martedì 30 giugno 2020
Quante rose a coprire quell'abisso. Donne cattoliche controcorrente
mercoledì 24 giugno 2020
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martedì 23 giugno 2020
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venerdì 19 giugno 2020
Maria Montessori, un’educazione per la pace
Maria Montessori è un’educatrice, pedagogista, filosofa, medico, neuropsichiatra infantile, scienziata internazionalmente nota per il metodo educativo che prende il suo nome, adottato in migliaia di scuole materne, elementari, medie, superiori in tutto il mondo e prima donna a laurearsi in medicina in Italia. Il suo impegno per l’educazione, ed in particolare quella dei minorati mentali, è noto a tutti.
Maria Montessori ha dedicato anche molta attenzione alla questione dei diritti delle donne e alle condizioni di svantaggio sociale delle classi più deboli. Invece io vorrei parlare dell’ impegno di Maria Montessori per la pace.
La pace e la via per costruirla sono sempre state al centro della sua riflessione e fu proprio attraverso il suo lavoro con i bambini che ella arrivò alla soluzione: l’educazione è l’arma della pace.
Con il suo lavoro Maria Montessori ci fa capire che le guerre non dipendono solo da squilibri economici e le cause più profonde sono da riscontrare in interventi educativi inadeguati nell’infanzia. La pace è dunque innanzitutto un problema pedagogico e la responsabilità ultima della sua realizzazione è l’educazione. La politica può evitare le guerre, ottenere che i conflitti si risolvano attraverso negoziati ma per creare le premesse per un mondo di pace l’educazione è la vera strada.
Non l’approccio basato sulla formazione di individui dipendenti, eterodiretti, competitivi e alla ricerca continua di approvazione ma un’ educazione che ponga il bambino che apprende in una posizione attiva; “il bambino non è debole e povero ma è maestro anche nei riguardi della sua educazione. Questa non è una esaltazione fuori misura dell’infanzia, è una grande verità” (cit.)
Un’ educazione così concepita consente al bambino di diventare un adulto libero, capace di autodirigersi nella vita, autonomo eppure in comunione con gli altri, artefice un domani di un mondo migliore. Questo necessita l’impegno e la responsabilità di tutta la società. I governi devono assegnare all’educazione l’importanza che essa merita ma anche ogni singolo individuo dovrebbe impegnarsi a lavorare su di sè e diventare protagonista del cambiamento.
“La difesa dei popoli non può poggiare sulle armi e le armi non potranno mai assicurare la pace e la prosperità di nessun popolo finché non si ricorrerà a questo grande armamento della pace che è l’educazione”(cit.)
Sembra quasi che la scuola sia diventata un baby parking ovvero un posto dove lasciare frettolosamente i propri figli per andare a lavorare. Non è così. La scuola si impegna in un proficuo rapporto di collaborazione con la famiglia. La scuola è il luogo dove si formano le nuove generazioni che un domani diventeranno la futura classe dirigente del nostro paese, non è l’ultima ruota del carro e tutti devono assumersene la responsabilità. Siamo garanti dell’armonia che deve esserci nella società, a casa e a scuola. Non un sistema di istruzione schizofrenico, in balìa della precarietà, dell’incertezza, dell’improvvisazione e nemmeno una scuola anestetizzata.
Concludo con una citazione di Maria Montessori: “Il bambino è una sorgente d’amore; quando lo si tocca, si tocca l’amore. Il nostro mondo è stato lacerato e ha ora bisogno di essere ricostruito.”
giovedì 11 giugno 2020
"Mulieris Dignitatem" di Giovanni Paolo II (1988) sulla dignità e vocazione della donna
Nella Mulieris Dignitatem, Giovanni Paolo II ha voluto approfondire le verità antropologiche fondamentali dell’uomo e della donna: l’uguaglianza in dignità e l’unità dei due, la profonda diversità tra il maschile e il femminile e la loro vocazione alla reciprocità e alla complementarietà, alla collaborazione e alla comunione. Questa unità dell’uomo e della donna si basa sul fondamento della dignità di ogni persona, creata a immagine e somiglianza di Dio, il quale “maschio e femmina li creò”.
Dio vuole l’uomo e la donna come persone eguali e chiama i due alla comunione d’amore mediante la reciproca donazione. Quanto avviene nel matrimonio diventa così il paradigma dei rapporti interpersonali tra uomo e donna. Il peccato deforma il senso dei rapporti tra di loro e l’uguaglianza, la comunione e la donazione sono minacciate dalla disuguaglianza, dalla contrapposizione, dal dominio e dal possesso “verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà” (Gen.3,16). Le varie discriminazioni alle quali la donna è soggetta trovano nel peccato la spiegazione più profonda. Sono discriminazioni che vanno superate. Ciò è possibile attraverso la salvezza che viene da Cristo. L’atteggiamento di Gesù è libero dai condizionamenti del tempo. La “novità del Vangelo” esalta la vera dignità della donna e la vocazione corrispondente a questa dignità. Come donna è chiamata a realizzarsi nella comunione con l’altro e nel dono di sé., centrale è l’affermazione della sua dignità e nel contempo il valore della sua femminilità.
In una società e in una cultura nelle quali lo sviluppo tecnico-scientifico è spesso distorto, per evitare il rischio che si perda la centralità della persona umana, l’avvenire dovrà imprescindibilmente passare attraverso la donna.
In Maria, la Vergine Madre di Dio, si sono manifestate in pienezza la dignità e la vocazione della donna. Maria è l’archetipo di tutti gli esseri umani, uomini e donne, chiamati alla comunione di amore con Dio. In particolare, Maria ha vissuto questa comunione che è propria ed esclusiva della donna: l’unione tra madre e figlio. La donna si trova al centro di questo evento salvifico. L’autorivelazione di Dio che è contenuta nell’annunciazione di Nazareth. “Il Verbo si fa carne” e Maria raggiunge un’unione con Dio tale da superare le aspettative umane e diviene madre del Messia che è “Figlio dell’Altissimo”.
Chiamando la donna alla maternità, Dio le ha affidato in maniera speciale l’essere umano. L’uomo però rischia di ridurre la maternità ad un ruolo sociale ma che di fatto mette in disparte e non valorizza pienamente le potenzialità della donna per la costruzione della comunità o abbandonare il femminile con i tratti che lo caratterizzano.
La Lettera, riflettendo sulla presenza e l’impegno femminile nella Chiesa afferma che “è giunta l’ora in cui la vocazione della donna si svolga con pienezza, l’ora in cui la donna acquisti nella società un’influenza, un irradiamento, un potere finora mai raggiunto.
Queste affermazioni sono di grande attualità perché purtroppo la questione femminile ha lasciato la via del rifiuto del maschio che non cerca la cooperazione in una profonda integrazione dei due sessi e continua ad essere una questione disputata. La donna è riconosciuta ed elogiata quasi esclusivamente per il suo servizio sociale e di carità ma raramente è vista come promotrice di cambiamento culturale e si scontra con una mentalità maschilista ed autoritaria, che non lascia spazio per ruoli direttivi o di collaborazione. La donna ha un grande contributo da offrire con le sue intuizioni, la sua capacità di dialogo, di proposta e di mediazione, giudicata per la sua bellezza ed esteriorità e non per i valori veri e profondi che potrebbero essere valorizzati per la costruzione di una società migliore e di una Chiesa più equilibrata e plurale.
Papa Francesco dice che spesso il ruolo di servizio della donna scivola verso un ruolo di “servitù”. È tempo, dice Papa Francesco nel discorso del 7 febbraio 2015 alla Plenaria del Dicastero della Cultura che le donne siano pienamente partecipi dei vari ambiti della vita sociale ed ecclesiale e mette l’accento sull’urgenza di offrire spazi alle donne favorendo una presenza più capillare ed incisiva con un maggiore coinvolgimento nelle responsabilità pastorali.
“Quando le donne possono trasmettere i loro doni, il mondo si ritrova più unito e più in pace. Perciò, una conquista per la donna è una conquista per l’umanità intera” cit. Papa Francesco
Fonti: Avvenire, Lettera Apostolica Mulieris Dignitatem (15 agosto 1988) Giovanni Paolo II, Chiesa Cattolica
End Qualified Immunity
venerdì 5 giugno 2020
La cultura dell'oggettivazione della donna #Donnealcentro
Un fenomeno che riguarda soprattutto le donne è l’oggettivazione, cioè il non riconoscimento come soggetto. Un fenomeno che spesso passa inosservato, se non addirittura accolto dalle donne stesse. Il corpo femminile viene sessualizzato, mercificato e oggettivato in modo diverso da quello maschile. L’oggettivazione è una forma di deumanizzazione che riduce la donna a oggetto, strumento, merce che legittima anche la violenza.
Si parla di oggettivazione sessuale quando la donna viene trattata come un corpo disponibile per l’uso e il piacere degli altri, il suo valore dipende soltanto dall’abilità di attrarre sessualmente.
Questo fenomeno che coinvolge maggiormente le femmine, impatta negativamente sulle prospettive lavorative, sull’interazione sociale e anche sul benessere psicofisico, conduce infatti all’auto-oggettivazione, a interiorizzare la prospettiva dell’osservatore, trattando se stesse come cose da misurare in base all’aspetto fisico. Trascurando capacità e competenze, emozioni ed esigenze, ricordi, desideri, affermazione personale si diventa più inclini a condizioni di stati ansiosi, depressivi, disagi sessuali, disordini alimentari.
Eppure oggi la donna si è emancipata, è libera e si confronta su piani diversi, ma spesso si realizzano immagini femminili secondo canoni maschili. L’oggettivazione riservato alla donna riflette le discriminazioni che ancora sussistono nei confronti del genere femminile in ambito lavorativo, politico e sociale, accentua la tolleranza di stereotipi e indirettamente anche di molestie, oltraggi e violenze. Nella nostra società non riusciamo ad eliminare le concezioni tradizionaliste. Esempi di oggettivazione: nei media le donne vengono spesso raccontate tutte uguali ed interscambiabili, prive di personalità, sempre giovani e belle, bambine sessualizzate e adulte infantilizzate, l’uomo invece è ipermascolinizzato. I media sottolineano forza fisica e dominanza sessuale negli uomini, bellezza, magrezza e passività nelle donne. Pubblicano foto di donne per dire se sono belle o brutte, per commentarne il look, escort (rapporti commerciali-sessuali), quote rosa sminuite e svalutate.
L’ossessione per il corpo dell’altra: i media tradizionali sono stati per anni i veicoli di questa cultura sessista, ai tempi di internet la situazione è peggiorata, c’è una compulsività che spinge a considerare ancora di più il proprio corpo come un oggetto. Le ragazze giovani ammettono di passare molto tempo sui social chepossono incentivare il fenomeno dell’ auto-oggettificazione del proprio corpo. L’unica soluzione è un utilizzo più coscienzioso delle ragazze che dovrebbero cercare di esporsi e di postare meno frequentemente le proprie immagini e non seguire pagine di persone che pubblicano certi tipi di immagini.
Fonte: Repubblica