martedì 18 febbraio 2020

2. Le interviste di #ForumalCentro: Maddalena Gissi, Segretaria generale della Cisl Scuola



1. Quali sono le richieste del sindacato e dei docenti, che quotidianamente vivono la scuola, al nuovo Ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina? Come sarà possibile reperire le risorse economiche utili per far fronte ai bisogni della scuola e dei docenti?
Dare finalmente alla scuola, e al lavoro nella scuola, l’attenzione e l’importanza che meritano, con una politica di forti investimenti che avvicini il nostro paese all’Europa sia in termini di volume di spesa per istruzione, formazione e ricerca, sia in termini di retribuzioni del personale. Sostenere con determinazione questo obiettivo è la richiesta che facciamo anche alla ministra Azzolina, come a chi l’ha preceduta, a nome e per conto di un mondo della scuola di cui siamo il sindacato più rappresentativo. Sappiamo bene che l’obiettivo è di grande impegno e che non può essere conseguito in un breve lasso di tempo; il punto di PIL che vorremmo fosse destinato alla scuola equivale a 16 miliardi, serve un piano pluriennale per arrivare al traguardo ma occorre partire subito, senza indugi e con una chiara direzione di marcia. È un impegno che chiama in causa ovviamente Governo e Parlamento, a chi guida il dicastero dell’Istruzione spetta esercitare un ruolo di garanzia e di stimolo. Un serio, coerente e puntuale impegno in quella direzione è anche la premessa per un significativo incremento delle retribuzioni del personale, condizione necessaria anche per restituire al lavoro nella scuola prestigio e considerazione sociale.

2. Quali sono al momento le divergenze tra il Ministero dell’Istruzione e i sindacati?
La rottura che si è determinata nei giorni scorsi, legata anche al mancato avvio del confronto sul rinnovo del contratto, investe principalmente un tema di particolare urgenza per il sistema, quello del reclutamento e del precariato, oggetto di un lungo confronto avviato già col Governo precedente e proseguito con quello attuale. Già il 24 aprile del 2019, infatti, sottoscrivemmo un’intesa - direttamente firmata dall’allora presidente del consiglio Giuseppe Conte - nella quale si indicava, fra l’altro, l’obiettivo prioritario di una stabilizzazione del lavoro precario, cui si fa ricorso in misura abnorme, anche attraverso modalità di reclutamento che riconoscessero il valore dell’esperienza di lavoro maturata da chi, lavorando per anni con contratti precari, mette le nostre scuole in condizione di funzionare regolarmente. Da quell’intesa e da quelle successive, l’ultima delle quali firmata il 1° ottobre dall’ex ministro Fioramonti, è scaturito il decreto legge 126/2019, convertito in legge a fine dicembre, che sia pure dopo mille sofferte mediazioni metteva in pista concorsi riservati al personale con almeno tre anni di lavoro precario. Assumendo l’incarico di ministra, dopo essere stata fino a quel momento sottosegretaria del MIUR, l’on. Azzolina ha impresso alla vicenda una svolta che molti (e lei stessa) vorrebbero definire “meritocratica”, lontana e di fatto divergente rispetto alle intese che ho richiamato, accentuando oltre ogni logica la selettività di prove concorsuali che in origine erano state ben diversamente concepite. È una meritocrazia malintesa, vorrei dire “di facciata”, quella che spaccia per garanzia di qualità professionale il superamento di una batteria di quesiti e un colloquio, rendendo del tutto residuale il peso e il valore di un lavoro svolto per più anni, dell’esperienza e della competenza in tal modo maturate. Dalla ministra Azzolina, proprio per la sua diretta provenienza dal mondo della scuola, ci attendevamo un approccio meno ideologico, più attento ad una realtà che dovrebbe ben conoscere. Oltre al tema dei concorsi riservati, c’è quello di uno sistema finalmente stabile e strutturale, dopo innumerevoli cambiamenti, di percorsi abilitanti aperti non solo ai neo laureati, ma anche al personale di ruolo che voglia acquisire nuove abilitazioni, e al personale che lavora da non abilitato nella scuola paritaria e nella formazione professionale. Doveva partire entro gennaio il tavolo di confronto per definire i contenuti di un apposito disegno di legge, non vi è stato il minimo segnale di attenzione e disponibilità in tal senso da parte della ministra. E non vale la scusa di essersi insediata da poche settimane: da sottosegretaria ha vissuto tutte le fasi del lungo confronto che ha prodotto le intese e, da ultimo, un verbale di conciliazione a fine dicembre che fissava precise scadenze, tutte regolarmente disattese. Quindi non ci sono alibi per un’inerzia che non vorremmo nascondesse, al di là delle dichiarazioni verbali, una scarsa disponibilità al pieno e corretto esercizio delle relazioni sindacali.

3. Il vincolo quinquennale è uno dei motivi principali del dissenso di sindacati e docenti nei confronti del Ministero. I numeri ci dicono che nella scuola lavorano attualmente  185.000 supplenti annuali o fino al termine delle lezioni. Alla luce di questi numeri, ha senso il vincolo quinquennale (ovvero l’obbligo di permanenza nella scuola di titolarità) per garantire la continuità didattica?
Anche questo è un esempio di come spesso si affrontino le questioni con interventi di facciata, risolutivi solo in apparenza dei problemi che andrebbero invece più opportunamente ed efficacemente trattati in sede contrattuale. Da sempre i contratti sulla mobilità contengono regole che incentivano e premiano la continuità di servizio sulla stessa scuola. Favorire la continuità didattica è senz’altro una giusta esigenza, la contrattazione è la sede opportuna in cui dare a quell’esigenza le necessarie risposte, ed è anche a nostro avviso la sede legittima, trattandosi di questioni che investono il rapporto di lavoro. Oltretutto l’esperienza insegna che le norme contrattuali si dimostrano meno esposte al contenzioso, spesso attivato con successo verso norme legislative considerate ingiuste. Se pensiamo, ad esempio, che il quinquennio azzera anche le tutele della legge 104, si rischia di essere facili profeti immaginando che possano essere ancora una volta i tribunali la sede di decisione su questioni che andrebbero risolte preventivamente da una politica più accorta e meno superficiale.

4. I docenti precari con almeno 3 annualità di servizio su sostegno chiedono di partecipare al concorso straordinario su sostegno. Sarà possibile riconoscere l’esperienza fatta sul campo per assicurare così l’inclusione scolastica e la continuità didattica agli alunni con disabilità?
Abbiamo rivolto proprio in queste ore, unitariamente, un appello al Presidente del Consiglio e alla Ministra Azzolina perché la questione dei precari con servizio su sostegno, come quella dei facenti funzione di DSGA, venga risolta con uno specifico emendamento al disegno di legge “milleproroghe”. Va detto, per chiarezza, che quel servizio va riconosciuto come requisito per partecipare ai concorsi riservati al personale con tre anni di precariato, ma per la classe di concorso di provenienza, non per i posti di sostegno, per i quali è indispensabile avere la specializzazione. Qui emerge un’altra questione da affrontare con la massima urgenza, quella dello scarso numero di specializzati, pur con situazioni molto diverse da territorio a territorio. La ministra ha annunciato con molta enfasi l’avvio del V ciclo dei PAS su sostegno, ma bastano due cifre a far comprendere come si sia ben lontani dalla soluzione dei problemi: meno di ventimila accessi ai PAS, più di ottantamila posti di sostegno oggi affidati a personale senza titolo di specializzazione. Forse è il caso di chiedersi se possa reggere un sistema che fa delle Università, nell’autonomia di decisione di cui dispongono, il soggetto deputato in via esclusiva a formare docenti specializzati. Forse vanno immaginate soluzioni diverse, nelle quali possa giocare un ruolo diverso lo stesso sistema scolastico. Nel frattempo andrebbe fatta chiarezza sui titoli conseguiti all'estero, acquisendo in via preventiva, e non solo con controlli successivi, le necessarie garanzie di qualità e congruità dei percorsi. Una cosa è certa: non possono certo essere i fattori di mercato, che condizionano inevitabilmente il sistema universitario, quelli decisivi   per l’avvio  di  percorsi  formativi; va comunque evitato il  rischio  che  un'offerta  carente  in  ambito  nazionale  alimenti  un  mercato incontrollato    di  titoli  oltre  confine.  Non  si  tratterebbe solo di un paradosso, ma di qualcosa di più grave.

5. Anzianità, stress e burnout: gli insegnanti potrebbero essere collocati in pensione attorno ai 60 anni e con meno di 30 anni di contributi come avviene negli altri Paesi Europei?
La prima cosa da fare è togliere la scuola, e chi ci lavora, dalla condizione di isolamento e di solitudine in cui spesso si trova ad agire. Parafulmine di ogni emergenza e di ogni problema, dovrebbe trovare anzitutto nelle famiglie, e più in generale nel contesto sociale in cui opera, sostegno convinto e piena alleanza. Sappiamo che non sempre è così, i casi di aggressione di cui sono vittime docenti e dirigenti, per quanto oggettivamente limitati, sono la spia di atteggiamenti purtroppo diffusi di disinteresse, talvolta di ostilità, che incidono fortemente in termini di stress lavorativo. Difficile, per evidenti ragioni, sottrarre tutto il personale scolastico dagli effetti di dinamiche riguardanti in generale il sistema previdenziale, in una società nella quale per fortuna si vive di più, ma si procrea e si lavora di meno. Per questo è importante che almeno un settore, la scuola dell’infanzia, abbia visto riconoscere le condizioni di particolare gravosità per le quali è consentito lasciare il servizio in anticipo rispetto ai requisiti ordinari. Vale la pena percorrere anche altre vie, in sede contrattuale, per individuare per i docenti anche modalità diverse di prestare la propria attività, dovendosi mettere in conto una più lunga permanenza in servizio. Ruoli di supporto alla progettazione e alla verifica delle attività, di tutoraggio ai nuovi assunti, di coordinamento e di formazione, tanto per indicare alcune piste di riflessione.

6. Franca Falcucci, provenendo dalla Democrazia Cristiana, “prestata” dal mondo della scuola alla politica, si trovò ad affrontare il tema scottante del rinnovo dei programmi della scuola elementare a causa delle ingenti trasformazioni socio-culturali. Potrebbe avere senso fare una scelta del genere anche oggi?
Rispetto ai tempi della ministra Falcucci (allora molto contestata, oggi spesso rimpianta per competenza, serietà e generosità di impegno) sono cambiate molte cose, ed è soprattutto inconfrontabile rispetto ad allora la rapidità con cui si svolgono i processi di cambiamento. Tenere dietro alle trasformazioni di contesto esige oggi  un’attitudine a vivere una condizione di cambiamento costante e molto veloce, l’autonomia delle istituzioni scolastiche – un’autonomia che non ha nulla di anarchico perché elemento di un sistema unitario e coordinato -  è forse la dimensione in questo senso più opportuna e più rispondente alle necessità nella situazione che stiamo vivendo. Un’autonomia che va sostenuta da un’azione efficace di governo, e da politiche di investimento che ho già indicato come indispensabili in apertura di questa intervista.

7. La condizione femminile oggi: cosa è cambiato dai primi momenti di emancipazione femminile al mondo contemporaneo nella società e sul lavoro?
L’emancipazione delle donne, nella società e nel lavoro, ha fatto passi da gigante, anche se l’effettiva parità di genere resta tuttora un traguardo non pienamente raggiunto, dunque un obiettivo cui dobbiamo continuare a tendere con la massima determinazione. I passi da gigante non sono del resto venuti per caso, ma sono frutto di un impegno che ha sempre visto in prima linea, fra gli altri, i soggetti della rappresentanza sociale, come i sindacati. Può essere considerato normale che sia una donna a guidare, come nel mio caso, la più grande organizzazione di un mondo del lavoro a forte presenza femminile come la scuola. Ma a me piace sottolineare come al vertice della mia confederazione, la CISL, ci sia oggi una donna, Annamaria Furlan; è avvenuto anche per la CGIL, con Susanna Camusso, mentre al ministero dell’istruzione la Azzolina è solo l’ultima di una serie di presenze femminili di rilievo. Oltre alla già citata Falcucci, e alla Jervolino che fu ministra negli anni novanta, negli ultimi vent’anni è stata affidata a donne, sei volte su dieci, la carica di ministro dell’istruzione. Basta questo perché le cose vadano meglio? Certamente no, non è certo in base al genere che si misura il gradimento per ciò che un ministro o un governo hanno fatto e fanno per la scuola, tant’è vero che nelle tensioni attualmente in atto la nostra interlocutrice è una ministra donna. In fondo, anche questo può essere letto come segno di parità riconosciuta e affermata nei fatti.

martedì 4 febbraio 2020

Il mio NO al referendum costituzionale.

di Armando Dicone

Il 29 marzo p.v. si svolgerà il referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari. Un referendum confermativo sul taglio del numero di senatori e deputati voluto, prima dalla maggioranza giallo-verde, e poi da quella giallo-rossa. La riforma sul "taglio" è stata da sempre la bandiera dei populisti, che pur di parlare a tutti i costi alla pancia, alla rabbia e al malessere dei cittadini hanno proposto un taglio netto del numero senza immaginare un nuovo assetto istituzionale, ma solo per scopi elettorali.
Che senso avrebbe tagliare il numero dei parlamentari senza, per esempio, superare il bicameralismo perfetto? Almeno avrebbe avuto un senso, una ragione, un diverso funzionamento delle istituzioni. I cittadini chiedono meno politica, meno rappresentanza oppure vorrebbero politici competenti in grado di risolvere i problemi dell'Italia?
Questa riforma, senza senso, dimostra che ci sono partiti e movimenti che non cercano soluzioni ai nostri problemi, ma sono solo impegnati a studiare le nostre paure, i nostri bisogni e i nostri sentimenti per poi "cavalcarli". I politici anti-casta oggi rappresentano le istituzioni e sono gli stessi che riducendo il numero dei parlamentari, ammettono la loro stessa sconfitta, come se dicessero poiché siamo inutili se siamo pochi costiamo meno.
Io vorrei una buona politica, una classe dirigente formata e preparata, che trovi le giuste ricette per risolvere i miei problemi. 
La politica non è un costo, altrimenti arriverà un giorno in cui il capo dirà che la democrazia è un costo. Arriverà il capo di turno che si sceglierà i parlamentari fedeli, magari con una legge elettorale senza preferenze, con il vincolo di mandato, con il presidenzialismo e di sicuro non avremo più democrazia e più libertà. 
Io voterò NO al taglio dei parlamentari perché non si può giocare con la rappresentanza, con la politica, con la democrazia e con la libertà.
Adesso abbiamo bisogno dell'impegno di tutti, mancano meno di due mesi ed è il tempo di far sentire la voce del NO!

#IOvotoNO #noiNO


venerdì 31 gennaio 2020

No lavoro, no famiglia!?


di Armando Dicone

In questo breve articolo vorrei mettere in fila alcuni numeri, alcune domande, brevi spunti per riflettere e se possibile costruire tutti insieme soluzioni concrete e realizzabili.

Gli ultimi dati Istat (dicembre 2019) ci danno un numero davvero “mostruoso”:

3,123 milioni di precari (di cui 340 mila solo nella P.A.).

A questi 3 milioni di donne e uomini, che guardano con scarsa fiducia al proprio domani, bisogna aggiungere circa 6 milioni di lavoratori che, volontariamente o spesso involontariamente, svolgono lavori part-time, i lavoratori autonomi, spesso con finte partita iva, che sono circa 5,3 milioni e ovviamente i disoccupati in cerca di lavoro (9,8% contro la media europea 6,2% fonte Eurostat).

Tutto questo coincide con il tasso di natalità (1,3% contro media UE 1,6%)?

Se sei in una condizione lavorativa, e quindi salariale, instabile, puoi pensare al tuo domani con serenità e fiducia? Puoi avere la tranquillità di “fare famiglia”?

Poiché NOI non siamo per la lotta di classe, che negli ultimi tempi è stata venduta per lotta tra generazioni, dobbiamo trovare soluzioni alternative e credibili nella cornice valoriale di riferimento. Non sarà possibile tornare indietro, ma neppure continuare con la miriade di contratti di lavoro senza tutele.

Premesso che senza crescita nessuna misura potrà mai essere davvero efficace, mi chiedevo se fosse possibile trovare misure in grado di rendere più convenienti i contratti a tempo indeterminato rispetto a quelli a termine?
È possibile allargare le tutele a tutti i lavoratori? Personalmente penso di si.
Continuare con la malattia ai lavoratori a collaborazione solo dopo i 4 gg non è più civile, continuare con il principio di cassa per i contributi nella gestione separata non è più tollerabile, continuare con le partita iva con orari fissi e unico committente non è credibile, continuare a far lavorare commesse/i precari tutte le domeniche non è giusto, continuare con stage inutili e mal retribuiti è insopportabile, continuare con il part-time involontario senza andare in pensione è disumano, continuare con i precari nella P.A. è un controsenso, continuare a far finta di nulla è vomitevole.
Trovare soluzioni con sindacati e associazioni di categoria penso sia utile e possibile.

Se vuoi partecipare alle discussioni usa: #ForumalCentro

lunedì 27 gennaio 2020

Sul bipolarismo

di Valeria Frezza

Si definisce bipolare un sistema politico che vede la contrapposizione di due blocchi distinti; a livello nazionale essi sono rappresentati, di solito, da due coalizioni o raggruppamenti di partiti e/o movimenti, che si contendono la conquista del potere.
Per bipolarismo si intende un sistema elettorale dove il panorama politico è dominato da solo due schieramenti principali, in genere a causa di un sistema elettorale spiccatamente maggioritario, basato sull'alternanza. Un sistema bipolarista non esclude l'esistenza di altre formazioni, ma la loro presenza in Parlamento e nella vita politica del paese è fortemente minoritaria. Nel bipolarismo sono presenti numerosi partiti ma contraddistinti da una forte polarizzazione, tale per cui i partiti competono divisi in due grandi coalizioni (destra-sinistra) radicalmente opposte, con partiti di dimensioni e forza politica tali da egemonizzare la guida politica entro ciascuno dei due poli.
Due sono i casi principali di bipolarismo nelle attuali nazioni democratiche esistenti al mondo:
  • gli Stati Uniti d'America, dove Democratici e Repubblicani si contendono alternativamente i seggi al Congresso e la presidenza. 
  • La Gran Bretagna, il primo paese moderno in cui si può parlare di democrazia dell'alternanza tra Progressisti e Conservatori.
È giusto adottare il bipolarismo in Italia? Nelle recenti elezioni abbiamo constatato un diverbio notevolissimo tra i due schieramenti egemoni. I cattolici e i moderati sono tra due fuochi.
Si può andare avanti con il sistema adottato fino ad oggi, senza dare nemmeno  la possibilità ai cittadini di esprimere la preferenza, in un panorama dominato dal leaderismo?
Dai tempi della Costituente della Democrazia Cristiana, l'Italia ha sempre avuto il principio proporzionale, che ha pure garantito la stabilità dei governi.
Nei primi anni Novanta, con la crisi dell’intero sistema politico italiano, la legge elettorale proporzionale è stata abbandonata in favore del maggioritario, sia pure con delle correzioni proporzionalistiche, facendo prevedere la logica di coalizione.
Nella mancanza di valori ed ideali, mentre il mondo postmoderno si ritrova vecchio, e in evidente spirito autodistruttivo, ha ancora senso la frase del Santo Giovanni Paolo II: "Andiamo avanti con speranza"?

martedì 21 gennaio 2020

La riforma polacca della (in)giustizia

di Leonardo Gaddini

Si discute ormai da molto tempo sulla riforma del governo polacco sulla giustizia. La Polonia risulta attualmente uno dei casi più emblematici di erosione dello stato di diritto, a causa di ripetuti tentativi di controllo da parte del Governo sul sistema giudiziario locale, attraverso prepensionamenti anticipati con agevolazione di nuove nomine filo-governative, frequentissime azioni disciplinari e attacchi pubblici nei confronti della magistratura. Una serie di azioni culminate con la recente approvazione della legge, da parte della Sejm Rzeczypospolitej Polskiej (la lo Camera dei Deputati), contro l’autonomia degli stessi giudici, che prevede anche pesanti sanzioni per "chi critica nomine e fa attività politica" e l’esclusione dei magistrati che "nuocciono al funzionamento del sistema di giustizia".

La Corte di Giustizia dell'Unione Europea, infatti, è intervenuta con una sentenza sul sistema giudiziario polacco già nel mirino dei giudici dell'UE per le controverse riforme avviate da Varsavia sull'età pensionabile e sull'indipendenza dei giudici. In particolare la Corte UE ha stabilito che "spetta alle giurisdizioni polacche decidere la validità della Camera disciplinare" che è stata imposta loro dal governo e "stabilire se offra sufficienti garanzie di indipendenza". La Corte non ha definito illegale il nuovo organismo ma ha precisato che le "giurisdizioni polacche devono verificarne l'indipendenza, anche alla luce dei criteri stabiliti dalla stessa Corte del Lussemburgo". Nella sentenza odierna i giudici sottolineano il primato del diritto dell'UE.

Il governo Nazionalista e Conservatore della Polonia è guidato dal Partito "Diritto e Giustizia" (PiS) di Jarosław Kaczyński ha di fatto intrapreso un conflitto contro l'UE e i valori che essa rappresenta. La riforma della (in)giustizia è, infatti, solo l'ultima di molte leggi contro i diritti sociali e politici che "PiS" ha messo in atto dal 2015 a oggi. In Polonia i media nazionali sono di fatto controllati dal governo, i lavoratori dipendenti hanno salari bassi, molte aziende sono state nazionalizzate e gli episodi d'intolleranza e di violenza contro i migranti e gli ebrei sono all'ordine del giorno (il giornale Vzglyad ha rivelato in una sua inchiesta che esistono campi di concentramento per gli operai ucraini in Polonia).

Insomma, da un lato la Polonia non rispetta i principi dell'UE, ma dall'altro Kaczyński si guarda bene dall'uscirne (anche se la PolExit è il tormentone di PiS in campagna elettorale) perché il suo, è il paese che riceve più finanziamenti (nel programma di finanziamento 2007-2013 la Polonia ha ricevuto fondi per 74 miliardi di euro) e anche perché essendo dentro l'UE, la Polonia è appetibile come meta per la delocalizzazione delle aziende europee.
Il governo polacco (e insieme a lui tutti i Paesi del gruppo di Visegrád) sta dunque calpestando i valori che l'UE rappresenta, ma allora quando l'Europa alzerà la testa e non permetterà più questo scempio dei diritti come reagirà il governo polacco? Ci sarà un'altra dolorosa perdita per l'UE? Questo non lo sappiamo, ma tra le tante incertezze, l'unica sicurezza è che quest'anno ci sono le elezioni presidenziali e vedremo come andrà... anche se l'esito sembra purtroppo scontato.


Convegno "Popolari 101 si riparte?

di Valeria & Stefano

In data 18 gennaio 2020, a distanza di 101 anni dall’appello di don Luigi Sturzo ai ‘liberi e forti’ presso la sala Alessandrina del Museo della Sanità in Santo Spirito in Sassia a Roma promosso dal segretario dell'Udc Lorenzo Cesa e di Gianfranco Rotondi (FI). Cominciano i lavori dell’assemblea di aggregazione di associazioni cattolici e partiti di ispirazione cristiana per creare un nuovo soggetto politico, composta da 150 delegati di 36 associazioni. Il convegno è intitolato 'Popolari101 si riparte?' con l'obiettivo di mettere fine alla diaspora dei democristiani, cominciata con lo scioglimento del partito.
All' inizio, l' emozione è grande,​ mentre un giovane pianista suona l'Inno dei Mameli, cantato da tutti i presenti. Forte è la sensazione che sta avvenendo veramente una rinascita e del senso di una appartenenza ad un destino comune, di essere cittadini italiani e di ritrovare le nostre radici nei liberi e forti di Don Luigi Sturzo. Sullo sfondo lo scudocrociato ed il simbolo del PPE. In sala sono presenti tra i numerosi ospiti il figlio di Giulio Andreotti e la figlia di Aldo Moro.
In apertura dei lavori viene proiettato un video tratto dall’ultimo intervento pubblico di​ Mino Martazzoli, segretario della DC che​ nel 1994 dichiara in questa sala la fine del partito dopo mezzo secolo di egemonia politica.
All'inizio dell'assemblea il relatore fa un excursus sulla storia politica italiana in cui si evidenzia, specialmente nei momenti più difficili, tramite politici con grande senso del dovere come i popolari di Don Sturzo prima e la DC dopo, a cambiare positivamente le sorti della nazione, come la gestione dei periodi postbellici o la trasformazione italiana da paese essenzialmente agricolo a manifatturiero.. diventando in poco tempo un'economia tra le più sviluppate.
Il relatore parla nello specifico dell'importanza di Don Luigi Sturzo e del popolarismo.
Il popolarismo sturziano cosa ci insegna? La moderazione come metodo, la solidarietà contro gli egoismi; la necessità di ricercare una sintesi tra interessi spesso contrastanti.
Un partito, quello disegnato da Sturzo, «che si pone al centro dello schieramento politico, al di là degli estremismi», non classista, mentre la sinistra si occupava in modo specifico degli operai. Aconfessionale nel tentativo «di trovare non una zona intermedia tra fede e storia ma di far lievitare dal basso alcuni valori cristiani presenti nella realtà popolare, con una responsabilità diretta dei cattolici impegnati in politica.
"Senza un centro forte, autorevole ed autonomo nella proposta politica ma capace di fare sintesi con forze differenti, si va verso una radicalizzazione pericolosa e disgregante. Vari appuntamenti che riproporremo in ogni regione, per arrivare alla costituzione di un partito popolare che, richiamandosi all'eredità di Don Sturzo e De Gasperi, sia in grado di riunire tutti coloro che si riconoscono in questo progetto e vogliono far ripartire lo sviluppo, solidale dell'Italia" [cit. L. Cesa]
"Se si ricrea un partito unitario con le forze che si ispirano al PPE, i popolari partono dal 10%. Dovremo darci, quando si avvicinano le elezioni politiche, un programma popolare ed un candidato premier. Poi cercheremo in parlamento i consensi sul nostro governo.. [..] Il nome del partito sarà la traduzione italiana del PPE e forse si chiamerà Partito del Popolo Italiano entro 2 mesi da un congresso" [cit. G. Rotondi].
Vorremmo concludere l'articolo con una citazione fatta in occasione di un evento per ricordare Aldo Moro: "il modo migliore per ricordare la lezione di Aldo Moro, statista ed uomo, dalla quale ripartire per la ricostruzione di una nuova casa dei moderati, indispensabile per riportare la politica ai suoi veri valori e restituirla al servizio nel senso più alto del termine, della collettività".

lunedì 20 gennaio 2020


di Armando Dicone

Nella settimana appena passata, tre notizie hanno riacceso la speranza di vedere, finalmente dopo 26 lunghi anni, la prospettiva di una nuova presenza politica al CENTRO.

      1.      La Consulta ha bocciato il referendum, proposto dalla Lega, che chiedeva l’abolizione della quota proporzionale presente nell’attuale legge Rosatellum, avviando di fatto la discussione, e le trattative tra i partiti, sulla legge proporzionale presentata dalla maggioranza parlamentare. Il sistema proporzionale sarà realtà e con esso sarà possibile il superamento dello schema muscolare destra contro sinistra e viceversa;

2.      La ricandidatura pugliese del Presidente della Regione uscente, ha avuto il merito di far dialogare i centristi dell’ex coalizione di centro sinistra. Azione e Italia Viva iniziano a parlarsi per proporre una candidatura unitaria alle prossime elezioni regionali. Un primo passo significativo;

3.      Dalle parti dell’ex centro destra, in occasione dei 101 anni dall’appallo ai “liberi e forti”, è nato un partito (del Popolo) che vede insieme 40 sigle tra cui la DC e l’UDC. Anche questo un primo passo che fa ben sperare.

A queste tre ottime notizie dobbiamo aggiungere la nascita di siamo Voce Libera, il costante lavorio di realtà come Politica Insieme e Rete Bianca, il risultato ottenuto dalla Fondazione Luigi Einaudi sul referendum per il taglio dei parlamentari voluto dai “5 stelle”.

Davanti a questi fatti nuovi e positivi, come Forum al Centro non possiamo che continuare e intensificare il nostro, umile e determinato, lavoro “social” per UNIRE il popolo centrista. Siamo nati anche per questo e ora che il mezzo (proporzionale) è alle porte, dobbiamo sempre più unire il popolo centrista che chiede partecipazione attiva, condivisione delle proposte e unione.
Negli ultimi 26 anni abbiamo assistito alla nascita di nuovi contenitori sulla base di una leadership forte ma di un pensiero politico debole. Se il centro non vuole fallire deve avere un pensiero politico forte, una leadership diffusa forte e un programma di governo unitario, partecipato e condiviso dalla base.

Se volete partecipare alle discussioni usate hashtag: #ForumalCentro.