché non era possibile curare tutti. Dopo quella fotografia l’infermiera ha scoperto di essere positiva ed è stata posta in isolamento, in attesa di guarire.

 

Patrizia Cocchi, dirigente scolastica del Liceo Vittorio Veneto di Milano viene posta in rappresentanza  di tutto il personale della scuola (maestri, maestre, professori, professoresse e personale ATA) e anche delle famiglie, che hanno tentato di tutto per tenere aperte le scuole italiane. Non era possibile arrendersi, nonostante le responsabilità e i rischi, anche di fronte ad un governo che non è riuscito a mettere la scuola tra le priorità del Paese e infatti l’Italia è la nazione che ha tenuto le scuole chiuse per più tempo.

 

Vorrei anche ricordare una mamma coraggio o una “ diversamente mamma”, così si definisce Anna Claudia Cartoni, romana, 58 anni, insegnante di ginnastica artistica, mamma di Irene, affetta da una malattia rara. Racconta: “il mondo dell’handicap non è fatto solo di dolore, richiama valori umani e profondi, emozioni forti, rabbia, sensi di colpa, impotenza, frustrazione. Sono tante le difficoltà che i coniugi hanno incontrato: burocratiche, strutturali e sociali, l’accoglienza e il rispetto sono molto rari, per esempio far capire che non è possibile far cambiare le figure di riferimento in continuazione, dover cambiare reparti diversi e raccontare da principio la storia, fare indagini inutili per vari motivi. C’è bisogno di una presenza costante e di attenzione, i sensi di colpa mi divorano, mi sento inadeguata, so che potrei fare di più ma non ce la faccio. L’angoscia mi travolge per il suo futuro e non trovo dentro di me alcuna soluzione. Ma Irene è la mia maestra di vita, mi ha insegnato a non dare niente per scontato e fa diventare semplici le cose complesse (anche come respirare e deglutire che per lei sono di una difficoltà infinita). Stare vicino ad Irene mi ha spinta a non crollare perché la bambina ha bisogno di me.”

“E’ bello vedere qualcuno che non si fa scoraggiare da cose come la realtà” (cit.)

 

Fonte: Corriere della Sera

mercoledì 23 dicembre 2020

Il caso Navalny - Gruppo Affari Esteri

 Di Leonardo Gaddini.

"Caso chiuso. So chi ha tentato di uccidermi. Il caso relativo al mio tentato omicidio è risolto. Conosciamo i nomi, conosciamo i ranghi e abbiamo le foto." Aleksej Anatol'evič Naval'nyj

 

La mattina del 20 Agosto, Aleksej Navalny e la sua portavoce, Kira Yarmysh erano bordo del aereo S7 Airlines volando da Tomsk a Mosca. Durante il volo, Navalny ha cominciato a manifestare sintomi di malessere perdendo conoscenza. L'aereo ha effettuato un atterraggio di emergenza all'aeroporto di Omsk. Navalny è stato portato al reparto di rianimazione tossica dell'ospedale di emergenza clinica della città. Il primario dell'ospedale ha riferito che Navalny è caduto in coma ed è stato collegato a un ventilatore. Yarmysh ha dichiarato che Navalny era stato avvelenato con una tossina e che il giorno della partenza non aveva mangiato nulla, ma aveva bevuto solo un tè acquistato all'aeroporto di Tomsk. Lo stesso giorno, i soci di Navalny fecero appello al Comitato Investigativo con la richiesta di aprire un procedimento penale sul tentato omicidio di un funzionario di stato o di uno statista, ma la richiesta è caduta nel vuoto. 

Il 21 Agosto, dopo la richiesta della famiglia e degli esponenti del suo Partito alla Cancelliera della Germania Angela Merkel e al Presidente francese Emmanuel Macron, un aereo dalla Germania è atterrato a Omsk per trasportare Navalny alla clinica di Berlino. Tuttavia, un consiglio di medici ha considerato le condizioni di Navalny "instabili" e "non trasportabili" e ha rifiutato il permesso di trasporto. Colleghi e parenti di Navalny hanno deciso di appellarsi alla Corte europea dei diritti dell'uomo con la richiesta di vietare alle autorità russe di ostacolare il trasporto. Yulia Navalnaya (moglie di Navalny) ha inviato una lettera-appello a Vladimir Putin, in cui ha chiesto il permesso di trasportarlo in Germania per le cure. Dopo diversi appelli, la sera, il suo medico curante, Anastasia Vasilieva, ha comunicato che i medici dell'ospedale avevano dato il permesso di trasportare Navalny in Germania. Il giorno dopo Navalny è atterrato a Berlino e ricoverato all'ospedale universitario della Charité. Il 2 Settembre i medici tedeschi hanno confermato l'ipotesi dell'avvelenamento, affermando che le analisi di Navalny hanno riscontrato la presenza del Novichok, agente nervino (che come effetto aumenta la concentrazione di acetilcolina nei recettori neuromuscolari, e di conseguenza la contrazione involontaria di tutti i muscoli, conducendo all'arresto sia respiratorio che cardiaco, ed infine alla morte) già utilizzato per avvelenare l'ex spia russa Sergej Skripal nel 2018 (sotto il video sui dettagli dell'indagine con i sottotitoli in inglese). 


 

Navalny è il leader dell'opposizione pro-Democrazia in Russia, fondatore del Partito "la Russia del Futuro" e della Fondazione Anti-Corruzione, in quei giorni si trovava in Siberia per incontrare i candidati e i volontari impegnati nelle elezioni locali e regionali tenutesi in autunno (dove l'opposizione si è presentata con candidati comuni ed è riuscita a ottenere dei buoni risultati, eleggendo diversi consiglieri regionali e comunali), ma anche per condurre un'indagine, sulla corruzione di esponenti politici locali . L'indagine video è stata successivamente pubblicata dalla squadra di Navalny il 31 Agosto sul canale YouTube del suo Partito (uno dei canali più visti in Russia). 

Per la sua attività contro la "Democratura" russa e per le sue denunce contro la corruzione di politici e funzionari dello Stato, si è attirato addosso le ire del Cremlino. Infatti questa non è stata l'unica aggressione subita, anche con sostanze chimiche. Il 27 Aprile 2017, Navalny è stato attaccato da sconosciuti fuori dal suo ufficio nella Fondazione Anti-Corruzione che gli hanno spruzzato una tintura verde brillante, forse mescolata con altri componenti, sul suo viso, facendogli perdere l'80% della vista nell'occhio destro. Navalny poi ha affermato che l'attaccante era Aleksandr Petrunko, un uomo che, aveva legami con il VicePresidente della Duma di Stato Pyotr Olegovich Tolstoy. Navalny ha accusato il Cremlino di aver orchestrato l'attacco. Un altro incidente si è verificato nel Luglio 2019, dopo essere stato arrestato e imprigionato per aver partecipato a una manifestazione, Navalny è stato ricoverato in ospedale con gravi danni agli occhi e alla pelle. In ospedale, gli è stata diagnosticata una semplice reazione allergica, ma questa diagnosi è stata contestata da Anastasia Vasilieva, uno dei suoi medici personali, che ha suggerito la possibilità che le condizioni di Navalny fossero il risultato di "effetti dannosi di sostanze chimiche indeterminate". Il 29 Luglio 2019, Navalny è stato dimesso dall'ospedale e riportato in carcere, nonostante le obiezioni del suo medico personale date le sue condizioni di salute ancora precarie. 

Il "caso Navalny" è poi tornato alla ribalta nelle ultime settimane dopo che il 13 Dicembre, un articolo del "Sunday Times", che citava fonti di intelligence anonime, riportava che Navalny era stato avvelenato una seconda volta mentre era in ospedale a Omsk, si ritiene che la precedente somministrazione dell'antidoto atropina in risposta al primo avvelenamento abbia salvato la vita di Navalny contrastando anche la seconda dose di Novichok. Il 14 Dicembre è stata pubblicata un'indagine congiunta di "The Insider" e "Bellingcat" in collaborazione con la "CNN" e "Der Spiegel" che coinvolgeva agenti del Servizio di Sicurezza Federale russo (FSB) nell'avvelenamento di Navalny. L'indagine ha descritto nel dettaglio un'unità speciale dell'FSB specializzata in sostanze chimiche e gli investigatori hanno rintracciato i membri dell'unità utilizzando dati di telecomunicazioni e di viaggio. Secondo le indagini, Navalny è stato sorvegliato da un gruppo di agenti dell'unità per tre anni e potrebbero esserci stati tentativi precedenti di avvelenare Navalny. 

In seguito a questa indagine, Navalny ha telefonato a Konstantin Kudryavtsev, uno degli agenti dell'FSB coinvolti, presentandosi come aiutante di Nikolai Patrushev (Segretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale russo) e chiedendo dettagli sul perché il tentato avvelenamento fosse fallito. La conversazione è stata registrata (qui trovate la trascrizione in inglese: https://www.bellingcat.com/news/uk-and-europe/2020/12/21/if-it-hadnt-been-for-the-prompt-work-of-the-medics-fsb-officer-inadvertently-confesses-murder-plot-to-navalny/), Kudryavtsev ha confessato il tentato omicidio, dicendo che il Novichok era stato applicato sulle mutande di Navalny mentre si trovava in hotel a Tomsk, ma anche se le aveva indossate per il volo come previsto, il veleno era stato assorbito troppo lentamente per avere effetti letali prima che l'aereo partisse. Dopo l'evacuazione medica di Navalny in Germania, Kudryavtsev è stato inviato a recuperare i vestiti di Navalny in modo che potessero essere trattati per rimuovere le tracce di Novichok prima che potessero essere testati da esperti indipendenti (sotto il video sulla conversazione, con sottotitoli in inglese)

 

Quest'ulteriore atto violento di intimidazione fatto da Putin contro l'opposizione è il fulgido esempio di cosa siano realmente le "Democrazie illiberali" e degli orribili crimini di cui sono capaci coloro che detengono pieni poteri. Da ciò nasce anche l'esigenza per tutto il mondo Occidentale di cercare una nuova strategia contro le dittature, visto che quella delle sanzioni sembra non sortire gli effetti sperati. Un importante passo in questa direzione è stato fatto dall'UE, recentemente con il "Magnitsky Act", grazie al quale l'Europa adesso ha ora più poteri per punire le persone coinvolte in violazioni dei Diritti umani. Le nuove regole infatti, prevedono tra le altre cose di: vietare a persone mirate di viaggiare in Europa, congelare i beni sia di funzionari che di "entità" come organizzazioni, società o banche e bandire gli europei dal mettere i fondi a disposizione di coloro che sono coinvolti in gravi violazioni dei Diritti umani. Questo rappresenta solo un primo passo, ma è sicuramente un forte segnale che l'UE ha lanciato a Putin e ai suoi simili, di non essere più disposta a tollerare i crimini e le atrocità commesse dalle Dittature. 

venerdì 18 dicembre 2020

L'anno che verrà

 di Armando Dicone

Cara/o amica/o (centrista),
ti scrivo (non) per distrarmi un po', come canterebbe Lucio Dalla, ma per augurarci che il 2021 sia l'anno della nascita culturale e politica della nostra area.
"Forum al Centro" a marzo festeggerà il secondo anno di attività e di strada ne abbiamo fatta davvero tanta.
Quando abbiamo iniziato a parlare di "centro politico" eravamo in pochi e man mano che siamo andati avanti, con le nostre attività, siamo diventati sempre di più.
Parlare di centro sembrava essere un tabù, oggi invece è una realtà, almeno dalla parte della "domanda politica", ma come ci siamo sempre detti era da lì che dovevamo partire.
La nostra strada non è ancora terminata, il metodo che ci siamo dati, quello di condividere qualunque scelta, si è dimostrato il più difficile ma il più efficace, ora dobbiamo fare il salto di qualità per condividere proposte sui temi concreti, come direbbe Sturzo "un programma non si inventa, si vive".

Auguro a tutti noi che il 2021 ci porti:
- legge elettorale proporzionale con voto di preferenza;
- legge sulla regolamentazione della democrazia interna ai partiti;
- l'evento digitale denominato Camaldoli 2021;
liste di centro nei comuni al voto;
- le fondamenta della federazione di centro che auspichiamo fin dalla nostra nascita.

Non è un libro dei sogni, ma il frutto del nostro comune impegno, sempre con umiltà, con i piedi per terra, ma con determinazione e grande passione.

Grazie per l'attenzione ed auguro a voi e alle vostre famiglie buone feste.

mercoledì 16 dicembre 2020

Il mostro non dorme sotto il letto. Il mostro può dormire accanto a te #Donnaalcentro

 di Valeria Frezza

La cosa più difficile è stata essere creduta. Io non avevo prove, non avevo testimoni, non avevo lividi. Una donna che subisce violenza ha sempre un occhio nero, io non avevo neppure un'unghia spezzata. Perché la mia violenza era fatta di pugni sferrati con gli sguardi, di calci dati con le parole, di schiaffi assestati con le assenze, i silenzi e i rifiuti. Era una violenza morale, psicologica. Di quelle che non lasciano segni esteriori, anche se dentro la tua anima è tumefatta e tu sei peggio di una che agonizza nella sua pozza di solitudine. Alberto era il ragazzo più affascinante della comitiva all'università, corteggiato da tutte le mie amiche. A me, invece, non interessava, o forse avevo visto giusto. Anni dopo l'ho incontrato a una cena di lavoro, uscivo da una grossa delusione d'amore, e lui ha cominciato a farmi il filo in modo insistente. Credo di essermi lasciata conquistare più dal suo successo, dalla facciata, che da un reale innamoramento. Alberto era distante, frettoloso, dispotico. Però poi, in pubblico, declamava il suo amore per me e mi riempiva di attenzioni e regali, facendomi sentire invidiata da tutte. Nel giro di pochissimo tempo siamo andati a vivere insieme, e lui, subdolamente, ha cominciato ad avvolgermi in una sottile tela di ragno. Il primo filo con cui mi ha intrappolata è stato quello dell'insicurezza fisica. Quando la mattina uscivo per andare al lavoro, Alberto mi lanciava un'occhiata di disgusto, oppure mi strizzava il braccio: stava zitto ma era come se dicesse: «Hai la cellulite anche sulle braccia». Dopo un'ora di preparativi, una sua sola occhiata riusciva a farmi sentire a disagio, disordinata. Una delle mie colleghe, Sabrina, mi fece notare che da quando stavo con lui non sorridevo più e che avevo perso smalto e intraprendenza in ufficio. Me la presi molto e troncai ogni rapporto con lei, non ammettevo che qualcuno criticasse Alberto, pensavo fosse solo invidia. Invece aveva ragione, e forse mi stava solo tendendo una mano: io ero un insetto paralizzato e difendevo il ragno danzante che mi aveva ipnotizzata e prendeva per sé tutta l'attenzione, lasciandomi svuotata. Iniziando dai miei punti deboli Alberto era riuscito a minare lentamente anche le mie certezze. Non mi guardavo più allo specchio, per strada tenevo gli occhi bassi evitando di incrociare altri sguardi, avevo paura che tutti vedessero le mie braccia grassocce, ed entravo in confusione persino se qualcuno mi chiedeva un'indicazione stradale. In ufficio cercavo di farmi notare il meno possibile, declinavo gli inviti delle amiche e avevo rinunciato anche all'ora di pilates. Non facevo più nulla che non fosse per lui. Finito il lavoro, correvo a casa a preparare la cena o a stirare la sua tuta da calcetto, terrorizzata dalle sue minacce ogni qualvolta mancava qualcosa. Ma qualsiasi cosa facessi, era sbagliata. Una sera, rientrando dalla partita mi aveva lanciato la sacca ordinandomi di caricare la lavatrice. Ma la sacca non era stata nemmeno aperta, non si era accorto che dentro mancavano gli scarpini e la divisa: avevo dimenticato di metterli ed avevo passato la serata immaginando terrorizzata la sua reazione. Caricai la lavatrice ridendo silenziosamente. Il giorno dopo andai da Sabrina e glielo raccontai, lei mi abbracciò felice. Ebbe inizio così la nostra amicizia, una preziosa sorellanza che mi ha salvata. Dopo qualche giorno, accorgendosi che sorridevo, mi guardavo allo specchio e non ascoltavo più le sue critiche, Alberto iniziò a essere più violento, e una mattina, invece di stringermi il braccio mi afferrò per il collo. Quel giorno trovai il coraggio di andare dai carabinieri. «Ma l'ha minacciata di morte o no?», mi chiese il maresciallo da cui mi aveva accompagnata Sabrina. «Non ha parlato, ma il suo sguardo era eloquente», risposi. «Signorina, qui non facciamo processi alle intenzioni», mi azzittì, facendomi sentire una visionaria matta. «Almeno ce l'ha un referto del Pronto soccorso?». No, non ce l'ho, ancora non hanno inventato la Tac per le minacce, se una donna ha bisogno del nostro aiuto venga pure a cercarci nei centri antiviolenza, nell'attesa che anche le istituzioni prendano coscienza di cosa sia e di come funzioni davvero la violenza domestica. Le parole possono uccidere. Per fortuna io l'ho capito in tempo”.


“Mi guardo allo specchio e vorrei urlare: «Sono viva. Posso guardarmi, esisto!». Annamaria Spina oggi ha 45 anni, vive con il marito Michele a Catania, con due figli di 14 e 10 anni e fa l'attrice. Ma quel giorno del 1993 poteva essere l'ultimo della sua vita. Ci racconta come ha fatto a essere una scampata e perché ha avuto il coraggio di portare la sua storia sul palcoscenico. «Avevo 22 anni e Nino, il ragazzo che avevo appena lasciato perché era geloso e possessivo, una sera mi invitò in discoteca. Che male c'è, pensai. Poi, una volta in macchina, iniziò a inveire: «Puttana, perché vuoi lasciarmi?». E giù pugni e schiaffi prima sul viso, poi in basso fino allo stomaco. Tra me e la morte c'era una sottile linea di confine, ero priva di forza e di sensi. Non so come ho fatto a uscire viva da quell'abitacolo. Per anni ho sentito addosso le mani e i sospiri di quell'uomo e ho persino fatto fatica a fidarmi di quello che oggi è mio marito e padre dei miei figli. Poi ho capito che dovevo reagire. Dovevo farlo per le altre donneCosì ho unito l'arte all'impegno civile: ho portato la mia testimonianza a teatro, è diventata il monologo Sei mia, come le parole che mi diceva Nino quando eravamo insieme. Solo a pensarci mi vengono i brividi, non era una dichiarazione d'amore, era una minaccia. Nessun uomo può considerare la sua donna una proprietà”.


Mamma coraggio: “Avevo 17 anni e lui all'inizio era perfetto. Non so che cosa sia successo nel frattempo, ma iniziò a essere violento. Mi prendeva a forza, anche se io mi opponevo; se non facevo ciò che diceva lui erano botte. Fino a quando rimasi incinta. Non potevo abortire, nonostante tutto, era mio figlio, decisi di tenerlo, anche quando lui se ne andò via e io rimasi sola”. 

Michelle Hunziker, i ricatti e le violenze. La famosissima conduttrice svizzera ha voluto raccontare dei ricatti sessuali subiti: “Nella mia vita ho avuto un sacco di situazioni del genere e ho sempre ritenuto più importante ricordarmi che siamo noi le responsabili del nostro destino, consapevole che se avessi ceduto sarebbe stata anche colpa mia“. Michelle è stata anche vittima di una setta, tra violenze psicologiche e minacce, la Hunziker ha però alzato la testa e detto no; inoltre, la showgirl è molto attiva in fatto di violenza contro le donne, tanto da aver fondato nel 2007 l’associazione Doppia Difesa insieme a Giulia Bongiorno.


Heather Parisi e i 7 anni di abusi subiti dall’ex compagno: “Sono stata picchiata per 7 lunghi anni dal mio ex compagno, di cui non farò mai il nome. Ma dalla violenza fisica c’è la possibilità di guarire, quella psicologica è più difficile da superare. Mi rivolgo alle donne a casa: dovete essere forti anche voi”, un messaggio che vuole infondere coraggio a tutte coloro che vivono un’esperienza così e non riescono a trovare una via d’uscita. Heather ha rivelato di essere scappata da casa solo con il borsone da danza, ma di esserci riuscita. L’ex compagno, del quale non ha fatto il nome, la minacciava e la umiliava costantemente, finché un giorno Heather non decise di tornare ad essere una donna libera.


Stefania Sandrelli e le botte prese per aver rifiutato un invito sessuale. “Ho subito una sola violenza. Era il fidanzato di una mia carissima amica. Dopo una giornata al mare con gli amici, a Ostia, mi ritrovai inaspettatamente sola con lui. Capii che voleva fare l’amore con me. Io veramente non ero preparata, ero incredula… dissi di no e presi un sacco di botte”.


Troppo spesso le donne sono offese, maltrattate, violentate, indotte a prostituirsi... Se vogliamo un mondo migliore, che sia casa di pace e non cortile di guerra, dobbiamo tutti fare molto di più per la dignità di ogni donna". Sono parole importanti quelle che Papa Francesco affida ad un tweet sul suo account @Pontifex in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.   

Per cogliere il grado di civiltà di un popolo, di una società o di un uomo basta volgere lo sguardo tra le pareti di una casa, sul ciglio di una strada, tra le immagini di un film o di una pubblicità. “Da come trattiamo il corpo della donna - ha affermato Papa Francesco nella Santa Messa dello scorso primo gennaio - comprendiamo il nostro livello di umanità”. “Le donne sono fonti di vita. Eppure - ha aggiunto il Pontefice durante quella celebrazione, nella Solennità di Maria Santissima Madre di Dio - sono continuamente offese, picchiate, violentate, indotte a prostituirsi e a sopprimere la vita che portano in grembo. Ogni violenza inferta alla donna è una profanazione di Dio, nato da donna”.

"Chi è violento con le parole è già un assassino: le parole sono le prime armi sempre a disposizione per ferire e negare la vita di un altro".
- Enzo Bianchi, monaco cristiano e saggista italiano

 

 

Fonti: Elle, donnaglamour

mercoledì 9 dicembre 2020

Discorso di Luigi Einaudi, Assemblea Costituente, 29 luglio 1947

Chiedo a voi, onorevoli colleghi, venia di parlare dal banco di deputato invece che da quello del governo. Dal banco del governo si pronunciano discorsi politici, e si sostengono battaglie politiche. Queste mie parole vogliono invece essere un'umile appendice di considerazioni storiche al grande discorso col quale Benedetto Croce pronunciò l'altro giorno un giudizio storico solenne sul trattato imposto a noi dalla volontà altrui.

Chiedo altresì il permesso di seguire coll’occhio il manoscritto all'uopo, contrariamente alle mie abitudini, approntato affinché la commozione del dire improvviso non turbi una espressione di pensiero, che oggi deve invece essere attentamente meditata.

Al par di voi, ho ascoltato con commozione ed ho riletto con ammirazione profonda il giudizio storico che Benedetto Croce ha pronunciato in quest’aula intorno alla ratifica del trattato di pace; giudizio che se l'autore intendesse dare un seguito alla sua storia d'Italia assai degnamente chiuderebbe questa grande opera sua. Il giudizio pronunciato in quel discorso chiude anche un'epoca nella storia d’Italia. Vorrei tentare qui a guisa, come dissi, di appendice una ideale prosecuzione di esso, guardando non più al passato; ma all’avvenire. Invece di una magnifica pagina di storia conclusa, il mio sarà un informe tentativo di indovinare le logiche conseguenze odierne di quelli che furono i connotati essenziali delle due grandi guerre combattute in Europa nel secolo presente. Già quei connotati erano visibili nella prima guerra; ma parve allora ai più che soltanto si fosse riprodotto ancora una volta il tentativo egemonico di Filippo II, di Luigi XIV e di Napoleone I, contrastato ogni volta, a salvaguardia della libertà d'Europa, dalla potenza navale britannica; e furono alte le proteste fra gli storici tedeschi contro l'eterna seminatrice di discordia, contro la perfida Albione, la quale, applicando il romano detto divide et impera, si sforzava di mantenere discordi tra loro i popoli europei e di impedire avesse alfine nascimento quell'Europa una, che era stata, in varia maniera, l'ideale di poeti e pensatori, da Dante Alighieri ad Emanuele Kant ed a Giuseppe Mazzini. Sicché, vinta la Germania, distrutta la monarchia austro-ungarica e chiusasi la Russia in se stessa, parve rivivesse nel 1918 l'antica convivenza europea di stati indipendenti; ed anzi una nuova Santa alleanza, sotto le sembianze di Società delle nazioni, si costituì a garantire invano la indipendenza delle minori nazioni contro la egemonia della più potente e prepotente delle nazioni maggiori. Invano, ché la Società delle nazioni nasceva colpita a morte irrimediabilmente dallo stesso vizio capitale che aveva tolto valore alla Lega anfizionica greca, al Sacro romano impero ed alla Santa alleanza. Il vizio era chiaro: la Società delle nazioni era una lega di stati indipendenti ognuno dei quali serbava intatti un esercito proprio, un regime doganale autonomo ed una rappresentanza sovrana sia presso gli altri stati sia presso la lega medesima. Era facile prevedere, come a me accadde di prevedere nel 1917, quando la Società delle nazioni era un mero proposito di Wilson, e quando in Italia il più rumoroso promotore della sua fondazione era colui che, divenuto poscia dittatore, tanto operò per distruggere la costituita società; era facile, dico, prevedere che essa era nata morta. L'esperienza storica tante volte ripetuta dimostra che le mere società di nazioni, le federazioni di stati sovrani sono impotenti ad impedire, anzi per lo più sono fomentatrici di guerre tra gli stessi stati sovrani federati; e presto diventano consessi vaniloquenti, alla cui ombra si tramano e si preparano guerre e si compiono le manovre necessarie ad addormentare il nemico ed a meglio opprimerlo. Sinché nella Svizzera non sorse un potere sovrano, signore unico dell'esercito e delle dogane, non fu possibile evitare le guerre civili, che erano guerre fra cantoni sovrani; e nel tempo volto dal 1776 al 1786 il pericolo di guerre fratricide fra le 13 antiche colonie nord-americane divenute stati sovrani fu sempre imminente; e solo il genio di Washington, confortato dal pensiero di Jay, di Jefferson e di Hamilton, trovò il rimedio quando sostituì alla vana ombra della federazione di stati sovrani l'idea feconda della confederazione, unica signora delle forze armate, delle dogane e della rappresentanza verso l'estero, fornita di un parlamento unico; rappresentante, in un ramo, degli stati confederati, ma nell'altro del popolo intero di tutta la confederazione.

La prima guerra mondiale fu dunque combattuta invano, perché non risolse il problema europeo. Ed un problema europeo esisteva. Scrivevo nel 1917 e ripeto ora a trenta anni di distanza: gli stati europei sono divenuti un anacronismo storico. Così come nel secolo XVI le libere città e repubbliche ed i piccoli principati erano in Italia divenuti un anacronismo, perché l'Europa stava allora subendo un travaglio di ricostituzione territoriale e sorgevano le grandi monarchie spagnola e francese e si affacciava al nord la unificata nazione britannica, e l'indipendenza del consorzio dei piccoli principati tenuti in equilibrio dalla saggezza di Lorenzo il Magnifico, rovinò dinanzi all'urto contrastante di Spagna e di Francia, di Carlo V e di Francesco I, così sin dall'inizio del secolo presente, era divenuta anacronistica la permanenza dei tanti stati sovrani europei. A mano a mano che si perfezionavano le comunicazioni ferroviarie e la navigazione, a vapore ed a motore, prendeva il posto di quella a vela; ed i popoli erano avvicinati dal telefono, dal telegrafo con e senza fili e dalla navigazione aerea, questa nostra piccola aiuola europea apertamente palesava la sua inettitudine a sopportare tante sovranità diverse. Invano gli stati sovrani elevavano attorno a sé alte barriere doganali per mantenere la propria autosufficienza economica. Le barriere giovavano soltanto ad impoverire i popoli, ad inferocirli gli uni contro gli altri, a far parlare ad ognuno di essi uno strano incomprensibile linguaggio di spazio vitale, di necessità geopolitiche, ed a fare ad ognuno di essi pronunciare esclusive e scomuniche contro gli immigranti stranieri, quasi essi fossero lebbrosi e quasi il restringersi feroce di ogni popolo in se stesso potesse, invece di miseria e malcontento, creare ricchezza e potenza.

La prima guerra mondiale fu la manifestazione cruenta dell'aspirazione istintiva dell'Europa verso la sua unificazione; ma, poiché l'unità europea non si poteva ottenere attraverso una impotente Società delle nazioni, il problema si ripropose subito.

Esso non può essere risoluto se non in una di due maniere; o con la spada di Satana o con quella di Dio.

Questa volta Satana si chiamò Hitler, l'Attila moderno. Non val la pena di parlare del nostro dittatore di cartapesta, il quale non comprese mai la grandezza del problema. L'Attila moderno, il pazzo viennese, aveva invece, nelle sue escogitazioni frenetiche e sconnesse, visto il problema e la sua grandezza, ed aveva tentato di risolverlo. Il modo tenuto da lui e dal suo popolo fu quello della forza e del sangue. Il modo era riuscito ai romani, i quali colla forza avevano vinto uno dopo l'altro i cartaginesi, i greci e gli stati alessandrini, tutti più colti dei romani; ma questi si erano fatti perdonare poi il brutto cominciamento instaurando nel mondo mediterraneo l'impero del diritto. All'Attila redivivo il metodo della forza non riuscì; ché gli europei erano troppo amanti di libertà per non tentare ogni via per resistere al brutale dominio della forza; e troppi popoli al mondo discendono dagli europei e serbano il medesimo ideale cristiano del libero perfezionamento individuale e dell'elevazione autonoma di ogni uomo verso Dio per non sentire nell'animo profondo l'orrore verso chi alzava il grido inumano dell'ossequio verso ideali bestiali di razza, di sangue, di dominazione degli uomini eletti venuti dalla terra generatrice di esseri autoctoni e dalla foresta primitiva.

Non è vero che le due grandi guerre mondiali siano state determinate da cause economiche. Nessuno che sappia compiere un ragionamento economico corretto può credere mai che dalla guerra alcun popolo, anche vincitore, possa trarre un qualsiasi risultato se non di impoverimento, di miseria, di spirito di odio e di vendetta, generatori alla loro volta di miseria e di abiezione.

Vero è invece che le due grandi guerre recenti furono guerre civili, anzi guerre di religione e così sarà la terza, se, per nostra sventura, noi opereremo in guisa da provocare l'opera sua finale di distruzione. Le due guerre parvero guerre fra stati e fra popoli; ma la loro caratteristica fondamentale, quella che le distingue dalla più parte, non da tutte, le guerre passate, quella che le assimila alle più implacabili tra le guerre del passato, e queste furono le guerre di religione – ricordiamo la scomparsa della civiltà cristiana dall'Egitto a Gibilterra, la ferocia della guerra contro gli Albigesi e la distruzione operata dalla guerra dei trent'anni in Germania – sta in ciò: che quelle due grandi guerre furono combattute dentro di noi. Satana e Dio si combatterono nell'animo nostro, dentro le nostre famiglie e le nostre città. Dovunque divampò la lotta fra i devoti alla libertà e la gente pronta a servire. Se in tanta parte dell'Europa conquistata dai tedeschi, si ripeté l'esperienza che Tacito aveva scolpito con le parole solenni: Senatus, equites, populusque romanus ruere in servitium, ciò fu perché negli uomini lo spirito non è sempre pronto a vincere la materia. Non recriminiamo contro coloro che operarono male; perché la resistenza al male è sempre un miracolo, che umilmente dobbiamo riconoscere avrebbe potuto non aver luogo. Ma diciamo alto che noi riusciremo a salvarci dalla terza guerra mondiale solo se noi impugneremo per la salvezza e l'unificazione dell'Europa, invece della spada di Satana, la spada di Dio; e cioè, invece della idea della dominazione colla forza bruta, l'idea eterna dalla volontaria cooperazione per il bene comune.

Al par di ognuno di voi, il dolore per le amputazioni ai confini orientali ed occidentali è profondo nel mio cuore; e per quel che riguarda i confini occidentali, più che il dolore, è viva in me l'indignazione e l'ira per la cecità con la quale uomini così fini ragionatori, cervelli così limpidi come sono i francesi si siano lasciati trascinare a ripetere i frusti argomenti che noi, cultori di storia piemontese, avevamo letto nelle istruzioni ai diplomatici ed ai generali di Luigi XIV per contrastare ai piemontesi la conquista del confine supremo delle Alpi, raggiunto finalmente, dopo secoli di lotte, nel 1713, e consacrato nel definitivo trattato dei confini del 1761.

Se ciechi furono i vincitori, non perciò dobbiamo noi essere ciechi e sperare di vedere ricostituita l'unità della patria a mezzo di nuove guerre o di nuove carneficine. Nella nuova era atomica, guerra vuol dire distruzione non forse della razza umana – ché nelle riarse pianure ridivenute paludi e foreste vergini, e nei monti selvaggi una razza che dell'uomo civile non avrà nulla, potrà salvarsi e lentamente, attraverso i secoli, risorgere a civiltà – ma certamente di quell'umanesimo per cui soltanto agli uomini è consentito di essere al mondo. Ma noi non ci salveremo dall'imbarbarimento scientifico, peggiore di gran lunga della barbarie primeva, col gareggiare con gli altri popoli nel preparare armi più micidiali di quelle da essi possedute. La sola speranza di salvare noi e gli altri sta nel farci, noi prima degli altri ed ove faccia d'uopo, noi soli, portatori di un'idea più alta di quella altrui. Solo facendoci portatori nel mondo della necessità di sostituire alla spada di Satana la spada di Dio, noi potremo riconquistare il perduto primato. Non il primato economico; che questo viene sempre dietro, umile ancella, al primato spirituale. Dico quel primato, che, nell'epoca feconda del Risorgimento, si attuava nella difesa delle idee di fratellanza, di cooperazione, di libertà, che diffuse dalla predicazione incessante di Giuseppe Mazzini e rese operanti, nei limiti delle possibilità politiche, da Camillo di Cavour, avevano conquistato alla nuova Italia la simpatia, il rispetto e l'aiuto dell'Europa.

Non giova rinunciare a questa nostra tradizione del Risorgimento, pensando di poter trarre pro dalle discordie altrui. La politica dei giri di valzer, del "parecchio da guadagnare", del "sacro egoismo", che alla nostra generazione parve machiavellicamente utile, diede, quando fu recata dal dittatore alla logica conseguenza dell'autarchia economica, volta a cercar grandezza nel torbido delle sconvolte acque europee, amari frutti di tosco.

Rifacciamoci, dal Machiavelli, meditante solitario nel confino del suo rustico villaggio toscano sui teoremi della scienza politica pura, al Machiavelli uomo, al Machiavelli cittadino in Firenze, il quale non aveva, no, timore di rivolgersi al popolo, da lui reputato «capace della verità», capace cioè di apprendere il vero e di allontanarsi dai falsi profeti quando «surga qualche uomo da bene che orando dimostri loro come ei s'ingannino». Sì. Fa d'uopo che oggi nuovamente surgano gli uomini da bene, auspicati da Niccolò Machiavelli, a dimostrare ai popoli europei la via della salvezza e li persuadano ad infrangere gli idoli vani dell'onnipotenza di stati impotenti, del totalitarismo, alleato al nazionalismo e nemico acerrimo della libertà e della indipendenza delle nazioni. 

Se noi non sapremo farci portatori di un ideale umano e moderno nell'Europa d'oggi, smarrita ed incerta sulla via da percorrere, noi siamo perduti e con noi è perduta l'Europa. Esiste, in questo nostro vecchio continente, un vuoto ideale spaventoso. Quella bomba atomica, di cui tanto paventiamo, vive purtroppo in ognuno di noi. Non della bomba atomica dobbiamo sovratutto aver timore, ma delle forze malvagie le quali ne scatenarono l'uso. A questo scatenamento noi dobbiamo opporci; e la sola via d'azione che si apre dinnanzi è la predicazione della buona novella. Quale sia questa buona novella sappiamo: è l'idea di libertà contro l'intolleranza, della cooperazione contro la forza bruta. L'Europa che l'Italia auspica, per la cui attuazione essa deve lottare, non è un'Europa chiusa contro nessuno, è una Europa aperta a tutti, un'Europa nella quale gli uomini possano liberamente far valere i loro contrastanti ideali e nella quale le maggioranze rispettino le minoranze e ne promuovano esse medesime i fini, sino all'estremo limite in cui essi sono compatibili con la persistenza dell'intera comunità. Alla creazione di quest'Europa, l'Italia deve essere pronta a fare sacrificio di una parte della sua sovranità.

Scrivevo trent'anni fa e seguitai a ripetere invano e ripeto oggi, spero, dopo le terribili esperienze sofferte, non più invano, che il nemico numero uno della civiltà, della prosperità, ed oggi si deve aggiungere della vita medesima dei popoli, è il mito della sovranità assoluta degli stati. Questo mito funesto è il vero generatore delle guerre; desso arma gli stati per la conquista dallo spazio vitale; desso pronuncia la scomunica contro gli emigranti dei paesi poveri; desso crea le barriere doganali e, impoverendo i popoli, li spinge ad immaginare che, ritornando all'economia predatoria dei selvaggi, essi possano conquistare ricchezza e potenza. In un'Europa in cui ogni dove si osservano rabbiosi ritorni a pestiferi miti nazionalistici, in cui improvvisamente si scoprono passionali correnti patriottiche in chi sino a ieri professava idee internazionalistiche, in quest'Europa nella quale ad ogni piè sospinto si veggono con raccapriccio riformarsi tendenze bellicistiche, urge compiere un'opera di unificazione. Opera, dico, e non predicazione. Vano è predicare pace e concordia, quando alle porte urge Annibale, quando negli animi di troppi Europei tornano a fiammeggiare le passioni nazionalistiche. Non basta predicare gli Stati Uniti di Europa ed indire congressi di parlamentari. Quel che importa è che i parlamenti di questi minuscoli stati i quali compongono la divisa Europa, rinuncino ad una parte della loro sovranità a pro di un Parlamento nel quale siano rappresentati, in una camera elettiva, direttamente i popoli europei nella loro unità, senza distinzione fra stato e stato ed in proporzione al numero degli abitanti e nella camera degli stati siano rappresentati, a parità di numero, i singoli stati. Questo è l'unico ideale per cui valga la pena di lavorare; l'unico ideale capace a salvare la vera indipendenza dei popoli, la quale non consiste nelle armi, nelle barriere doganali, nella limitazione dei sistemi ferroviari, fluviali, portuali, elettrici e simili al territorio nazionale, bensì nella scuola, nelle arti, nei costumi, nelle istituzioni culturali, in tutto ciò che dà vita allo spirito e fa sì che ogni popolo sappia contribuire qualcosa alla vita spirituale degli altri popoli. Ma alla conquista di una ricca varietà di vite nazionali liberamente operanti nel quadro della unificata vita europea, noi non arriveremo mai se qualcuno dei popoli europei non se ne faccia banditore.

Auguro che questo popolo sia l'italiano. A conseguire il fine non giungerà tuttavia mai se non ci decidiamo subito, sinché siamo in tempo, ed il tempo urge, ad entrare nei consessi internazionali oggi esistenti. Essi sono per fermo imperfetti come quelli della vecchia Società delle nazioni; ma giova farne parte per potere dentro essi bandire e spiegare la buona novella. Perciò io voterò, pur col cuore sanguinante per le Alpi violate, a favore della ratifica del trattato, come mezzo necessario per entrare a fronte alta nei consessi delle nazioni col proposito di dare opera immediata, tenace, continua, alla creazione di un nuovo mondo europeo.

Utopia la nascita di un'Europa aperta a tutti i popoli decisi ad informare la propria condotta all'ideale della libertà? Forse è utopia. Ma ormai la scelta è soltanto fra l'utopia e la morte, fra l'utopia e la legge della giungla.

Che importa se noi entreremo nei consessi internazionali dopo essere stati vinti ed in condizioni di inferiorità economica! Se vogliamo mettere una pietra tombale sul passato; se vorremo non più essere costretti a chiedere aiuti ad altri, ma invece essere invitati a partecipare da paro a paro al godimento di quei beni del mondo alla cui creazione noi pure avremo contributo, dobbiamo non aver timore di difendere le idee le quali soltanto potranno salvare l'Europa. La forza delle idee è ancora oggi – ché l'Europa non è per fortuna del tutto imbarbarita e non è ancora adoratrice supina delle cose materiali – la forza delle idee è ancora oggi la forza che alla lunga guida il mondo. Non è nel momento in cui quattrocento milioni di indiani riconquistano, col consenso e con l'aiuto unanime del popolo britannico, la piena indipendenza, che noi vorremo negare la supremazia incoercibile dell'idea. Un uomo solo, il Mahatma Gandhi, ha dato al suo paese la libertà predicando il vangelo non della forza, ma della resistenza passiva, inerme al male.

Perché non dovremmo anche noi far trionfare in Europa gli ideali immortali, i quali hanno fatto l'Italia unita e si chiamano libertà spirituale degli uomini, elevazione di ogni uomo verso il divino, cooperazione tra i popoli, rinuncia alle pompe inutili, tra cui massima la pompa nefasta del mito della sovranità assoluta?

Difendendo i nostri ideali a viso aperto, rientrando, col proposito di difenderli a viso aperto, nella consociazione dei popoli liberi, e prendendo con quell'intendimento parte ai dibattiti fra i potenti della terra, noi avremo assolto il nostro dovere. Se, ciononostante, l'Europa vorrà rinselvatichire, non noi potremo essere rimproverati dalle generazioni venture degli italiani di non avere adempiuto sino all'ultimo al dovere di salvare quel che di divino e di umano esiste ancora nella travagliata società presente. 

Fonte: Camera dei Deputati, atti assemblea costituente.


venerdì 4 dicembre 2020

#Camaldoli2021 per un centro partecipato


Nei giorni scorsi è emersa una proposta interessante per la nostra area culturale e politica di centro: una "Camaldoli 2021" per riunire i popolari italiani.

La proposta è stata fatta da Ettore Bonalberti, sul sito alefpopolaritaliani.eu,  ripresa dall'on. Giorgio Merlo, sul ildomaniditalia.eu.
Noi di "Forum al Centro", siamo da molti mesi impegnati nella rinascita culturale e (pre) politica del centro riformista, popolare, liberale e moderato e pertanto, vorremmo dare il nostro umile contributo all'idea denominata "Camaldoli 2021", cioè di uno spazio di confronto costruttivo, partecipato e condiviso. Un evento nel quale si elabori un nuovo pensiero forte, ma con radici solide, nuove idee condivise, nuove politiche di centro concrete e realizzabili.
Vorremmo solo aggiungere due proposte, per la migliore riuscita dell'evento:
- dovremmo coinvolgere tutti i "centristi" italiani, chi non si riconosce nel bi-populismo, chi non vuole più scegliere il meno peggio tra destra e sinistra;
- dovremmo ideare un evento digitale, per permettere a tutti di partecipare, la convention centrista e il successivo percorso, saranno efficaci se partono dalla massima partecipazione e non solo dalla semplice addizione di classe dirigente.
Noi ci siamo, con passione, determinazione e umiltà.

Vi ringraziamo per l'attenzione.

#ForumAlCentro

martedì 1 dicembre 2020

Italia: Siamo o no da “RECOVERY”?

di Erminia Mazzoni

Ursula Von der Leyen, nel suo intervento alla Bocconi di Milano, ha cercato di sminuire la preoccupazione in merito alle osservazioni inviate all’Italia sul Recovery Plan. La Presidente dopo un affettuoso incipit - “Per noi l’Italia è importante” - ha annunciato che la lettera partita da Bruxelles all’indirizzo di Palazzo Chigi contiene SOLO l’invito al Governo a fare le riforme chieste (#PA #GIUSTIZIA #FISCO #LAVORO #PENSIONI) e a finalizzare a una strategia di crescita la spesa. E ora come la mettiamo?!

Queste sono da sempre le note dolenti del nostro paese.

Le Riforme strutturali sono una precondizione per accedere alle risorse Ue nella politica di coesione. Non a caso l’Italia ha da anni sul tavolo questi pilastri e, ciclicamente e con intervalli sempre più brevi, vara riforme. Con questo, peraltro, aumentando lo stato di incertezza e conseguente instabilità del paese! È un escamotage che ci consente di guadagnare il tempo dell’entrata a regime e, nel frattempo, ottenere da Bruxelles il via libera a spendere. Quando, poi, il monitoraggio Ue si conclude, con la consueta bocciatura per volume e qualità della spesa, si ritorna, come nel gioco dell’oca, al punto di partenza. L’Italia negozia un termine per approvare nuove riforme e la giostra riparte. Tutto questo accade perché in realtà l’UE ha bisogno di noi e, quindi, fa la faccia cattiva ma poi tratta. Secondo i più questo è il punto di forza dell’Italia, per me è il punto di maggior caduta. Viviamo in una dimensione di alterità l’Unione, quasi come il cittadino che parla dello Stato come altro da se. Invece di impegnarci per migliorare condizione di partenza e prospettive, utilizziamo risorse ed energie per sottrarci agli obblighi che noi stessi abbiamo contribuito a definire. Le coordinate costrittive (almeno così vengono avvertite in molti casi) dell’Unione sono state pensate per creare un’area geopolitica di stabilità socio-economica e per rafforzare quest’area nel mercato mondiale. E invece la cattiva abitudine dei giorni nostri che predilige l’inconsistenza dell’annuncio alla sostanza della proposta ci ha portato a dimenticare perché abbiamo fondato l’UE e perché abbiamo lavorato di diplomazia perché altri 21 paesi lo facessero e ad usare l’Unione come capro espiatorio delle nostre responsabilità. Se qualcosa non va è colpa di Bruxelles. Dai racconti popolari sembra che nell’Ue ci siamo finiti per caso e che ci rimaniamo per debolezza, facendo, con tale semplicismo, piazza pulita di tutte le ragioni storiche, politiche, sociali ed economiche sottese a uno sforzo di condivisione di alcuni asset strategici in una dimensione sovranazionale.

Ora l’occasione di una maggiore disponibilità di risorse e di un temporaneo allentamento dei parametri di stabilità e concorrenza interna rischia di andare sprecata a causa di questo nostro pessimo modo di interpretare l’appartenenza alla Unione.

Siamo a Dicembre e siamo senza un piano che risponda ai requisiti. È stato apposto un vincolo di segretezza ai lavori in corso, come ha detto il ministro delle Politiche Europee, per non turbare gli equilibri. Questo a dispetto di quella obbligatoria concertazione dal basso che dovrebbe animare la redazione del piano. Il Governo, in più, annuncia di voler costituire una task force di esperti o una cabina di regia per trasformare in meno di un mese l’elenco della spesa prodotto a settembre, e bocciato dalla Ue, in un piano strategico di ricostruzione e crescita.

Forse dovremo ringraziare Polonia e Ungheria che con le loro battaglie sui valori comuni stanno rallentando il processo accordandoci un secondo tempo per recuperare il ritardo accumulato. Perché noi intanto sui quei 209 miliardi contiamo, perché oltre al debito, che aumenta, non abbiamo espresso capacità diverse per coprire i maggiori bisogni del sistema nel dopo-COVID.

http://www.askanews.it/video/2020/11/28/ursula-von-der-leyen-con-le-riforme-giuste-litalia-ripartirà-20201128_video_16125446/

sabato 28 novembre 2020

Cancellare il debito? Anche NO! - Gruppo “Economia, lavoro e ambiente”

 Di Leonardo Gaddini

Qualche giorno fa, il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro ha dichiarato a Bloomberg che la BCE dovrebbe “cancellare” il debito pubblico acquistato durante la pandemia, subito dopo diversi esponenti della maggioranza (specialmente del M5S) hanno sostenuto questo "cambio di passo" da parte della BCE. Anche il Presidente del Parlamento europeo David Sassoli ha definito la proposta "interessante". In realtà questa misura non è affatto nuova, già in passato diverse forze politiche avevano proposto misure del genere, però di solito venivano avanzate da Partiti euroscettici di estrema Destra e/o Sinitra (tantochè il responsabile economico della Lega Claudio Borghi ne ha rivendicato la paternirtà) e mai da un esponente di un Governo. Ma in cosa consiste la "cancellazione"? 

In passato con questo termine ci si riveriva all'annullamento del debito che i Paesi in via di sviluppo hanno nei confronti dei Paesi industrializzati. La proposta fu oggetto di una vasta campagna negli anni novanta, condotta da una grande coalizione di organizzazioni non governative. Essa fece sì che la cancellazione del debito venne presa in considerazione da molti Governi del mondo Occidentale e divenne un obiettivo esplicito di organizzazioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. Soprattutto, fu varata l'iniziativa nota come HIPC (Heavily Indebted Poor Countries), il cui scopo è garantire l'annullamento sistematico del debito per le nazioni più povere, cercando al contempo di garantire che vengano prese azioni allo scopo di ridurre la povertà di tali Paesi. 

Gli oppositori della cancellazione del debito sostengono che essa corrisponde a un assegno in bianco consegnato a Governi (spesso corrotti), che alla fine non usano questi fondi esclusivamente per combattere le povertà, ma per altri fini personali. Inoltre, la cancellazione del debito viene giudicata ingiusta nei confronti di quei Paesi che hanno fatto sacrifici anche grandissimi per non indebitarsi, e costituisce un precedente che potrebbe spingere i Paesi del Terzo Mondo a indebitarsi in modo incosciente sperando in una futura cancellazione. In questo senso, chi si oppone alla cancellazione del debito preferirebbe vedere le stesse somme utilizzate per piani di aiuto specifici. Insomma di solito la cancellazione vine chiesta (e concessa) dai Paesi del Terzo/Quarto Mondo che non hanno nessuna possibilità di ripagare il debito. Ma la BCE ha il potere di cancellare il debito di un Paese membro dell'UE?

La risposta è NO! come ha giustamente detto la Presidente della BCE Christine Lagarde: “una cancellazione del debito sovrano posseduto dalla BCE attraverso i programmi di QE è impossibile perché violerebbe i Trattati”. Il TUE e il TFUE infatti non solo non danno questo potere alla BCE, ma proibiscono proprio interventi di questo tipo. Ma anche se si potesse fare il problema della cancellazione del debito è a tutti gli effetti duplice: politico e finanziario. Politico, perché non ci sarebbe ad oggi alcun consenso tra i Governi dell’Eurozona per varare una misura così estrema. Finanziario, perché è vero che la BCE può stamparsi tutta la moneta che vuole, ma se così facesse rischierebbe di perdere la fiducia dei mercati

Come reagirebbero infatti investitori, imprese e famiglie al fatto che Francoforte stampi euro a piacimento? Inizierebbero a sbarazzarsi delle banconote per paura che perdano valore o sarebbero soddisfatti delle conseguenze della scelta e chiuderebbero un occhio? E poi se i popoli e gli stessi Governi desumessero che i debiti fossero solo sulla carta e sempre pronti ad essere cancellati con un "clic del mouse" nel caso di crisi economica, entrambi sarebbero portati a mettere in atto comportamenti da azzardo morale. I primi, in qualità di elettori, inizierebbero a premiare i programmi politici spendaccioni, i secondi li realizzerebbero senza grosse resistenze mentali, entrambi confidando che prima o poi la BCE li acquisti per eliminarli successivamente. Finiremmo nel disordine economico più assoluto. Perché mai chiudere i bilanci in pareggio? Anzi, perché mai dovremmo pagare le tasse, se possiamo finanziare i servizi totalmente a debito e successivamente farcelo condonare dalla banca centrale? Scordiamoci quindi che la cancellazione del debito da parte della BCE avvenga nelle modalità sopra indicate, perché appare politicamente insostenibile.

In più bisogna anche precisare che questa proposta è stata avanzata poco prima che la Camera e il Senato votassero (praticamente all’unanimità) uno scostamento di bilancio da 8 miliardi di euro. In pratica proprio mentre il Parlamento approva la necessità di un maggiore indebitamento, il Governo comunica ai mercati internazionali che il debito italiano potrebbe avere problemi di sostenibilità e che potrebbe non essere rimborsato. Questi interventi hanno quindi rischiato di incrinare la già flebile fiducia dei mercati nei confronti del nostro Paese. Anche perchè essa è arrivata dopo gli ennesimi bonus "a pioggia" dati dal nostro Governo a imprese fallimentari (Alitalia in primis, ma non solo) che hanno aumentato molto lo scostamento, infatti meno di 1 miliardo è stato usato per sostenere la sanità. Insomma invece di pensare come stanno facendo gli altri Paesi europei (e non solo) a una strategia chiare che guardi anche al futuro e alle nuove generazioni, il nostro Governo continua con i soliti stratagemmi per "vivere alla giornata" senza una chiara idea di come affrontare la ricostruzione post Covid.

mercoledì 25 novembre 2020

#giornatamondialecontrolaviolenzasulledonne #DonnealCentro

 di Valeria Frezza


Il 16 ottobre 2019 condividevo il mio primo articolo sulla questione dell'emancipazione femminile e delle pari opportunità per #DonnealCentro che trovate qui di seguito.

Questo hashtag è nato all'interno dell'esperienza del #ForumalCentro, forum apartitico di ispirazione centrista per tutti i cittadini e le cittadine che desiderano partecipare  ad uno spazio social per parlare di politica e dei problemi del Paese.

L'hashtag #DonnealCentro promuove una maggiore partecipazione delle donne nei tanti ambiti in cui risulta ancora esclusa.

Dopo un anno il ns forum è cresciuto e di questo sono contenta ma devo ammettere che ad oggi ci vuole ancora molto impegno perchè realizzare la parità di genere non è una questione dell'élite che è al potere ma deve coinvolgere tutte le donne e ciò significa anche gettare le basi per una cultura di pace e soprattutto senza violenza contro le donne e quindi auspico una maggiore partecipazione di tutti e soprattutto delle donne.

Le trappole che ingabbiano la politica

 di Armando Dicone

Da troppi anni, 26 per l'esattezza, la politica italiana cerca di trovare il giusto equilibrio dal post tangentopoli e dal post muro di Berlino. Due eventi che cambiarono la politica e che costrinsero la classe dirigente, a trovare soluzioni per superare la forza degenerativa della partitocrazia e il superamento delle ideologie del '900. Le ricette sono state utili? Abbiamo migliorato la politica? Premetto che le due esigenze erano preminenti e che nuove soluzioni erano doverose e necessarie, ma penso che la risposta, ai due quesiti, non possa che essere negativa.

Esaminiamo le trappole che hanno ingabbiato la politica italiana:


-Maggioritario. Il nuovo sistema elettorale avrebbe dovuto garantire la stabilità dei governi. Il risultato negativo è oggettivo, solo negli ultimi 15 anni abbiamo cambiato 9 governi, cioè 1 governo ogni 18 mesi, in Germania, con il proporzionale, la Merkel governa esattamente da 15 anni;


-Leaderismo. Altra trappola causata dal cambio del sistema elettorale e quindi del sistema politico, è stata l'introduzione della figura del leader maximo. Un capo a cui si deve dire sempre di sì, che sceglie la classe dirigente del "proprio" partito in base alla fedeltà e non alla meritocrazia e alle competenze. Un capo che quando va in TV scatena la tifoseria, guarda lo share e i sondaggi del giorno dopo;


-Partiti "vuoti". Siamo in presenza di comitati elettorali del capo non di partiti, semplici club del leader che comanda e decide la linea politica, in alcuni casi senza neppure svolgere congressi e laddove si svolgono si fanno primarie per scegliere il capo. Il capo elimina il rapporto tra elettori e classe dirigente locale poiché tutto deve essere lo "specchio delle sue brame". Chi non condivide la linea del capo del momento, fa un altro partito personale e così fino all'infinito.


-Immediatezza. Tutto deve essere veloce, immediatamente misurabile. Ogni azione deve essere supportata da un vantaggio elettorale anche a scapito del Paese. Il ragionamento, la riflessione e il tempo, sembrano essere categorie politiche contrarie alla logica dell'accattonaggio mediatico.

Se vogliamo liberare la politica italiana e quindi ricostruirla, dobbiamo intervenire sulle trappole. Dobbiamo passare ad una legge elettorale proporzionale, dove ogni partito presenta il proprio programma, le proprie idee e i propri valori agli elettori; dobbiamo costruire partiti solidi, aperti, partecipati, con regole certe di democrazia interna e con un pensiero politico alla base.

Noi centristi, ingabbiati più di altri in questi anni, dobbiamo riscoprire il senso delle nostre, diverse ma affini, culture politiche. Dobbiamo usare il digitale per incontrarci, condividere e decidere, dobbiamo coltivare un nuovo albero che abbia radici solide, dobbiamo superare lo scontro tra chi è stato a destra e a sinistra, dobbiamo riscoprire la passione per la politica e farla conoscere a tanti giovani che "domandano" ma non trovano un'"offerta" credibile.
Dobbiamo liberarci dalla trappola del bipolarismo forzato, dobbiamo essere liberi di unirci.

Grazie per l'attenzione.

martedì 17 novembre 2020

Il centrismo di Sturzo

di Armando Dicone

Grazie a questo articolo mi sono "innamorato" di Sturzo. Tra i tanti scritti, discorsi e articoli, "il nostro centrismo" è quello che a mio avviso rappresenta la vera essenza del pensiero politico sturziano.
Leggendolo potrete notare la concretezza, la determinazione e la chiarezza del suo messaggio. Dobbiamo riscoprire il suo insegnamento con la coerenza delle idee e dei conseguenti comportamenti, il centrismo è un pensiero forte che non andrebbe "diluito".
Buona lettura.
Il nostro centrismo. Don Luigi Sturzo

Articolo pubblicato sul Popolo nuovo il 26 agosto del 1923.

L' accusa che si ripete con insistenza da avversari e da ex-amici è che il partito popolare italiano vada a sinistra, e che non è più un partito di centro.

Questa topografia di destra, sinistra e centro deriva da un semplicismo politico, troppo banale; e poiché manca di contenuto specifico, crea confusioni equivoci ed errori, e forma pregiudizii deplorevoli.

Vediamo di portare un po' di ordine in queste idee confuse, anzitutto per intenderci fra di noi, e poi per obbligare gli altri a non fraintenderci, almeno quelli in buona fede, e non sono pochi.

1. Andiamo per eliminazione: il nostro centrismo non è una linea mediana fra i destri e i sinistri, come a dire un colpo alla botte ed uno al cerchio, ovvero una specie di giudizio di Salomone, un'altalena di teoria e di pratica politica, atta a scontentare tutti o a contentare un po' per uno. Politica da equilibrista, che si ridurrebbe in fondo a non sapere che pesci pigliare ed essere a Dio spiacente ed ai nimici sui. Questa concezione è semplicemente esclusa; sia perché sarebbe un vero nullismo o un semplice opportunismo; sia perché mancherebbe della logica programmatica, che fa discendere, da alcuni principii ideali e da varii postulati fondamentali, le ragioni pratiche dell'azione e le posizioni politiche di lotta e di realizzazione.

2. Altra eliminazione: destra e sinistra nell'interno di un partito, di qualsiasi partito, che abbia un'omogeneità sia pure elementare, cioè quella schematica del programma dello statuto e delle finalità, non possono significare due correnti irriducibili avverse, che ciascuna pretende avere ragione e sopraffare l'altra; poiché in questo caso si tratterebbe di due partiti o di due fazioni; non mai di tendenze nel seno dello stesso partito, sia che tali tendenze fossero stabilizzate attorno ai problemi generali, sia che fossero invece eventuali atteggiamenti su determinate soluzioni.

3. Terza eliminazione: il centrismo dei popolari non è una pura posizione parlamentare, come elemento di equilibrio fra una destra reazionaria e una sinistra socialista, o come semplice integrazione di governi liberali-democratici; simile interpretazione o figurazione topografica è stata smentita dalle diverse combinazioni e dai vari orientamenti dei partiti in quasi cinque anni di esistenza del nostro partito; il quale alla Camera si è trovato per tre anni di seguito (novembre 1919 - ottobre 1922) nella necessità di partecipare a tutti i governi per formare la maggioranza governativa, ed ha cercato di inserire nei vari programmi di governo, alcuni dei postulati pratici propri, quali l'esame di Stato, le leggi agrarie, la libertà di commercio, il riconoscimento dei sindacati, la funzione del movimento cooperativo e simili.

Per questo il nostro gruppo parlamentare è stato avversato e tollerato dai vari partiti di governo, che avrebbero fatto a meno dell'esistenza di questo terzo incomodo nell'attività parlamentare; ma che per ragioni di numero erano costretti a cercarlo, a blandirlo, per poi spesso sopraffarlo. Questa posizione parlamentare può non ripetersi; ciononostante il nostro partito resterà anche in parlamento un vero partito di centro.

4. Spieghiamo allora cosa intendiamo per centrismo. Per noi il centrismo è lo stesso che popolarismo, in quanto il nostro programma è un programma temperato e non estremo: - siamo democratici, ma escludiamo le esagerazioni dei demagoghi; - vogliamo la libertà, ma non cediamo alla tentazione di volere la licenza; - ammettiamo l'autorità statale, ma neghiamo la dittatura, anche in nome della nazione; - rispettiamo la proprietà privata, ma ne proclamiamo la funzione sociale; - vogliamo rispettati e sviluppati i fattori di vita nazionale, ma neghiamo l’imperialismo nazionalista; e così via, dal primo all’ultimo punto dei nostro programma ogni affermazione non è mai assoluta ma relativa, non è per sé stante ma condizionata, non arriva agli estremi ma tiene la via del centro.

Questa posizione non è tattica. E' programmatica, cioè non deriva da una posizione pratica di adattamento o di opportunità: ma da una posizione teorica di programma e di idealità. E la ragione di questa posizione teorica ha la sua origine in un presupposto che caratterizza la ragione etica della vita quale la vediamo noi al lume del cristianesimo: - noi neghiamo che nella vita presente si possa arrivare ad uno stato perfetto, ad una conquista definitiva ad un assoluto di bene.

I socialisti dicono: il male viene dall'ordinamento borghese della società; bisogna abbatterlo, dopo verrà il novus ordo: essi sono estremisti, perché arrivano ad una concezione assoluta. I fascisti dicono: la nazione potrà prosperare solo quando sarà "fascistizzata" negli ordinamenti, nel pensiero, nella vita sociale; essi tendono ad un assoluto e quindi sono anch'essi "estremisti". Chiamiamoli per pura comodità gli uni estremisti di sinistra, gli altri estremisti di destra, e ciò in riferimento alla società borghese; ma la tendenza "monopolista", "assolutista", "estremista" è nella natura del loro movimento.

Nel movimento popolare invece non c'è la futura età di Saturno, la città del Sole, il 2000, la repubblica di Platone e simili ottimismi; perché la nostra fede cristiana e il nostro senso storico ci portano a valutare la vita presente come un "relativo" di fronte ad un "assoluto", e quindi diamo valore fondamentale, anche nella vita pubblica, all'etica, che è per noi norma insopprimibile, e superiore a quella che si chiama "ragion politica" o "ragione economica"; e questo ci dà il senso di relatività, che incentra i problemi, e non li fa come per sé stanti, come fini assoluti da dover raggiungere per un logico predominio e per una ferrea legge.

La mancanza di estremismo programmatico e finalistico, e il suo fondamento etico, che deriva dalla concezione cristiana del popolarismo, contribuiscono fortemente ad escludere nei popolari estremismo di metodo; cioè la realizzazione di mezzi rivoluzionari o violenti o antilegali. E mentre tutti i partiti, che non appoggiano la loro etica sul cristianesimo, possono divenire rivoluzionarii, nel senso di sovvertire gli ordinamenti legali con la violenza con l'illegalismo e con la dittatura, il nostro partito non può mai divenire rivoluzionario o violento, e se accede in casi concreti alle ragioni che muovono altri a far le rivoluzioni, esso rimane sempre quello che il consiglio del partito, nell'appello del 20 ottobre 1922 (alla vigilia della marcia su Roma), chiamò riserva morale della nazione! - Sempre!
Questa è la natura e la ragione sostanziale del nostro centrismo come partito politico.

5. Ma se è così, perché mai ci dicono che il partito ora vada a destra, ora invece vada a sinistra? Lasciamo stare i motivi polemici; ce ne son tanti e servono sempre agli avversari. I socialisti diranno sempre che il partito popolare va a destra, a furia di dirlo, in cinque anni dovremmo essere già all'estrema destra; e lo stesso vale per i liberali conservatori e oggi anche per gli ex-amici; per tutti costoro il partito cominciò ad andare a sinistra appena sorto, e via via avremmo già superato i comunisti: infatti ci dissero un tempo che eravamo peggio dei bolscevichi.

La verità è un'altra: - mentre il programma la natura del partito creano una ragione centrista sia di sostanza che di metodo; la necessità di affermare il partito nella vita e di realizzarne i postulati crea quelle che si chiamano posizioni di battaglia; ed è naturale che ogni posizione di battaglia trovi coloro che resistono e che quindi fanno da antagonisti: altrimenti non vi sarebbe più lotta.

Infatti quando nel 1919 e nel 1920 ci opponemmo agli scioperi generali, i nostri antagonisti furono i socialisti; quando nel 1920 iniziammo la campagna per la colonizzazione del latifondo e la riforma dei patti agricoli, furono gli agrari ed i conservatori; quando nel 1921 iniziammo la lotta contro i provvedimenti finanziari, il nostro antagonista fu Giolitti; quando nel 1922 sostenemmo l’esame di Stato i nostri antagonisti furono i democratici sociali; quando nel presente anno abbiamo combattuto la riforma elettorale politica, i nostri antagonisti sono stati i fascisti.

Destra o sinistra? Ma che c'importa della topografia! Chiamatela come vi pare, per noi è battaglia oggettiva, concreta, logica, che risponde ai nostri principii, ai nostri postulati, alle esigenze politiche del nostro partito. Se nel caso concreto, una nostra posizione di battaglia giovi o nuoccia ad una delle frazioni politiche del paese, sia o non sia opportuna in un determinato momento, tutto ciò fa parte della valutazione politica, che spetta ai dirigenti, ma non sposta la posizione di un partito che segue la sua linea e tenta le sue realizzazioni; anzi manifesta una ragione di polarizzazione di altri partiti e gruppi che vengono così costretti a valutare e rivalutare le posizioni da noi assunte.

Solo così siamo noi e tendiamo a far sì che il nostro pensiero e il nostro programma vengano discussi dagli altri, e possano in parte o in tutto realizzarsi.

6. Alcuno dirà che perché un modo di esprimersi entri nell'uso comune deve avere una ragione; non per nulla da parecchio tempo in Italia si parla di destra e di sinistra: ci deve essere una ragione.

L'osservazione è giusta, ma bisogna spiegare la portata di questa formula sintetica. Dopo la guerra, per sinistra fu caratterizzato il movimento socialista e quell'altro social-democratico che lo favoriva; per destra invece fu caratterizzato quello che vi si opponeva e che poi sboccò nel nazional-fascismo. Fra questi due poli si svolse la nostra politica; e il terzo elemento, il popolare, per potersi piazzare nell'opinione pubblica così orientata, avrebbe dovuto saltare il fosso e presentarsi o come sola destra o come sola sinistra; il fatto che invece volle restar centro, cioè quello che era, diede alle due ali avverse la spinta o a favorirlo o ad avversarlo.

Ora tutto il problema sta qui: c'è posto nella lotta politica per un terzo termine? Noi diciamo di sì, e perciò vogliamo mantenerlo puro; invece questo negano oggi i fascisti e ci voglio decomposti, e ridotti a massa di manovra clericale per comodo dei destri; questo negarono e negano i socialisti, che ci hanno sempre conteso la possibilità dell'organizzazione operaia; e questo negano in parte anche gli amici o ex-amici di dentro e di fuori, affetti dal morbo della filìa, che tenta creare nel partito la orientazione e la stabilizzazione delle tendenze, le quali come gruppi a sé sono stati sempre combattuti e riprovati.

La filìa è un morbo, che deriva dalla poca fiducia e dalla poca convinzione della nostra ragione politica di partito e dei suoi destini; perciò ci sono quelli che credono che è meglio dare al partito popolare un po' più di tinta democratica e sociale e fanno i filo-socialisti; i quali un tempo eccedettero in cravatte nere e in canti di bandiere bianche e in filippiche anti-padronali. Altri invece che credono che il mondo può essere salvato dal manganello meglio che dalla croce, almeno il mondo della proprietà e della ricchezza; oppure che a metter l'ordine, anche senza giustizia e senza libertà, può esser tollerabile la dittatura, e perciò divengono filo-fascisti; fino a votare la legge di riforma elettorale che lede nel suo fondamento i principii costituzionali.

Ecco che gli uni e gli altri diranno che il centrismo del partito non è stato un bene; e che bisogna andare o a destra o a sinistra.

Superate le vostre filìe, abbiate fiducia nel partito popolare, come termine raggiungibile di attività politica e quindi anche di dominio delle nostre idee e delle nostre forze, e allora vi accorgerete che l'attività del partito segue la sua linea, la sua natura, la sua responsabilità puramente centrista, perché popolare.

La filìa è come gli occhiali colorati che fanno vedere negli oggetti i colori che non ci sono. Oggi è la volta del sinistrismo del partito; coloro che lo vedono sono proprio i popolari o gli ex-popolari filo-fascisti. Ieri quegli altri, i sinistri i filo-socialisti, vedevano invece che il mondo popolare andava troppo a destra.

Sono le due piccole ali del partito che fan rumore, perché hanno troppe cose da dire agli altri, e quasi mai delle cose serie e importanti da dire a noi. Questa è la storia, per noi ormai superata, della destra e della sinistra.


Parliamo invece del popolarismo che non piega né a destra e né a sinistra: questo è il nostro partito, il vero partito di centro; in questo partito abbiamo fiducia, e vogliamo che esso superi le difficoltà dell'oggi nella chiara visione del nostro programma e delle nostre finalità politiche e morali.

mercoledì 11 novembre 2020

Il pensiero di don Luigi Sturzo sulla pace

 di Valeria Frezza


Il pensiero di don Luigi Sturzo sulla pace

Don Luigi Sturzo sentì come una sua missione quella di introdurre la carità nella vita pubblica nella convinzione che l’amore cristiano doveva essere l’anima della riforma della moderna società democratica, nella quale le persone sono chiamate a partecipare responsabilmente alla vita sociale per realizzare il bene comune. Da queste premesse Sturzo concepirà l’impegno politico come dovere morale e atto d’amore strettamente collegato con la sete per la giustizia, con la difesa della libertà e con la promozione della pace. 
Il pensiero di Sturzo sulla pace fu provocato dalle particolari circostanze storiche del “secolo breve” caratterizzato da due guerre mondiali, dall’affermarsi di vari totalitarismi e da alcune guerre particolari come la guerra coloniale d’Etiopia condotta dall’Italia e la guerra civile spagnola. Le riflessioni di Sturzo sui problemi della pace e della guerra sono articolate e suscettibili di maturazione e sviluppi.
Egli passa dalla tradizionale posizione della “guerra giusta” fino al rifiuto totale della guerra nella società contemporanea. 
Nell’ultimo punto del programma del Partito Popolare Italiano pubblicato cento anni fa si richiedeva la costituzione della «Società delle nazioni con i corollari derivanti da un’organizzazione giuridica della vita internazionale: arbitrato, abolizione dei trattati segreti e della coscrizione obbligatoria, disarmo universale». 
Il lungo esilio prima a Londra e poi negli Stati Uniti offrì a Luigi Sturzo l’opportunità di una riflessione più organica sui temi della pace e della guerra, che trovò una sintesi sistematica nell’opera "La comunità internazionale e il diritto di guerra", pubblicato in Gran Bretagna nel 1929. 
Gli argomenti sturziani riguardo al superamento della concezione di una “guerra giusta” e all’impegno politico per la pace si possono sintetizzare in alcuni punti: la politica è buona solo quando è “retta” ossia si richiama ai valori morali e innanzitutto al rispetto della persona umana; le nazioni devono essere, in alcuni casi, sottoposte a precisi limiti politici da parte di un’organizzazione internazionale che abbia un’autorità morale universalmente riconosciuta; la Società delle nazioni è di fondamentale importanza per una cultura politica in favore della pace; la politica deve indirizzare l’economia e non viceversa; la necessità di un’educazione e un’autoeducazione delle persone a partire dai giovani a una cultura di pace alla luce dell’universalismo evangelico. 
A proposito della guerra di Spagna Luigi Sturzo scrisse nel giugno del 1937:

«Noi non crediamo alla necessità di alcuna guerra, sia essa fatta in nome della religione o in nome della nazione; in nome del diritto o in nome della patria. (…) Lo spirito cristiano deve soffiare nella vita sociale e politica allo stesso modo e con la stessa efficacia che nella vita personale e familiare. Esso ci porta a dare importanza ai valori morali anche nei rapporti fra i popoli; a cercare le soluzioni pacifiche; a evitare i massacri di guerra. Le grandi rivoluzioni morali (e questa sarà una) cominciano da piccoli e incerti inizi e per la fede di pochi. La fede che la guerra non è più legittima (perché è evitabile); non è più necessaria (perché non è legittima); non è più fatale (perché non è necessaria), è la fede che oggi ci vuole». 

Alla teoria di una presunta inevitabilità della guerra don Sturzo contrappone le ragioni della buona politica caratterizzata dal primato dell’etica che trova nell’amore cristiano il suo nucleo fondamentale. 
Di fronte alle atrocità delle guerre moderne egli scrisse:

«Occorre sapere affermare la teoria cristiana della pace e guardare in faccia le guerre moderne, distruggitrici di ogni ordine e bene morale e materiale, i cui effetti pesano per più generazioni, la cui mostruosità è centuplicata dai mezzi scientifici che si impiegano a danno non solo dei nemici, ma del proprio popolo: perché ormai vincitori e vinti sono sotto la stessa legge di distruzione» (30 luglio 1936). 

Nel 1937 a proposito di una settimana di preghiere per la pace indetta dai giovani cattolici europei, scrisse:

«Se ci fosse una fede viva, quella che trasporta le montagne, noi avremmo la pace di Dio sia nelle nostre anime, sia nella società sia fra i popoli. Allora la nostra preghiera sarebbe esaudita. Ma la fede manca: quanti pensano che basti alla preghiera per la pace? Pochi, pochi. Perché non comprendono che la preghiera non è solo quella di prostrarsi in chiesa e stendere le mani a Dio; ma quella di attuare praticamente quell’amore di Dio e al prossimo che la preghiera esprime. Oggi sembra che non la pace si cerchi, né per la pace si preghi, ma per la vittoria dell’uno e la sconfitta dell’altro, uno esaltato, l’altro disprezzato o odiato in nome d’ideali profani (fascismo o comunismo), più che in nome dell’amore di Dio e del prossimo» (6 novembre 1937). 

Don Luigi Sturzo scrisse nel 1938 in un articolo:

«L’ordine internazionale (quello naturale e ancora più quello cristiano) non può poggiare sull’immoralità elevata a principio, quale sarebbe se si ammettesse che la politica internazionale non ha né caratteri né limiti morali, e che gli uomini che fanno la politica internazionale, per ciò stesso, non sono obbligati a osservare la legge morale. (…) La morale cristiana, anche nell’ordine internazionale non è altro che “verità, giustizia e carità”. (…) Quando si approvano le aggressioni, si lodano le guerre riuscite, anche se ingiuste, si accettano le violazioni dei trattati, si difendono i bombardamenti aerei contro le città e i villaggi indifesi e fuori della zona di guerra, o comunque fatti per terrorizzare le popolazioni civili e non i combattenti; quando si irride a tutti gli sforzi fatti o da fare per costruire una comunità degli stati, (…) quando si basa la società sulla forza, sul dominio di razza, sull’oppressione delle minoranze, dei dissidenti, dei deboli, allora non si ascolta la chiesa, non si obbedisce al Vangelo, non si gettano le basi di un vero ordine internazionale, non si potrà mai ottenere la pace, quella che la Chiesa prega dicendo: Da pacem, Domine, in diebus nostris» (18 agosto 1938). 

La “carità politica” testimoniata da don Luigi Sturzo si rivela di grande attualità, in un momento in cui assistiamo a un disamore e a una sfiducia nei confronti della partecipazione politica da parte soprattutto delle giovani generazioni e a una crisi dello spirito di solidarietà fra individui, classi e nazioni, com’è attuale il pensiero di don Sturzo sul ripudio della guerra e la promozione della pace di fronte alle sfide provenienti nella nostra società globale, dalla «guerra mondiale a pezzi», evocata da Papa Francesco.

Fonte: Primato dell’etica e carità politica