martedì 28 aprile 2020

#Donnealcentro #pariopportunità Ricorda: la colpa è tua

di Valeria Frezza

Ricordiamo alcune sentenze della Cassazione riguardanti donne che hanno subito uno stupro: se indossi i jeans non è possibile che ti abbiano stuprato (Cassazione, sentenza numero 1636-1999); se si tratta di tuo marito e il rapporto è completo non è possibile che ti abbiano stuprato (Cassazione, sentenza 2014), se hai bevuto il fatto che abbiano abusato di te non costituisce una aggravante (Cassazione, sentenza 32462, 2018). Nella maggioranza dei casi le donne vengono colpevolizzate. Questa tesi è condivisa anche da buona parte del popolo degli haters che prolifera online.  Il messaggio che passa di solito è che la donna è per definizione colpevole e alla donna viene insegnato ad aspettarsi così poco dagli uomini che la visione dell'uomo privo di autocontrollo diventa accettabile. Alle ragazze viene insegnato a vergognarsi e così le ragazze diventano donne incapaci di dire che provano desiderio, si trattengono, non dicono quello che pensano davvero...
Il problema del genere è che prescrive come dovremmo essere invece di riconoscere ciò che siamo, si è più felici quando si può essere liberi di essere ciò che si è veramente, senza il peso delle aspettative legate al genere.
Di fronte all'esplosione maschile contro le donne la reazione è sempre la stessa, pregiudizi, colpevolizzazioni e rivittimizzazioni. Diffuse sono le prescrizioni, i consigli paternalistici alle donne su come prevenire e difendersi invece di focalizzarsi sugli abusi e sulle cause alle sue radici.
Un percorso di presa di coscienza significa riconoscere la violenza e le sue radici culturali, un modello di relazione patriarcale tramandato di generazione in generazione. Assume un'importanza fondamentale l'educazione alla parità e al rispetto, abbattere gli stereotipi di genere ed educare alla parità e questo è propedeutico per prevenire la violenza contro le donne. Il senso di colpa, l'isolamento, la paura di non essere comprese, di essere "sbagliate", la paura di perdere i figli, la mancanza di indipendenza economica, rischiano di bloccare ogni via di fuga.
Il passaggio dalle violenze psicologiche ed economiche a quelle fisiche è spesso breve.
Occorre consentire alle donne di sentirsi tali, oltre che madri e mogli, di potersi costruire un futuro, di trovare l'indipendenza attraverso il lavoro e percorsi di empowerment. Le donne rivendicano con orgoglio un proprio spazio nel mondo, il loro valore, un' esistenza all'insegna della serenità per se stesse e per i loro figli e costruire un tessuto sociale in cui le donne si sentano parte, accolte e ascoltate.
Concludo con una citazione di Maria Michela Marzano, filosofa, politica e saggista italiana: "Quanto più la donna cerca di affermarsi come uguale in dignità, valore e diritti all'uomo, tanto più l'uomo reagisce in modo violento. La paura di perdere anche solo alcune briciole di potere lo rende volgare, aggressivo, violento. [...] Si tratta di uomini che non accettano l'autonomia femminile e che, spesso per debolezza, vogliono controllare la donna e sottometterla al proprio volere. Talvolta sono insicuri e hanno poca fiducia in se stessi, ma, invece di cercare di capire cosa esattamente non vada bene nella propria vita, accusano le donne e le considerano responsabili dei propri fallimenti. Progressivamente, trasformano la vita della donna in un incubo. E, quando la donna cerca di rifarsi la vita con un altro, la cercano, la minacciano, la picchiano, talvolta l'uccidono. Paradossalmente, molti di questi delitti passionali non sono altro che il sintomo del "declino dell'impero patriarcale". Come se la violenza fosse l'unico modo per sventare la minaccia della perdita. Per continuare a mantenere un controllo sulla donna. Per ridurla a mero oggetto di possesso".

Fonti: il Fatto quotidiano e dols

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