lunedì 25 gennaio 2021

Radio messaggio di Alcide De Gasperi del 5 gennaio 1952

Non vi parlerò dell’Italia, ma dell’Europa e non dell’Europa di ieri e di oggi, ma dell’Europa di domani, di quell’Europa che vogliamo ideare, preparare e costruire.


Che cosa s’intende fare quando si parla di una Federazione europea? Ecco all’ingrosso di che si tratta: di una specie di grande Svizzera, che comprende italiani, francesi e tedeschi: tutta gente divenuta pacifica, laboriosa e prospera.

Ma taluno domanderà perché a proposito di questa impresa pacifica, si parla sempre di eserciti, di organizzazione militare, di armamenti. Rispondo che così si presentano le cose nella storia.

La Svizzera come è nata? Da una necessità di comune difesa. Gli Stati Uniti come sono nati? Da una guerra di indipendenza, da un ideale di libertà. Tutte le altre Confederazioni più o meno sono nate da questa esigenza reale di popoli che sentono la necessità di mettere insieme i loro sforzi per costruire qualcosa di nuovo e dare un assetto diverso alla loro vita comune e collettiva.

Ecco perché non c’è nulla di strano che questa idea vada maturando, che questa possibilità si apra sull’orizzonte dell’avvenire e si apra proprio nel momento in cui si discute di armi, di riarmo, di necessaria difesa, di mettersi insieme per la difesa delle proprie libertà.

Ma non bisogna confondere quella che è l’occasione, il mezzo, la via per la costruzione, cioè il punto di partenza, con la costruzione stessa, col nostro ideale.

Non è che vogliamo creare un’organizzazione di armati, un campo trincerato in cui sia sempre necessario stare in armi per difenderci. Nient’affatto. Cerchiamo di metterci insieme a difendere la nostra vitalità, le nostre possibilità di sviluppo per scoraggiare i tentativi che possono venire da qualsiasi parte per renderci impossibile questo sviluppo.

Non è detto che questo sforzo debba durare eternamente, ma solo il periodo critico, superato il quale, questa impresa si svilupperà permanentemente nella nostra vita collettiva.

Sapete qual è la vera difficoltà di questa grossa impresa? È quella economico-finanziaria, poiché una vita comune federativa si fonda sopra un principio che è quello di pagare in proporzione alle proprie possibilità.

Non si può fare un’eguaglianza assoluta in base al numero, ma bisogna contribuire proporzionatamente alle proprie possibilità cioè alla propria ricchezza.

Naturalmente qualche popolo che ha più esperienze e meriti e che ha guadagnato una posizione più prospera è portato a difendere questo privilegio storico.

Ma nella Federazione, allargandosi le possibilità, c’è un certo livello della fonte delle ricchezze e della possibilità di goderne.

Abbiamo un esempio pratico: prossimamente al Parlamento si comincerà a discutere il Piano Schuman per il carbone e l’acciaio.

Questa è una questione grossa, anzi è più grossa di quello che si immagina. Si tratta di mettere insieme la produzione del carbone e dell’acciaio e poi distribuirne l’uso con una certa proporzionalità riguardo all’esigenza e ai bisogni.

Più grave ancora è il problema quando si tratta di mettere insieme non già carbone, ma uomini armati, eserciti. Nessuna meraviglia che ci siano delle titubanze a buttarsi in una impresa nuova, mettendo in pericolo acquisizioni già ottenute, e formare una struttura nuova, la quale evidentemente non può che fondarsi su strutture antiche ricostruendole in un tessuto nuovo.

Le titubanze ci sono e sono giustificate. Non bisogna meravigliarsene. Tutte le cose nuove ci vengono attraverso uno sforzo, una gradualità, una volontà, ed è naturale che si trovino delle resistenze.

Però bisogna notare che ci sono i perplessi per natura. Essi dicono: di queste cose nuove se ne sono viste tante nella storia. Questi perplessi sono gente che ragiona, che risponde a esigenze naturali, guidati dall’esperienza.

Ma ci sono pure gli avversari per principio, ci sono gli avversati i quali non possono vedere questo sviluppo di popoli liberi, che si uniscono insieme in base a principi democratici, con un senso di autogoverno; essi amano credere che l’ideale futuro sia una specie di militarismo sociale che deve fondarsi soprattutto su di una massa obbediente esecutrice, sopra immensi lavori che siano fatti comunque e comunque possano raggiungere una meta di uguaglianza, di ricchezza e di prosperità. Chi è abituato in un immenso impero si trova male entro le montagne della Svizzera; chi è abituato a un solo comando si trova male di fronte a dei popoli che discutono, a Parlamenti che passo passo contestano le novità.

Si sentono male coloro che amano i grandi imperi, chiamateli totalitario o come volete. Tutti costoro trovano che questa novità è assolutamente rischiosa, inaccettabile, anticostituzionale, qualcosa che urta le acquisizioni della storia.

Ora io ho fatto questo quadro un po’, se volete, anticipando gli avvenimenti. Non abbiamo ancora presentato un piano generale, siamo ancora ai pilastri fondamentali intorno ai quali stiamo lavorando.

Si comincerà con un periodo di transizione. I governi saranno quelli che sono, i Parlamenti saranno quelli che sono. Ci saranno alcuni ministri che si riuniranno, ci sarà una amministrazione comune con bilanci che andranno a confluire in una cassa comune. Entro questa amministrazione nascerà un’assemblea: si comincerà a discutere.

Voi direte: di nuovo Parlamenti, di nuovo chiacchiere, di nuovo perdita di tempo. Ebbene amici, questa è la verità! Bisogna scegliere: o parlare — parlare sempre troppo, ma in fondo parlare — discutere, fare appello alla ragione, fare appello alla capacità umana, oppure ricorrere alla forza, al comando, imporre la volontà di una persona.

Questa è dittatura, quello è parlamentarismo. Difetti ne hanno tutt’e due; ma, fatti bene i conti, le teste è meglio contarle che decapitarle.

Contarle vuoi dire il suffragio universale, decapitarle vuoi dire — se non nel senso fisico — imporre in realtà a tutte le teste di pensare come una.

Nel passato sono stati tanti i conflitti e le guerre per questa impossibilità di trovare l’accordo, di discutere, per l’impossibilità di mettersi insieme in un’Assemblea e trattare di pace; non è meglio che facciamo uno sforzo per raggiungere la pace, per avere delle formule, per avere delle istituzioni che garantiscano questa pace?

giovedì 21 gennaio 2021

Discorso di Alcide De Gasperi al IV Congresso nazionale DC

Roma, 25 novembre 1952

Cari amici, io dovrei fare il discorso conclusivo , ma in realtà le conclusioni sono già state tirate nella risposta del segretario del partito. Vorrei comunque anteporre alcune osservazioni, che non saranno conclusioni, ma avranno un certo valore riassuntivo sul mio caso personale, non senza chiedervene scusa. Spero che nessuno, anche mio avversario in buona fede, potrà pensare che sopra il nostro partito domini uno spirito carismatico per il quale si creda che le fortune del partito siano associate alle fortune di un nome; che ci sia qualcuno, che possa anche chiamarsi De Gasperi, che creda davvero di rappresentare non una idea, ma un interesse, un’ambizione, una figura di carattere personale e con questi connotati creda di aver trovato il modo di dominare o dirigere una situazione. Un cristiano il quale si trova tutti giorni di contro alle umiliazioni della sua insufficienza, un cristiano il quale deve affrontare nella sua complessità l’esperienza politica e amministrativa, un cristiano il quale spesso, troppo spesso, nonostante i calcoli e la prudenza, si trova di contro ad un imprevisto intervento del destino (noi diciamo giustamente della Provvidenza), un cristiano che è così convinto della relatività del tempo che passa e che ha il senso storico della distinzione tra ciò che è contingente e ciò che è permanente, un cristiano non può cadere in questo errore, nell’errore cioè di credere davvero che la sua persona abbia tale valore concreto e tale valore sintomatico da determinare una situazione . Però, amici miei, io spero di avere potuto accettare il vostro plauso in questo senso, nel senso cioè che esso non era diretto alla mia persona ma all’idea e alla rappresentanza dell’idea. Quale è questa idea che io sembro dal destino, dagli avvenimenti, dalla vita stessa designato più che altri, ma accanto a molti altri, qual è questa idea che sembra dare alla mia attività un così grande rilievo? È l’idea dell’unità. L’idea creata dall’associare la fedeltà ai princìpi, alla doverosa capacità di progressione nella evoluzione storica; l’idea nella fede dell’eterna giovinezza e fecondità del nostro pensiero e della nostra azione. Ecco quello che mi pare di rappresentare, soprattutto. In questo senso penso che il plauso e l’augurio vada diretto all’unità del nostro movimento, all’unità che non può essere conservazione, che non può essere cristallizzazione, stasi, ma che al contrario deve essere progresso, evoluzione, aggiornamento ed eterna giovinezza. Una prima osservazione di carattere generale che mi viene naturale, considerando e riflettendo sul dibattito è la seguente: si è parlato di miti e badate che non voglio polemizzare con l’autorevole amico che ha accennato a questa parola e comprendo benissimo in che senso abbia voluto dirla. Ma egli ha agitato veramente un problema che esiste soprattutto nel cuore dei giovani, di coloro che conoscono meno la storia; egli in sostanza ha accennato alla esigenza di ricercare uno schema, una soluzione programmatica, una aurora, di vedere la Democrazia cristiana che sorge come il sole, come nello stemma socialista, di vedere una prospettiva completa, integrale della vita; soprattutto della vita politica ed economica. Questa idea veramente dovrebbe avere la forza suggestiva di un mito. I giovani specialmente lo cercano questo mito nell’angoscia della concorrenza con altri ideali o con altre prospettive che si lanciano. Se i comunisti hanno questa visione apocalittica del mondo che crolla e paradisiaca del mondo che si riorganizza nell’uguaglianza e nella giustizia, perché anche noi non possiamo trovare il sistema, la rappresentazione organica di questo mondo nuovo che vogliamo costruire, di questa aurora che deve mostrarsi? E ciò è tanto vero che è un bisogno del nostro spirito che nella storia del movimento sociale troviamo parecchi esempi. Voi lo sapete amici perché avete studiato la storia del nostro movimento sociale. Ad un certo momento si è creduto nella funzione organizzativa e rappresentativa integrale della produzione, ossia nel capitalismo. Badate bene distinguiamo, come io distinguo bene la funzione rappresentativa dell’interesse da una parte, e dall’altra la funzione rappresentativa della istituzione corporativa. Un tempo in Italia fu creduto di distinguere queste due cose: che la fatica mia era allora quella di scrivere sotto un anonimo naturalmente per fare comprendere le differenze fondamentali fra l’una e l’altra cosa. E questa interpretazione si è potuta forzare anche dimostrandola e rappresentandola nei documenti pontifici, quando abbiamo avuto la tesi fascista che era in realtà quella del sistema corporativo che allora prendeva campo e dappertutto si trovavano proclamazioni del principio corporativo. Abbiamo il proclama di Leone XIII, lo abbiamo avuto in Francia attraverso l’Action française, lo abbiamo avuto attraverso gli amici cristiani sociali in Austria, abbiamo avuto cioè il tentativo di una riforma corporativa perché si credeva che questa formula corporativa risolvesse il problema acuto in cui ci si dibatteva allora. Quindi o parlate del mito attraverso l’intervento dello Stato oppure parlate della riforma di Dollfuss dello Stato protettore, dello Stato unitario che sotto la sua egida avrebbe risolto il problema, questo mito che è poi dentro gli atti pontifici non soltanto è la premessa politica della stessa fine di Dollfuss, ma ha fatto fallire anche quell’idea ed ha portato a quelle conseguenze economiche di cui tanto si è parlato. Si è parlato anche di coloro che hanno condotto la loro azione fino a che non hanno trovato una grande resistenza per ragioni di applicazione possibile del sistema anche altrove. Ci fu un tempo in cui era difficile fare capire che questa strada, quella dei documenti pontifici costituiva un primo tentativo e, badate si era già proceduti in modo che, parallelamente si era manifestato un altro tentativo meraviglioso che veramente ha sorriso alla mia giovinezza quando ci trovammo accanto i socialisti che attaccavano, in fondo, il capitalismo, e citavano con serie critiche il sistema di Marx o di Lassalle contro lo stesso capitalismo. Allora era parso di aver trovato un’altra leva più potente del capitalismo nella storia, e si era arrivati addirittura al diritto canonico. Voi sapete che questa leva è esistita fin dal Concilio laterananse del 1515 quando si è proclamata l’abolizione assoluta dei prestiti di moneta e di interesse. Se questa previsione si fosse potuta applicare (in sostanza non è mai stata abolita come formula canonica) nel mondo moderno, evidentemente il capitale e il lavoro sarebbero stati distrutti. Tanto si discute su questo principio, e tante discussioni avvennero, principio che era stato ripreso da Benedetto XIV e che era stato discusso fin dal 1880/90: quante speranze aveva suscitato. Poi di fronte alle applicazioni che si sarebbero dovute trarre per la vita moderna, di fronte ai danni che si creavano alle obiezioni che erano nate dalla pratica e dallo sviluppo della organizzazione del credito, il mito del capitalismo venne lasciato ed oggi nessuno vi crede più. Ma questi due miti non sono gli unici: si cerca sempre un altro mito; e se ci riuniremo in altri Congressi ci saranno ancora dei giovani che cercheranno questo mito perché cercheranno una formula che dia soddisfazione; che dia la prospettiva e infiammi le folle. Ma quale è la conclusione per lo meno odierna a cui l’esperienza ci ha condotti?; è questa: le dittature passate e la minacciata dittatura di domani, lo stesso peso fatale della burocrazia statale e dell’interventismo sistematico hanno messo contro ogni teoria e contro ogni riflessione e discussione in prima linea la questione della libertà personale e politica, ossia la questione del regime democratico. E se a questo Congresso il segretario politico ha posto in discussione soprattutto l’ordinamento democratico non è che sia sfuggita in realtà la situazione economica, che egli non abbia voluto toccare l’argomento più difficile. No. Se è vero che prima di tutto è necessario salvare il regime democratico e la libertà, allora è vero che almeno nel periodo attuale, all’epoca che attraversiamo, la linea della soluzione va cercata in una linea di mediazione fra la necessità di servire la libertà e la tendenza ad una sempre maggiore giustizia sociale, fondata naturalmente sopra la distribuzione del credito. Questa è la nostra strada, ma questa strada non l’abbiamo inventata noi; è la conclusione dell’esperienza, è il terreno solido su cui dobbiamo camminare. Naturalmente qui subentra la questione della produzione, la relazione fra libertà e produzione e siamo nel campo dell’esperienza. Allora si presenta il problema della socializzazione. Ma è chiaro, innanzi a questa via di mediazione di cui ho parlato, ad un dato momento prevale la produzione sulla distribuzione, conforme alle premesse locali prevale ora l’una ora l’altra; se avete fonti di energia a disposizione, risorse, prevale il problema di distribuzione, che si impone perché avete già risolto o potete risolvere il problema di produzione. Ma se siete in un paese come l’Italia a cui mancano le fonti di energia o sono scarse, e avete una densità di popolazione dove queste condizioni impongono che prevalga il problema della produzione, o a meno che il problema della distribuzione venga parallelamente ad essere risolto insieme a quello della produzione. Ciò non vuol dire che non ci possa essere socializzazione di singoli servizi, che non ci possa essere soprattutto un piano. Noi non abbiamo il piano quinquennale, ma piani ne abbiamo parecchi: la Cassa del Mezzogiorno è un piano decennale, quello dei Lavori Pubblici è un piano anch’esso, quello della Agricoltura presentato da Fanfani è un piano che vale per 10 anni; il piano delle ricerche nel Mezzogiorno del gas non è qualcosa di controllato? Il piano del petrolio, del metano è anch’esso un piano di socializzazione di una fonte dello Stato. Quindi, in pratica questi problemi vengono risolti, ma bisogna risolverli di caso in caso, secondo un criterio preciso di giustizia sociale e di concretezza. Ecco dove, signori miei, si vede tanto chiaro che non bastano dichiarazioni generiche; bisogna studiare, bisogna vedere i lati concreti, veder di trovare una soluzione, la quale possa corrispondere ad un risultato immediato, oppure ad un risultato prevedibile entro un certo periodo. Studiare di più, il generico è un pessimo servizio; si può buttare una parola in un congresso, ma in una sezione poi, in una riunione di gente competente bisogna arrivare con statistiche e con dati. Così, anche la polemica dello statalismo contro lo statalismo, o per l’intervento dello Stato. Il nostro amico don Sturzo è furibondo contro lo statalismo. Lui se la prende anche contro la statizzazione del petrolio, ma l’abbiamo noi questa questione affrontata, abbiamo avuto discussioni fatte su rapporti, su cifre, su risultati e si è arrivati alla conclusione cosciente, consapevole che fosse necessario che lo Stato intervenisse per dirigere questo sviluppo, queste ricerche e questa energia nazionale. Certo che uno può essere nella Democrazia cristiana e avere delle opinioni in senso contrario e può anche, soprattutto, essere impressionato dalle cattive conseguenze di una amministrazione, dai difetti che si trascinano attraverso una burocrazia. Insomma, anche qui, siamo di fronte a circostanze di fatto che possono essere positive. Innegabilmente vi sono soluzioni che idealmente sarebbero necessarie, accettabili, ma che però, se trovano strumenti non adatti, se trovano un’amministrazione non pura, se trovano facilità di corruttela e soprattutto aumento di un’azione burocratica amministrativa, allora quelle soluzioni che sarebbero a posto possono diventare anormalità, donde il fatto che ci costringe assolutamente – anche il governo – a studiare caso per caso, decidere secondo i dati che abbiamo e le prospettive che si possono presentare. Intervento dello Stato. L’amico Pastore ha accennato in tono commosso alle ragioni per le quali lo Stato non accetta la regolamentazione che la Costituzione prevede e che noi abbiamo cercato di formulare in una data legge , il cui testo sarà sottoposto alla discussione della Camera [ed] è stato approvato dai rappresentanti sindacali. È stato detto «lasciate che il sindacato sia libero» ed è stata giustificata questa richiesta con il fatto che nel periodo degli ultimi cinque anni la scioperomania è diminuita, quindi, il pericolo del disordine nello Stato è diminuito . Amico Pastore, proprio in questi giorni abbiamo degli scioperi, che, se continuano e se non esistesse alcuna sanzione, metteranno lo Stato in una situazione ridicola, perché quando una categoria per mantenere una posizione che ritiene giustificata, ricorre ad abbandonare l’ufficio e a queste misure contro lo Stato, non c’è ministro o governo che abbia l’autorità di fermarla e nemmeno il Parlamento che possa invocare un mandato di fiducia per risolvere questo problema. Ma allora, attraverso il sindacalismo – e vi do atto che voi in quest’ultimo periodo siete intervenuti per non far fare questo sciopero – attraverso questo sindacalismo il carattere dello Stato forte dove va a finire, caro amico Gonella, se siamo forti con tutti e in casa nostra, nei nostri ministeri, siamo deboli? Questo mi dice, amici, che la democrazia, per essere forte, deve essere anche contro la demagogia, anche a costo di sacrificare un nostro momentaneo interesse. Se vogliamo essere un governo democratico sul serio, non possiamo permettere, per esempio, che una qualunque categoria ricorra alla forza per mantenere un suo interesse fino a quando ci sono altri mezzi da far valere, come nel caso specifico cui mi riferisco per il quale esiste una legge davanti al Parlamento. Il ricorrere alla forza in questi casi, costituisce un attentato contro la democraticità e la libertà dello Stato. So che è poco popolare dire queste cose, ma uno dei punti deboli del nostro partito è proprio quello di avere il coraggio di dire le cose giuste a qualunque costo. Naturalmente io ho portato questo esempio, perché data la sua attualità, mi brucia maggiormente, ma potrei citarne altri. Evidentemente quando sono di fronte gli interessi dei datori di lavoro, e di una categoria di lavoratori, il nostro istinto è quello di prendere posizione per i secondi, ma quando ci troviamo di fronte allo Stato che rappresenta gli interessi collettivi, se dello Stato noi abbiamo la responsabilità (se fossimo all’opposizione la cosa sarebbe diversa) dobbiamo comportarci in conseguenza, tutelando gli interessi di tutti. Ecco perché io ed altri colleghi abbiamo insistito perché si affrontasse il problema della legge sindacale. Noi non diciamo naturalmente di accettare il testo governativo nella sua esatta formulazione e non diciamo nemmeno di accattare tutti i limiti allo sciopero che proponiamo, ma discutiamone: ci sarà pure un minimo in cui lo Stato avrà il diritto, di fronte alla possibilità dell’abuso (che non commetterete voi della Cisl cui anzi do atto di senso di responsabilità), di battersi per l’interesse collettivo e per la libertà di tutti. Se dunque non esiste la formula del mito, esiste qualche cosa di prezioso nel nostro patrimonio morale e dottrinario, esistono cioè dei princìpi e delle direttive di interesse sociale alle quali noi siamo tenuti. Senza di esse io non so quante volte avremmo smarrito la giusta via. Perciò io mi richiamo al valore del cristianesimo anche nella preparazione sociale. Io ho sentito in questo Congresso il discorso del presidente delle Acli, questa magnifica organizzazione che cura la preparazione dei lavoratori. Non vorrei che suonassero a critica le mie parole se mi accorgo, guardando la storia del nostro movimento sociale che esistono troppi teologi e filosofi, ma pochi economisti. Noi abbiamo molte affermazioni generiche, senza dubbio anche elaborate e razionali, nonché illuminate dalla fede, ma abbiamo pochi dati che ci permettano conclusioni esatte per determinati luoghi e per circostanze specifiche. E se posso raccomandare qualche cosa, specialmente nei riguardi della preparazione di giovani, io prego di far studiare loro i fenomeni economici, sulla base delle statistiche e naturalmente inducendoli ad elaborare e a discutere i fenomeni stessi. Già in parte questo si è fatto ed io non posso negare i progressi fatti dalle «Settimane sociali» ultime, ma è bene cercare di commisurare questi studi alla realtà che si evolve ogni giorno ed ai princìpi che, in fondo, sono contenuti anche in tutti i documenti pontifici. Questi documenti senza dubbio sono giusti e corrispondono ad una precisa visione di un determinato momento; ma la realtà economica si evolve, i problemi si moltiplicano e si complicano ed è necessario commisurarli ai fatti economici così come questi si sviluppano. Lo ha detto bene il segretario politico, esistono i rapporti con l’Azione cattolica. Quando venne Attlee, il capo del laburismo inglese, in Italia egli chiese: «voi siete cristiani?», gli fu risposto: «noi non diciamo di essere cristiani, ma lo supponiamo». Ed io rispondo ad esso: noi non diciamo di essere dell’Azione cattolica ma noi doverosamente lo supponiamo. La collaborazione – ha detto benissimo il segretario Gonella – è assolutamente necessaria, e noi cercheremo di attuarla senza entrare in conflitti. È anche necessario che vi sia una netta distinzione di responsabilità, poiché noi siamo portati dalla storia in questo momento a fare della politica secondo il regime democratico, bisogna che queste responsabilità siano fissate, garantite e risolte in base a questi princìpi democratici. Questa è la base del nostro lavoro. Qui, naturalmente, parlo di responsabilità politiche, parlo di responsabilità di partito, che non sono affatto richieste né avocate a sé dall’Azione cattolica. Ma io dico: non esitiamo come democratici cristiani a ricorrere a tutto quello che ci viene non soltanto specificatamente dalla esigenza religiosa ma anche riconosciamo i lumi che ci vengono dalla esperienza sociale della Chiesa. Quando il disastro del Polesine ci rivelò la piaga che esisteva nella valle del Po, abbiamo trovato non soltanto una piaga di carattere sociale, ma una piaga anche di carattere morale e religioso. Come non sentire che laddove questa termite della miseria che corrode l’interno dei paesi e delle istituzioni esercita la sua azione, come non sentire che tutto questo è fatale se non sovviene la mano della Chiesa ad illuminare le coscienze a ad apportare qualche sollievo con la sua carità? Ecco perché, accanto alle distinzioni della responsabilità si manifesta necessaria la collaborazione di quelle che sono le condizioni sociali e la coscienza collettiva. Abbiamo, nel sistema democratico, il mandato politico ed amministrativo con una responsabilità specifica; ed anche questo è un fatto che bisogna fissare molto bene. Però, parallelamente, è vero, non vi è una responsabilità morale dinanzi alla coscienza e che la coscienza per decidere deve essere illuminata dalla dottrina e dall’insegnamento della Chiesa. Noi, amici, dobbiamo sentire soprattutto la libertà e la dignità della Chiesa, dobbiamo sentirci attratti verso il capo della Chiesa universale, dobbiamo sentirci come figli debitori, dobbiamo sentirci come i figli devoti in cui il nostro Padre è soggetto con la sua Chiesa, non qui ma altrove, a dolorose persecuzioni. A proposito dell’esortazione allo studio che ho fatto prima vi do un esempio. Si dice e si continua a ripetere che siamo innanzi ad un fenomeno di concentrazione della ricchezza. Allora è giusto che si esaminino le statistiche ed il corso dello sviluppo dell’agricoltura e dell’industria in genere in Italia per arrivare alla conclusione se sia vero che qui da noi e fino a che misura esiste una tendenza fatale alla concentrazione della ricchezza. Se esiste bisogna incidere con provvedimenti molto energici; se non esiste bisogna regolarla con provvedimenti meno energici, ma è necessario che il problema venga esaminato dal punto di vista delle statistiche e dei risultati completi. Vi leggerò alcuni dati che mi ha dato il ministro dell’Agricoltura. Senza calcolare gli effetti della riforma, la piccola e media proprietà rurale costituisce il 74%, se si considera la grande e piccola proprietà cioè quella che va [da] una media di 200 ettari in su. Nei due periodi del dopoguerra, la precedente e quest’ultima, si sono rappresentati sensibili trasferimenti di ricchezza. Dopo il primo conflitto mondiale un milione di ettari andarono a costituire la piccola proprietà. In questo dopoguerra, col decreto legge 24/2/48 che favorisce la piccola proprietà contadina è stato consentito a 151 mila coltivatori di acquistare 328.382 ettari. Ma si calcola che 700 mila ettari siano passati in mano ai contadini e a ciò si deve aggiungere l’azione della riforma agraria. Queste cose bisogna pur dirle, perché si sappiano, perché siano manifeste, bisogna avere il coraggio di dirle anche per raddoppiare il nostro zelo futuro. E lo stesso io dico a proposito del trasferimento della ricchezza: è un problema di statistica ed io non voglio annoiarvi in concreto dandovi dei dati, ma certo è che si tratta di un problema che merita un attento studio. Bisogna anche aggiornarsi nel concreto dell’industria, della vita industriale ed esaminare la distribuzione delle funzioni e gli abusi che si possono verificare, bisogna aggiornarsi sul problema che riguarda le società per azioni. Certe cose noi dobbiamo considerarle per fare del nostro partito un partito che partecipa alla vita nazionale e non come i partiti di opposizione che per principio possono considerare il problema industriale come un problema redditizio esclusivamente per loro. Noi dobbiamo preoccuparci di questo e dobbiamo avere la forza di chiedere e di invocare la collaborazione giornaliera di tutti, perché noi dobbiamo fare una politica di fondo anche in questo, ed intervenire in questo come Stato. Noi siamo lo Stato ed abbiamo tutto l’interesse di rappresentare tutte le forze e di renderle operanti. Il partito nostro è il partito della nazione e perciò dobbiamo avere una visione panoramica degli interessi e cercare di subordinarli tutti all’interesse della comunità, soprattutto di indirizzarli ad un opera di giustizia sociale. Questo vuol dire ciò che mi hanno chiesto alcuni oratori quando hanno detto che cosa vuol dire il nostro interclassismo: solo in questo senso Toniolo parla della classe ed in questo noi dobbiamo intervenire altrimenti obbligheremmo il partito a diventare il partito corporativo, il partito delle diverse categorie; ma non sarebbe mai un partito democratico nazionale, come noi dobbiamo essere e del quale dobbiamo affrontare tutta la responsabilità. Il punto dove ci possiamo facilmente intendere con gli antichi mazziniani o con i liberali di nuovo conio, non quelli di vecchio indirizzo, con questi che reagiscono contro il totalitarismo , era che si operassero dei colpi contro la Commissione e la collettivizzazione, che portarono entrambe ad un collettivismo contro l’egocentrismo della categoria; questo punto è una ragionata giusta opposizione, parallela opposizione a quella che è oggi la nostra situazione politica. Poiché ho sentito dei dubbi e delle formule di perplessità su questo argomento, prego gli amici di studiare, di andare a vedere i documenti dove si parla del nostro spirito informatore. Si dice in quelli: a noi è necessario di mettere la concorrenza confluente in una ragione di giustizia. L’economia e più ancora la potenza economica siano di fatto soggette all’autorità pubblica in ciò che concerne l’ufficio di questa. Le istituzioni del popolo dovranno venire avvantaggiate e soprattutto l’esigenza del bene comune, cioè assoggettate alla legge della giustizia sociale. Ecco il principio che impegna l’intervento dello Stato in molte situazioni. E a proposito anche delle critiche [che] si sono fatte contro la nostra alleanza coi socialisti moderati. Questi potrebbero essere nostri alleati. Ma a proposito di leggi sociali voglio ricordarvi qualche passo dove si dice: [il] socialismo moderato non racchiude più in se i mezzi della produzione; quella supremazia deve essere propria del pubblico potere. Affermando questo si può giungere fino al punto che le massime del socialismo più moderato non discordino dai voti fondati sul principio cristiano. In verità si può sostenere a ragione esservi certe categorie di beni da riservarsi solo ai pubblici poteri quando portano con sé un tale onere economico che non possono essere lasciati in mano ai privati cittadini senza pericolo per [il] bene comune. Poiché il sistema democratico viene invocato e difeso contro il totalitarismo bolscevico, vuol dire che questa socialdemocrazia della quale i cattolici non possono accettare le ideologie (e si distanzia anche per una concezione organica della produzione), vuol dire che questa sociale democrazia ha raggiunto un tale ravvicinamento nell’esperienza sul terreno dei fatti che una possibile collaborazione è in vista o dovrebbe essere in vista quando vi sia la buona fede. Che cosa dobbiamo fare noi dinanzi alla prossima battaglia elettorale? Mi pare che tutto sia stato detto. Vorrei aggiungere solo qualche cosa che può sembrare secondaria ma che di fronte all’opinione pubblica ha un certo valore. Noi dobbiamo rassicurare l’opinione pubblica italiana che la difesa del regime democratico avrà spirito e norma costituzionali; in carattere e misura compatibili con le norme di questa Costituzione. E quindi mi viene spontaneo il ricordo di un violento e veramente inaccettabile attacco che Togliatti ha fatto al presidente della Repubblica. Questo impudente attacco che non ha pretesto né fondamenta, questo impudente attacco è sintomatico; vuol dire che si prepara l’opinione pubblica in caso di necessità ad andare contro l’autorità suprema dello Stato che è fuori della lotta politica. Ed è veramente un atto rivoluzionario contro la democrazia, contro lo Stato democratico. Ed in verità noi dobbiamo protestare con tutte le forze ed invocare che la nuova legge che abbiamo proposto al Senato ci dia la possibilità di intervenire. 1°)Per rassicurare l’opinione pubblica dobbiamo fare in modo che ogni intervento venga effettuato salvaguardando il controllo parlamentare ed i diritti della minoranza. E ciò è fatto anche nella nuova legge. 2°)Bisogna dimostrare che nessun vantaggio ci sarà per nessun partito, neppure per il nostro. La linea di condotta da adottare deve essere consentita o dalla procedura giudiziaria o prevista per i casi di emergenza. Però amici miei quanto più si riveli la necessità di tali interventi, tanto più ci si impone di non comprometterci con le forze antiparlamentari e dittatoriali. Mi rivolgo a quanto ha scritto l’amico Gonella a proposito della riforma elettorale. Voglio soltanto ricordare i meriti del passato e che dovranno anche essere del futuro del nostro amico Scelba. A proposito della legge elettorale mi sia consentita soltanto una osservazione, di cui avrete bisogno per le polemiche che vi troverete fra i piedi nei giorni prossimi. Si dice che è una legge «truffaldina». Ho avuto anche io dei telegrammi in proposito. E la si confronta con la legge Acerbo. Ora si può dire truffaldina la legge Acerbo perché dava un’attribuzione di due terzi dei risultati alla lista che avesse raggiunto il 25 per cento di voti di vantaggio. Così avveniva secondo questa legge che con il 25,1 per cento si poteva conseguire il 66,66 per cento dei mandati; questa sì che era una truffa. Ma una legge come la nostra che esige la maggioranza degli elettori per avere un positivo risultato, questa è una legge veramente onesta e che corrisponde allo spirito democratico. Il fatto che non sia matematicamente eguale il rapporto fra voti conseguiti e seggi attribuiti non è una truffa; altrimenti sarebbero una truffa le ultime elezioni inglesi. Ad una maggioranza di voti riportata dai laburisti, corrisponde infatti una maggioranza di seggi riportati dai conservatori. Difatti i conservatori nel 1951 hanno avuto il 47,34 per cento dei voti. I seggi erano 319 e la percentuale dei seggi del 51,45 per cento. I laburisti hanno avuto il 48 per cento dei voti, ma con una percentuale di seggi del 47,25 per cento. E queste conclusioni risultano dalla differenza dei collegi, dalla storicità, da congiunture riguardanti i collegi e da tutto il sistema, perché è difficile che si tratti di sistemi di matematica pura. Ma che cosa avverrebbe se noi avessimo introdotto [il collegio uninominale] – e credo che se dovevo decidere io avrei introdotto il suffragio universale per collegio uninominale – che cosa sarebbe successo? Ma allora, in un dato collegio chi piglia la maggioranza piglia tutto? E per questo bisogna dire che la minoranza è truffata? La truffa sarebbe se alla fine, come conclusione, non si fosse mantenuto il principio della maggioranza che governa: la maggioranza governa la minoranza controlla. A meno che non volete che accettassimo una condizione in cui i due estremi, messi insieme, possono dir di no e negare tutto, compreso il bilancio, e messo insieme non possono dire a niente «sì» perché non ne hanno la forza. Potete, quindi, con tutta tranquillità appoggiare la nostra lotta per questa legge, senza dubbi per la vostra coscienza e, soprattutto, anche per la vostra ragionevolezza. Riguardo agli altri partiti dobbiamo distinguere tra partiti e individui. Noi abbiamo fatto un accordo tra i quattro partiti democratici che sono quelli che possono costituire una maggioranza abbastanza omogenea riguardante certi settori e settori fondamentali per i problemi che possiamo vedere di prossima soluzione. Abbiamo anche deciso che nessun altro partito possa accedere a questo accordo se gli altri quattro non sono della stessa opinione ed il segretario del partito vi ha detto per quale ragione non possiamo supporre di trovarci, in comune con i nostri alleati, coalizioni di altre tendenze che non fossero ben accette. Però, bisogna mettere bene in chiaro una cosa: non è che noi diamo il bando alle persone, che creiamo una specie di ostracismo, che gettiamo fuori – come hanno fatto con noi i fascisti – mettendo qualcuno ai margini della vita civile, no, perché noi riconosciamo che attraverso il suffragio possono arrivare alla funzione di controllo della minoranza e, se hanno la maggioranza, possono conquistare la maggioranza, perché la legge non stabilisce che la maggioranza debba essere democristiana. Ma dobbiamo poi guardare non solo ai partiti ma anche alle persone e dobbiamo tendere a recuperare le persone verso la democrazia con la persuasione della nostra opera di solidarietà, ma non possiamo recuperarle attraverso formule di partito che discriminano in modo tale che la collaborazione diventa impossibile verso le anime di buona fede, perché riconoscono sinceramente che la democrazia deve essere libera e generosa. Verso altri elementi che siano mossi veramente da un sincero sentimento e che si credono per questo ancorati per pregiudizio ad un partito, noi possiamo cercare di persuaderli che la loro opera è negativa, che aiuta proprio i comunisti contro cui dicono di combattere. Non possiamo disperare in una evoluzione di questo e quell’elemento, convincerli che lavoriamo per l’Italia, che sappiamo rendere giustizia e misericordia anche per quello che riguarda il passato. Perciò le due leggi sull’estensione di benefici di vario ordine ai combattenti della Repubblica sociale e quella dei mutilati e quella che riguarda le pensioni dei permanenti della milizia debbono essere portati avanti – sono già al Senato – per dimostrare che non vogliamo essere persecutori del passato, ma vogliamo, attraverso una legge di solidarietà nazionale, trovarli fratelli in questa democrazia che riconosce le libertà altrui. Non ci si lasci ingannare da una stampa provocatoria; il miglior mezzo per mantenersi equi e tranquilli è quello di non seguirla. Ultimo pensiero: mi permetterò di citare un autore francese: «il dispotismo, il cesare-papismo, il collettivismo sono mali che vengono dall’oriente. Dove trovano opposizione? Dove si urtano contro un senso di equilibrio? Si urtano nei paesi mediterranei, si urtano nel nostro senso latino. Approfondiamo, allarghiamo questo senso naturale che è della nostra nazione come pure di altre nazioni e di altri popoli mediterranei. Ricordiamo che lo Stato – ho citato un’altra volta questo autore romantico tedesco –, lo Stato è il rozzo involucro attorno al nocciolo della vita, il muro che cinge l’orto di frutta e di fiori umani. Ma a che giova il muro e la cinta se il terreno è arido? Qui giova solo la pioggia che viene dal cielo». Noi creiamo canali di irrigazione, centrali idrauliche – spero che voi comprendere[te] il mio parlare figurato – e invece prima che creare attrezzature abbiamo bisogno dell’uomo, della coscienza umana operosa e retta. Dobbiamo invocare la pioggia e che ci si illumini la coscienza. L’Italia è il meraviglioso giardino di frutti umani. Qui dopo Enea approdarono Paolo e Pietro , qui venne eretta la prima cattedra; e gli italiani sentono – e diciamolo a conclusione di questo Congresso – gli italiani sentono quanto sia vergognoso che si combatta contro il Papa. Gli italiani sentono; tutti gli italiani credono o perlomeno la stragrande maggioranza di essi che pure non è iscritta al partito, gli italiani di cui ho la certezza in questo momento di interpretare i sentimenti, gli italiani sentono che se questa cattedra fosse rovesciata la luce si spegnerebbe e la libertà sarebbe perduta per sempre. 

giovedì 14 gennaio 2021

Chi si prenderà la CDU?

 Di Leonardo Gaddini

Venerdì 15 e Sabato 16 si terrà il trentatreesimo Congresso Nazionale dell'Unione CristianoDemocratica di Germania (CDU) dove i 1.001 delegati, riuniti online, sceglieranno il leader del Partito per le elezioni federali tedesche del 2021. Le elezioni avrebbero dovuto svolgersi il 25 aprile 2020 a Berlino, a seguito della decisione della ex-leader e attuale Ministro della Difesa, Annegret Kramp-Karrenbauer di dimettersi nel Febraio 2020 dalla carica di leader della CDU, dopo il crollo nei sondaggi dovuto alla crisi politica della Turingia, dove la CDU locale aveva dato vita a un Governo federale con l'appoggio esterno del Partito di Destra radicale "Alternativa Per la Germania" (AFD). Tuttavia, è stato rinviato a Dicembre e poi a Gennaio, a causa della pandemia. 

Alla fine dopo tanti ritardi e polemiche i candidati alla leadership del Partito sono 3: 

  • Armin Laschet è il Governatore del Nord Reno-Westfalia dal 2017. Il suo programma è stato definito come un "ponte" tra il Centrismo (tipico della Cancelliera Merkel) e la Destra conservatrice. Laschet ha ricoperto una varietà di posizioni nella politica locale, statale, federale ed europea, inclusi periodi come parlamentare e ministro regionale, è stato anche sovrintende all'integrazione dei migranti (per questo è visto come un paladino dei diritti dei migranti). Visto come un moderato vicino alla visione di Angela Merkel, ma apprezzato anche dalla corrente di Destra del Partito, Laschet infatti è un cattolico devoto che si è opposto al matrimonio tra persone dello stesso sesso e ha sostenuto il divieto del velo per le ragazze musulmane fino ai 14 anni. Nonostante ciò, ha scelto come suo vice Jens Spahn, l'attuale Ministro della Salute, gay sposato ed esponente della corrente di Sinistra del Partito. Laschet è ampiamente considerato di buon carattere e abile nel creare consenso, mentre i critici dicono che è troppo simile alla Merkel e non abbastanza Conservatore per riconquistare gli elettori (vorrebbe mantenere l'alleanza di Governo con SPD) che la CDU ha perso con l'AFD. Alcuni lo hanno anche accusato di avere punti di vista pericolosi negli affari esteri, descrivendolo come eccessivamente amichevole nei confronti di Russia e Cina. Secondo i sondaggi negli ultimi mesi il suo consenso è calato molto per colpa di una cattiva gestione dell'epidemia, dato sopra il 20%.
  • Friedrich Merz, esponente della Destra conservatrice vicino al Presidente del Bundestag Wolfgang Schäuble, critico verso la politica della Merkel, spera di riportare alla CDU gli elettori scontenti dal Centrismo. Dopo aver perso la leadership del partito nei primi anni 2000, Merz è stato deputato e capogruppo al Bundestag. Merz è un Conservatore, fortemente Liberale in economia, promette di riconquistare gli elettori scontenti della CDU che hanno disertato verso l'AFD. Sia gli alleati che i rivali attestano la mente acuta di Merz e la conoscenza dettagliata di complicate questioni politiche. Tuttavia, i critici dicono che è troppo di destra per il Partito e che spaventi i moderati (si oppose a una riforma del 1997 per criminalizzare lo stupro all'interno del matrimonio e sostenne la cosiddetta Leitkultur, che è la promozione della cultura, dei costumi e delle tradizioni tedeschi tra gli immigrati). Ha detto di non volersi più alleale con i SocialDemocratici (SPD) e i Verdi, ma vorrebbe riaprire il dialogo con i Liberali del FDP. Favorevole all'austerità, a un maggior controllo delle frontiere. Secondo i sondaggi è il favorito per la vittoria finale, dato quasi al 40%.
  • Norbert Röttgen, parlamentare, è il Presidente della Commissione per gli Affari Esteri del Bundestag ed ex-Ministro dell'Ambiente. Un Centrista, appoggiato dagli esponenti più anziani della CDU e da gran parte dei parlamentari. Fortemente europeista e atlantista. Visto come solidamente fondato su tutte le principali questioni politiche del giorno, ma è criticato per la mancanza di carisma, necessario invece a detta di molti per guidare il Partito nei prossimi anni difficili. Ha aperto ai Verdi per una futura alleanza. Secondo i sondaggi è lui l'anti-Merz, dato sopra al 35% ed è in grande crescita. 

Secondo Robert Vehrkamp, politologo tedesco del think-tank Bertelsmann Foundation, la CDU non starebbe però affrontando il problema chiave che la aspetta: cioè che Partito vuole essere, e vuole diventare, dopo l’era Merkel? Finora nessuno dei tre candidati sembra essere riuscito a delineare un progetto chiaro e convincente, e nonostante la CDU sia la forza politica più popolare in Germania, molti dei suoi consensi derivano dalla leadership dell’attuale Cancelliera. Il rischio è che gli alti indici di gradimento attuali possano provocare una “falsa sicurezza” nella leadership del Partito, e svanire non appena sceglieranno il proprio candidato in vista di Settembre.

Tra le tante incertezze l'unica sicurezza è che dopo 16 anni la stagione del Centrismo e del pragmatismo merkeliano sembrano essere finite. La CDU infatti sembra essere pronta a voltare pagina. La domanda è vorrà rimanere il grande Partito moderno, Centrista ed europeista che è stato negli ultimi anni, o vorrà buttarsi a Destra tornando così a essere un Partito Conservatore, per prendere i voti dell'AFD, ma rischiando così di tornare all'opposizione? Solo Sabato sapremo la risposta, da cui dipende il futuro della Germania e (forse) dell'Europa unita.

martedì 12 gennaio 2021

Discorso di Alcide De Gasperi alla Conferenza parlamentare europea del 21 aprile 1954


Signori presidenti, miei cari amici, permettetemi di richiamare la vostra attenzione sulla forma che abbiamo tentato di dare a questa nostra Conferenza.


Voi sapete che il nostro obiettivo principale è di facilitare i lavori e di provocare l’incontro dei parlamentari delle nostre Assemblee.

Le nostre riunioni non sono destinate e prendere decisioni politiche che spettano ai Parlamentari, detentori delle sovranazionalità nazionali, ma sono liberi incontri, colloqui tra le varie tendenze e le varie nazio­nalità, un foro nel quale possono confrontarsi pareri diversi, ma tutti egualmente animati dalla preoccupazione del bene comune delle nostre patrie europee, della nostra Patria Europa.

Tra i problemi che si pongono attualmente alle nostre coscienze, noi ne abbiamo scelti alcuni essenziali, e per trattare di ciascuno di essi abbiamo fatto appello a personalità, uomini politici o alti funzionar!, la cui esperienza fosse considerevole. Le discussioni seguiranno i diversi rapporti. Ma la nostra Conferenza non voterà delle risoluzioni, non si dividerà in una maggioranza ed in una minoranza. Quali che siano le divergenze, che non cercheremo di dissimulare, le affinità profonde e le volontà comuni parleranno da sé…

Ciò premesso, circa il nostro programma, mi sia consentito di dirvi con quale animo io vengo tra voi.

Dopo aver parlato al Congresso dell’Aia nell’ottobre scorso davanti ai rappresentanti dei paesi che si sono voluti chiamare la “Piccola Eu­ropa”, sono felice di poter ora levare lo sguardo verso più vasti orizzonti e di salutare qui i parlamentari di un’Europa formata dalla maggior parte dei paesi che si improntano alla sua civiltà e alla sua storia. Proprio in questa sala, io sono stato citato a comparire or non sono molti anni, per ascoltare le sensazioni della guerra. Oggi, noi ci riuniamo in piena fiducia per adoperarci all’unione dei nostri popoli.

Tutte le nazioni associate al Consiglio d’Europa sono rappresentate in questa Conferenza, nella quale vedo con soddisfazione la numerosa delegazione britannica, nella quale abbiamo anche il piacere e l’onore di accogliere degli emeriti parlamentari appartenenti a due paesi partico-larmente cari europei: la Svizzera, culla della libertà e terreno di prova della democrazia, e la nuova repubblica austriaca, sentinella verso l’O­riente della civiltà occidentale.

Questa Assemblea Parlamentare, che non aveva finora mai raggiunto proporzioni così vaste e di tale genere, assume pertanto un significato ed un valore particolare; ma ci costringe a limitarne i compiti.

Noi non discuteremo ad esempio di un argomento che, attualmente, costituisce uno dei più importanti che siano sottoposti alle decisioni sovrane di ogni Stato in particolare, vale a dire non parleremo della Comunità di Difesa.

Non, naturalmente, per misconoscenza capitale di questa struttura, nocciolo iniziale dell’integrazione desiderata, ma perché il soggetto ha oltrepassato il limite delle discussioni di caratere generale e si trova ormai già giudicato, o in procinto di esserlo, da parte dei Parlamenti nazionali.

È una questione in ogni modo che, per quanto possa essere consi­derata di massimo interesse europeo, non concerne direttamente o nella stssa misura tutti i paesi qui rappresentati.

Certo, le alleanze difensive e soprattutto gli armamenti che ne sono la conseguenza, costituiscono una dura necessità preliminare. Infatti, noi non possiamo erigere l’edificio della Comunità Europea se non abbiamo prima tracciato intorno al nostro suolo un bastione protettivo che ci permetta di intraprendere all’interno il lavoro costruttivo che esige tutti i nostri sforzi di paziente e lunga cooperazione.

Ma, appena saranno state prese le precauzioni necessarie al man­tenimento della pace, bisogna riconoscere che la vera e solida garanzia della nostra unione consiste in una idea architettonica che sappia domi­nare dalla base alla cima, armonizzando le tendenze in una prospettiva di comunanza di vita pacifica ed evolutiva.

Io non credo che questo pensiero dominante possa essere imposto da una sola delle correnti di idee che ai giorni nostri si sono affermate nella civiltà europea come prodotti della sua evoluzione culturale, sociale e politica.

Mi pare che questa idea dominante non possa essere rappresentata dal solo concetto liberale sull’organizzazione e l’uso del potere politico. Questo concetto tuttavia, il quale presuppone le libertà essenziali alla base della vita pubblica, costituisce un elemento indispensabile all’elabora­zione di quelle linee architettoniche fondamentali per l’edificio che stiamo per costruire.

Né potrebbe bastare a questa costruzione la sola idea della solidarietà della classe operaia. Eppure questa solidarietà, superando col suo impulso internazionalista le frontiere degli Stati, potrebbe sembrare la meglio qualificata per frenare e reprimere gli eccessi dei nazionalismi, favorendo lo slargamento del mercato del lavoro e delle merci. In dati momenti storici, essa ha infatti agito in questo senso, ma talvolta anche in senso inverso.

Le cause di debolezza in questi casi sono diverse, e talune derivano precisamente dall’eccessiva limitazione dello spazio vitale della classe operaia.

A causa di questa limitazione gli operai sono spinti a cercare la soluzione dei loro problemi nella lotta di classe all’interno dei rispettivi paesi; ed in questa lotta hanno, talvolta, perduto la coscienza di quella che è la caratteristica più importante del Movimento Europeo, cioè la coscienza della funzione eminente, non dello Stato o della collettività, ma dell’uomo e della persona umana.

Oggi una parte della classe operaia subisce la suggestione dello Stato e si trova per il momento in contrasto con l’ideale europeo, indebolendo il ruolo che potrebbe esercitare il movimento operaio in opposizione con le tendenze totalitarie del bolscevismo.

Né bisogna però sottovalutare il contributo che proprio dall’uma­nesimo che si trova all’origine del movimento socialista può essere por­tato alla formazione dell’unità morale dell’Europa. Se la solidarietà della classe operaia non è sufficiente a costituire da sola la base di quell’unità, la solidarietà di altri interessi industriali e agricoli, lo sarebbe ancor meno.

Certo, per l’unità europea lo slargamento del mercato comune è un argomento che offre la sua importanza, ma la libera concorrenza che ne sarebbe la conseguenza presenta anch’essa degli aspetti negativi che pos­sono esser ridotti soltanto dalla forza di un sentimento o di un’idea capace di stimolare la coscienza e la volontà. Questo sentimento, quest’idea, appartengono al patrimonio culturale e spirituale della civiltà comune.

Se con Toynbee io affermo che all’origine di questa civiltà europea si trova il cristianesimo, non intendo con ciò introdurre alcun criterio confessionale esclusivo nell’apprezzamento della nostra storia. Soltanto voglio parlare del retaggio europeo comune, di quella morale unitaria che esalta la figura e la responsabilità della persona umana col suo fermento di fraternità evangelica, col suo colto del diritto ereditato degli antichi, col suo culto della bellezza affinatesi attraverso i secoli, con la sua volontà di verità e di giustizia acuita da un’esperienza millenaria.

È’ vero che queste forze spirituali rimarrebbero inerti negli archivi e nei musei se l’idea cessasse di incarnarsi nella realtà viva di una libera democrazia che, ricorrendo alla ragione e all’esperienza, si dedichi alla ricerca della giustizia sociale; è vero anche che la macchina democratica e l’organizzazione spirituale e culturale girerebbero a vuoto se la struttura politica non aprisse le sue porte ai rappresentanti degli interessi generali e in primo luogo a quelli del lavoro.

Dunque, nessuna delle tendenze che prevalgono nell’una o l’altra zona della nostra civiltà può pretendere di trasformarsi da sola in idea dominante ed unica dell’architettura e della vitalità della nuova Europa, ma queste tre tendenze opposte debbono insieme contribuire a creare questa idea e ad alimentare il libero e progressivo sviluppo.

Ora sarà proprio questa nostra Assemblea che, nel corso dei prossimi dibattiti, si sforzerà di trovare i princìpi di una sintesi politica, sociale, economica e morale in base alla quale gli Stati sovrani possano decidere di edificare la casa comune.

sabato 9 gennaio 2021

Discorso del Presidente del Consiglio on. Alcide De Gasperi alla Conferenza di Pace, Parigi 10/08/1946

 

Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: e soprattutto la mia qualifica di ex nemico, che mi fa considerare come imputato e l'essere citato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni in una lunga e faticosa elaborazione.

Non corro io il rischio di apparire come uno spirito angusto e perturbatore, che si fa portavoce di egoismi nazionali e di interessi unilaterali?
Signori, è vero: ho il dovere innanzi alla coscienza del mio Paese e per difendere la vitalità del mio popolo di parlare come italiano; ma sento la responsabilità e il diritto di parlare anche come democratico antifascista, come rappresentante della nuova Repubblica che, armonizzando in sé le aspirazioni umanitarie di Giuseppe Mazzini, le concezioni universaliste del cristianesimo e le speranze internazionaliste dei lavoratori, è tutta rivolta verso quella pace duratura e ricostruttiva che voi cercate e verso quella cooperazione fra i popoli che avete il compito di stabilire.

Ebbene, permettete che vi dica con la franchezza che un alto senso di responsabilità impone in quest'ora storica a ciascuno di noi, questo trattato è, nei confronti dell'Italia, estremamente duro; ma se esso tuttavia fosse almeno uno strumento ricostruttivo di cooperazione internazionale, il sacrificio nostro avrebbe un compenso: l'Italia che entrasse, sia pure vestita del saio del penitente, nell'ONU, sotto il patrocinio dei Quattro, tutti d'accordo nel proposito di bandire nelle relazioni internazionali l'uso della forza (come proclama l'articolo 2 dello Statuto di San Francisco) in base al "principio della sovrana uguaglianza di tutti i Membri", come è detto allo stesso articolo, tutti impegnati a garantirsi vicendevolmente "l'integrità territoriale e l'indipendenza politica", tutto ciò potrebbe essere uno spettacolo non senza speranza e conforto. L'Italia avrebbe subìto delle sanzioni per il suo passato fascista, ma, messa una pietra tombale sul passato, tutti si ritroverebbero eguali nello spirito della nuova collaborazione internazionale.

Si può credere che sia così?
Evidentemente ciò è nelle vostre intenzioni, ma il testo del trattato parla un altro linguaggio.

In un congresso di pace è estremamente antipatico parlar d'armi e di strumenti di guerra. Vi devo accennare, tuttavia, perché nelle precauzioni prese dal trattato contro un presumibile riaffacciarsi di un pericolo italiano si è andati tanto oltre da rendere precaria la nostra capacità difensiva connessa con la nostra indipendenza.
Mai, mai nella nostra storia moderna le porte di casa furono così spalancate, mai le nostre possibilità di difesa così limitate. Ciò vale per la frontiera orientale come per certe rettifiche dell'occidentale ispirate non certo ai criteri della sicurezza collettiva.
Nè questa volta ci si fa balenare la speranza di Versailles, cioè il proposito di un disarmo generale, del quale il disarmo dei vinti sarebbe solo un anticipo.

Ma in verità più che il testo del trattato, ci preoccupa lo spirito: esso si rivela subito nel preambolo.
Il primo considerando riguarda la guerra di aggressione e voi lo ritroverete tale quale in tutti i trattati coi così detti ex satelliti; ma nel secondo considerando che riguarda la cobelligeranza voi troverete nel nostro un apprezzamento sfavorevole che cercherete invano nei progetti per gli Stati ex nemici. Esso suona: "considerando che sotto la pressione degli avvenimenti militari, il regime fascista fu rovesciato ... ".
Ora non v'ha dubbio che il rovesciamento del regime fascista non fu possibile che in seguito agli avvenimenti militari, ma il rivolgimento non sarebbe stato così profondo, se non fosse stato preceduto dalla lunga cospirazione dei patrioti che in Patria e fuori agirono a prezzo di mmensi sacrifici, senza l'intervento degli scioperi politici nelle industrie del nord, senza l'abile azione clandestina degli uomini dell'opposizione parlamentare antifascista (ed è qui presente uno dei suoi più fattivi rappresentanti) che spinsero al colpo di stato. Rammentate che il comunicato di Potsdam del 2 agosto 1945 proclama: "L'Italia fu la prima delle Potenze dell'Asse a rompere con la Germania, alla cui sconfitta essa diede un sostanziale contributo ed ora si è aggiunta agli Alleati nella guerra contro il Giappone".

"L'Italia ha liberato se stessa dal regime fascista e sta facendo buoni progressi verso il ristabilimento di un Governo e istituzioni democratiche".

Tale era il riconoscimento di Potsdam. Che cosa è avvenuto perché nel preambolo del trattato si faccia ora sparire dalla scena storica il popolo italiano che fu protagonista? Forse che un governo designato liberamente dal popolo, attraverso l'Assemblea Costituente della Repubblica, merita meno considerazione sul terreno democratico?
La stessa domanda può venir fatta circa la formulazione così stentata ed agra della cobelligeranza: "delle Forze armate italiane hanno preso parte attiva alla guerra contro la Germania". Delle Forze? Ma si tratta di tutta la marina da guerra, di centinaia di migliaia di militari per i servizi di retrovia, del "Corpo Italiano di Liberazione", trasformatosi poi nelle divisioni combattenti e "last but non least" dei partigiani, autori soprattutto dell'insurrezione del nord.
Le perdite nella resistenza contro i tedeschi, prima e dopo la dichiarazione di guerra, furono di oltre 100 mila uomini tra morti e dispersi, senza contare i militari e civili vittime dei nazisti nei campi di concentramento ed i 50 mila patrioti caduti nella lotta partigiana.

Diciotto mesi durò questa seconda guerra, durante i quali i tedeschi indietreggiarono lentamente verso nord spogliando, devastando, distruggendo quello che gli aerei non avevano abbattuto.

Il rapido crollo del fascismo dimostrò esser vero quello che disse Churchill: "un uomo, un uomo solo ha voluto questa guerra" e quanto fosse profetica la parola di Stimson, allora Ministro della guerra americano: "La resa significa un atto di sfida ai tedeschi che avrebbe cagionato al popolo italiano inevitabili sofferenze".

Me è evidente che, come la prefazione di un libro, anche il preambolo è stato scritto dopo il testo del Trattato, e così bisognava ridurre, attenuare il significato della partecipazione del popolo italiano ed in genere della cobelligeranza perché il preambolo potesse in qualche maniera corrispondere agli articoli che seguono.

Infatti dei 78 articoli del trattato la più parte corrisponde ai due primi considerando, cioè alla guerra fascista e alla resa: nessuno al considerando della cobelligeranza, la quale si ritiene già compensata coll'appoggio promesso all'Italia per l'entrata nell'ONU; compenso garantito anche a Stati che seguirono o poterono seguire molto più tardi l'esempio dell'Italia antifascista.

Il carattere punitivo del trattato risulta anche dalle clausole territoriali. E qui non posso negare che la soluzione del problema di Trieste implicava difficoltà oggettive che non era facile superare. Tuttavia anche questo problema è stato inficiato fin dall'inizio da una psicologia di guerra, da un richiamo tenace ad un presunto diritto del primo occupante e dalla mancata tregua fra le due parti più direttamente interessate.

Mi avete chiamato a Londra il 18 settembre 1945. Abbandonando la frontiera naturale delle Alpi e per soddisfare alle aspirazioni etniche jugoslave, proposi allora la linea che Wilson aveva fatta propria quando, il 23 aprile 1919, nella Conferenza della Pace a Parigi invocava "una decisione giusta ed equa, non già una decisione che eternasse la distinzione tra vincitori e vinti".

Proponevamo inoltre che il problema economico della Venezia Giulia venisse risolto internazionalizzando il porto di Trieste e creando una collaborazione col porto di Fiume e col sistema ferroviario Danubio-Sava-Adriatico.

Era naturalmente inteso che si dovesse introdurre parità e reciprocità nel trattamento delle minoranze, che Fiume riavesse lo status riconosciuto a Rapallo, che il carattere di Zara fosse salvaguardato.

Il giorno dopo, Signori Ministri, avete deciso di cercare la linea etnica in modo che essa lasciasse il minimo di abitanti sotto dominio straniero; a tale scopo disponeste la costituzione di una Commissione d'inchiesta. La commissione lavorò nella Venezia Giulia per 28 giorni. Il risultato dell'inchiesta fu tale che io stesso, chiamato a Parigi a dire il mio avviso il 3 maggio 1946, ne approvai, sia pure con alcune riserve, le conclusioni di massima. Ma i rappresentanti jugoslavi, con argomenti di sapore punitivo, sul possesso totale della Venezia Giulia e specie di Trieste. Cominciò allora l'affannosa ricerca del compromesso e, quando lasciai Parigi, correva voce che gli Anglo-Americani, abbandonando le linee etniche, si ritirassero su quella francese.

Questa linea francese era già una linea politica di comodo, non più una linea etnica nel senso delle decisioni di Londra, perché rimanevano nel territorio slavo 180.000 italiani e in quello italiano 59.000 slavi; soprattutto essa escludeva dall'Italia Pola, e le città minori della costa istriana occidentale ed implicava quindi per noi una perdita insopportabile. Ma per quanto inaccettabile, essa era almeno una frontiera italo-jugoslava che aggiudicava Trieste all'Italia.

Ebbene, che cosa è accaduto sul tavolo del compromesso durante il giugno, perché il 3 luglio il Consiglio dei Quattro rovesciasse le decisioni di Londra e facesse della linea francese non più la frontiera tra Italia e Jugoslavia, ma quella di un cosiddetto "Territorio libero di Trieste" con particolare statuto internazionale? Questo rovesciamento fu per noi una amarissima sorpresa e provocò in Italia la più profonda reazione. Nessun sintomo, nessun cenno poteva autorizzare gli autori del compromesso a ritenere che avremmo assunto la benché minima corresponsabilità di una simile soluzione che incide nelle nostre carni e mutila la nostra integrità nazionale. Appena avuto sentore di tale minaccia il 30 giugno telegrafavo ai Quattro Ministri degli Esteri la pressante preghiera di ascoltarmi dichiarando di volere assecondare i loro sforzi per la pace, ma mettendoli in guardia contro espedienti che sarebbero causa di nuovi conflitti. La soluzione internazionale, dicevo, com'è progettata, non è accettabile e specialmente l'esclusione dell'Istria occidentale fino a Pola causerà una ferita insopportabile alla coscienza nazionale italiana.

La mia preghiera non ebbe risposta e venne messa agli atti. Oggi non posso che rinnovarla, aggiungendo degli argomenti che non interessano solo la nostra nazione, ma voi tutti che siete ansiosi della pace del mondo.

Il Territorio libero, come descritto dal progetto, avrebbe una estensione di 783 kmq. con 334.000 abitanti concentrati per 3/4 nella città capitale. La popolazione si comporrebbe, secondo il censimento del 1921, di 266.000 italiani, 49.501 slavi, 18.000 altri. Lo Stato sarebbe tributario della Jugoslavia e dell'Italia in misura eguale per la forza elettrica, comunicherebbe con il suo hinterland con tre ferrovie slave ed una italiana. Le spese necessarie per il bilancio ordinario sarebbero da 5 a 7 miliardi; il gettito massimo dei tributi potrebbe toccare il miliardo.
Trieste ed il suo porto dall'Italia hanno avuto dal 1919 al 1938 larghissimi contributi per opere pubbliche e le industrie triestine come i cantieri, le raffinerie, le fabbriche di conserve, non solo sorte in seguito a facilitazioni, esenzioni fiscali, sussidii (anche le linee di navigazione), ma sono vincolate tutte ai mercati italiani. Già ora il trattato proietta la sua ombra sull'attività produttiva di Trieste perché non si crede alla vitalità della sistemazione e alla sua efficienza economica. Come sarà possibile, obiettano i triestini, mantenere l'ordine in uno Stato non accetto né agli uni né agli altri, se oggi ancora gli Alleati, che pur vi mantengono forze notevoli, non riescono a garantire la sicurezza personale?

Il problema interno è forse il più grave. Ogni gruppo etnico chiederebbe soccorso ai suoi e le lotte si complicherebbero col sovrapporsi del problema sociale, particolarmente acuto e violento in situazioni come quelle di un emporio commerciale e industriale. Come farà l'ONU ad arbitrare e ad evitare che le lotte politiche interne assumano carattere internazionale?

Voi rinserrate nella fragile gabbia d'uno statuto i due contendenti con razioni scarse e copiosi diritti politici e voi pretendete che non vengano alle mani e non chiamino in aiuto gli slavi, schierati tutti all'intorno a 8 chilometri di distanza, e gli italiani che tendono il braccio attraverso un varco di due chilometri?

Ovvero pensate davvero di fare del porto di Trieste un emporio per l'Europa Centrale? Ma allora il problema è economico e non politico. Ci vuole una compagnia, un'amministrazione internazionale, non uno Stato; un'impresa con stabili basi finanziarie, non una combinazione giuridica collocata sulle sabbie mobili della politica!

Per correre il rischio di tale non durevole spediente, voi avete dovuto aggiudicare l'81% del territorio della Venezia Giulia agli jugoslavi (ed ancora essi se ne lagnano come di un tradimento degli Alleati, e cercano di accaparrare il resto a mezzo di formule giuridiche costituzionali del nuovo Stato); avete dovuto far torto all'Italia rinnegando la linea etnica, avete abbandonata alla Jugoslavia la zona di Parenzo-Pola, senza ricordare la Carta Atlantica che riconosce alle popolazioni il diritto di consultazione sui cambiamenti territoriali, anzi ne aggravate le condizioni stabilendo che gli italiani della Venezia Giulia passati sotto la sovranità slava che opteranno per conservare la loro cittadinanza, potranno entro un anno essere espulsi e dovranno trasferirsi in Italia abbandonando la loro terra, le loro case, i loro averi, che più? i loro beni potranno venire confiscati e liquidati, come appartenenti a cittadini italiani all'estero, mentre l'italiano che accetterà la cittadinanza slava sarà esente da tale confisca.

L'effetto di codesta vostra soluzione è che, fatta astrazione dal Territorio libero, 180.000 italiani rimangono in Jugoslavia e 10 mila slavi in Italia (secondo il censimento del 1921) eche il totale degli italiani esclusi dall'Italia, calcolando quelli di Trieste, è di 446.000; né per queste minoranze avete minimamente provveduto, mentre noi in Alto Adige stiamo preparando una generosa revisione delle opzioni ed è già stato raggiunto un accordo su una ampia autonomia regionale da sottoporsi alla Costituente.

A qual pro dunque ostinarsi in una soluzione che rischia di creare nuovi guai, a qual pro voi vi chiuderete gli orecchi alle grida di dolore degli italiani dell'Istria - ho presente una sottoscrizione di Pola - che sono pronti a partire, ad abbandonare terre e focolari pur di non sottoporsi al nuovo regime?

Lo so, bisogna fare la pace, bisogna superare la stasi, ma se avete rinviato di un anno la questione coloniale, non avendo trovato una soluzione adeguata, come non potreste fare altrettanto per la questione giuliana? C'è sempre tempo per commettere un errore irreparabile. Il Trattato sta in piedi anche se rimangono aperte alcune clausole territoriali. E' una pace provvisoria: ma anche da Versailles a Cannes si dovette procedere per gradi. Altre questioni rimangono aperte o sono risolte nel Trattato negativamente. Non posso ritenere, per esempio, che i nostri rapporti con la Germania si possano considerare definiti con l'art. 67 di codesto Trattato, il quale impone all'Italia la rinuncia a qualsiasi reclamo, compresi i crediti contro la Germania e i cittadini germanici fino alla data dell'8 maggio 1945, dopo cioè che l'Italia era in guerra con la Germania da diciannove mesi.

I nostri tecnici calcolano a circa 700 miliardi di lire, cioè a circa 3 miliardi di dollari, la somma che possiamo reclamare dalla Germani per il periodo della cobelligeranza; e noi ci dovremmo semplicemente rinunciare? Non può essere questo un provvedimento definitivo; bisognerà pur riparlarne quando si farà la pace con la Germania: e allora non è questo un altro argomento per provare che il completo assestamento d'Europa non può avvenire che dopo la pace con la Germania? Stabiliamo le basi fondamentali del Trattato; l'Italia accetterà di fare i sacrifici che può.

Mettiamoci poi a tavolino, noi e gli jugoslavi in prima linea, e cerchiamo un modo di vita, una collaborazione, perché senza questo spirito le formule del Trattato rimarranno vuote.

Non è a dire con ciò che per tutto il resto il Trattato sia senz'altro accettabile.

Alcune clausole economiche sono durissime. Così per esempio l'art. 69 che concede ad ogni Potenza Alleata o Associata il diritto di sequestrare, ritenere o liquidare tutti i beni italiani all'estero, salvo restituire la eventuale quota eccedente i reclami delle Nazioni Unite. L'applicazione generale di tale articolo avrebbe conseguenze insopportabili per la nostra economia. Ci attendiamo che tali disposizioni vengano modificate soprattutto se - come non dubito - si darà modo ai miei collaboratori di esprimersi a fondo su questo come su ogni altro argomento, in seno alle competenti Commissioni. Così ancora all'art. 62 ci si impone una rinuncia contraria al buon diritto e alle norme internazionali, la rinuncia cioè a qualsiasi credito derivante dalle Convenzioni sul trattamento dei prigionieri.

logica conseguenza della cobelligeranza è anche che a datare dal 13 ottobre 1943 lo spirito con cui devono essere regolati i rapporti economici tra noi e gli Alleati sia diverso. Non si tratta più di spese di occupazione, previste all'epoca dell'armistizio per un breve periodo, ma di spese di guerra sul fronte italiano. Ad esse il Governo italiano vuole contribuire nei limiti delle sue possibilità economiche, me nei modi che di tale capacità tengano conto.

In quanto alle riparazioni, pur essendo disposti a sopportare sacrifici, dobbiamo escludere che si facciano gravare sull'economia italiana oneri imprecisati e per un tempo indeterminato e nei riguardi dei territori ceduti o liberati si dovrà tener conto degli enormi investimenti da noi fatti per opere pubbliche per lo sviluppo culturale e materiale di tali Paesi. Se le clausole del trattato ci venissero imposte nella loro totalità e crudezza, noi, firmando, commetteremmo un falso perché l'Italia, nel momento attuale, con una diminuzione dei salari reali di oltre il 50% e del reddito nazionale di oltre il 45, ha già visto ridurre la sua capacità di produzione fino al punto da non poter acquistare all'estero le derrate alimentari e le materie prime. Ulteriori peggioramenti provocherebbero il caos monetario, l'insolvenza e la perdita della nostra indipendenza economica. A che ci gioverebbe allora essere ammessi ai benefici del Consiglio economico e sociale dell'ONU?

Prendiamo atto con soddisfazione che nella Conferenza dei Quattro - seduta del 10 maggio - la proposta di affidare all'Italia sotto forma di amministrazione fiduciaria le sue colonie ha incontrato consensi. Confidiamo che tale assenso trovi pratica applicazione nel momento di deliberare. In tale attesa, purché non si chiedano rinuncie preventive, non facciamo obbiezioni al rinvio né al prolungamento dell'attuale regime di controllo militare in quei territori. Ma noi ci attendiamo che l'amministrazione di quei territori durante l'anno di proroga sia, in conformità della legge internazionale, affidata almeno per un'equa parte ai funzionari italiani, sia pure sotto il controllo delle autorità occupanti. E facciamo viva istanza perché decine e decine di migliaia di profughi dalla Libia, Eritrea e Somalia che vivono in condizioni angosciose in Italia o in campi di concentramento della Rhodesia o nel Kenya possano ritornare alle loro sedi.

Circa le questioni militari, le nostre obbiezioni potranno più propriamente essere esposte nella Commissione rispettiva. Basti qui riaffermare che la flotta italiana, dopo essersi data tutta alla cobelligeranza e aver operato in favore della causa comune per tre anni e fino a tutt'oggi sotto propria bandiera agli ordini del Comando Supremo del Mediterraneo, non può oggi, per ovvie ragioni morali e giuridiche, venir trattata come bottino di guerra. Ciò non esclude che nello spirito degli accordi Cunningham - De Courten, essa contribuisca entro giustificati limiti a restituzioni o compensi.

Signori Ministri, Signori Delegati,

per mesi e mesi ho atteso invano di potervi esprimere in una sintesi generale il pensiero dell'Italia sulle condizioni della sua pace, ed oggi ancora comparendo qui nella veste di ex-nemico, veste che non fu mai quella del popolo italiano, innanzi a Voi, affaticati dal lungo travaglio o anelanti alla conclusione, ho fatto uno sforzo per contenere il sentimento e dominare la parola, onde sia palese che siamo lungi dal voler intralciare ma intendiamo costruttivamente favorire la vostra opera, in quanto contribuisca ad un assetto più giusto del mondo.

Chi si fa interprete oggi del popolo italiano è combattuto da doveri apparentemente contrastanti.

Da una parte egli deve esprimere l'ansia, il dolore, l'angosciosa preoccupazione per le conseguenze del Trattato, dall'altra riaffermare la fede della nuova democrazia italiana nel superamento della crisi della guerra e nel rinnovamento del mondo operato con validi strumenti di pace.

Tale fede nutro io pure e tale fede sono venuti qui a proclamare con me i miei due autorevoli colleghi, l'uno già Presidente del Consiglio, prima che il fascismo stroncasse l'evoluzione democratica dell'altro dopoguerra, il secondo Presidente dell'Assemblea Costituente Repubblicana, vittima ieri dell'esilio e delle prigioni e animatore oggi di democrazia e di giustizia sociale: entrambi interpreti di quell'Assemblea a cui spetterà di decidere se il Trattato che uscirà dai vostri lavori sarà tale da autorizzarla ad assumerne la corresponsabilità, senza correre il rischio di compromettere la libertà e lo sviluppo democratico del popolo italiano.

Signori Delegati,

grava su voi la responsabilità di dare al mondo una pace che corrisponda ai conclamati fini della guerra, cioè all'indipendenza e alla fraterna collaborazione dei popoli liberi. Come italiano non vi chiedo nessuna concessione particolare, vi chiedo solo di inquadrare la nostra pace nella pace che ansiosamente attendono gli uomini e le donne di ogni Paese che nella guerra hanno combattuto e sofferto per una mèta ideale. Non sostate sui labili espedienti, non illudetevi con una tregua momentanea o con compromessi instabili: guardate a quella mèta ideale, fate uno sforzo tenace e generoso per raggiungerla.

E' in questo quadro di una pace generale e stabile, Signori Delegati, che vi chiedo di dare respiro e credito alla Repubblica d'Italia: un popolo lavoratore di 47 milioni è pronto ad associare la sua opera alla vostra per creare un mondo più giusto e più umano.