martedì 21 gennaio 2020

La riforma polacca della (in)giustizia

di Leonardo Gaddini

Si discute ormai da molto tempo sulla riforma del governo polacco sulla giustizia. La Polonia risulta attualmente uno dei casi più emblematici di erosione dello stato di diritto, a causa di ripetuti tentativi di controllo da parte del Governo sul sistema giudiziario locale, attraverso prepensionamenti anticipati con agevolazione di nuove nomine filo-governative, frequentissime azioni disciplinari e attacchi pubblici nei confronti della magistratura. Una serie di azioni culminate con la recente approvazione della legge, da parte della Sejm Rzeczypospolitej Polskiej (la lo Camera dei Deputati), contro l’autonomia degli stessi giudici, che prevede anche pesanti sanzioni per "chi critica nomine e fa attività politica" e l’esclusione dei magistrati che "nuocciono al funzionamento del sistema di giustizia".

La Corte di Giustizia dell'Unione Europea, infatti, è intervenuta con una sentenza sul sistema giudiziario polacco già nel mirino dei giudici dell'UE per le controverse riforme avviate da Varsavia sull'età pensionabile e sull'indipendenza dei giudici. In particolare la Corte UE ha stabilito che "spetta alle giurisdizioni polacche decidere la validità della Camera disciplinare" che è stata imposta loro dal governo e "stabilire se offra sufficienti garanzie di indipendenza". La Corte non ha definito illegale il nuovo organismo ma ha precisato che le "giurisdizioni polacche devono verificarne l'indipendenza, anche alla luce dei criteri stabiliti dalla stessa Corte del Lussemburgo". Nella sentenza odierna i giudici sottolineano il primato del diritto dell'UE.

Il governo Nazionalista e Conservatore della Polonia è guidato dal Partito "Diritto e Giustizia" (PiS) di Jarosław Kaczyński ha di fatto intrapreso un conflitto contro l'UE e i valori che essa rappresenta. La riforma della (in)giustizia è, infatti, solo l'ultima di molte leggi contro i diritti sociali e politici che "PiS" ha messo in atto dal 2015 a oggi. In Polonia i media nazionali sono di fatto controllati dal governo, i lavoratori dipendenti hanno salari bassi, molte aziende sono state nazionalizzate e gli episodi d'intolleranza e di violenza contro i migranti e gli ebrei sono all'ordine del giorno (il giornale Vzglyad ha rivelato in una sua inchiesta che esistono campi di concentramento per gli operai ucraini in Polonia).

Insomma, da un lato la Polonia non rispetta i principi dell'UE, ma dall'altro Kaczyński si guarda bene dall'uscirne (anche se la PolExit è il tormentone di PiS in campagna elettorale) perché il suo, è il paese che riceve più finanziamenti (nel programma di finanziamento 2007-2013 la Polonia ha ricevuto fondi per 74 miliardi di euro) e anche perché essendo dentro l'UE, la Polonia è appetibile come meta per la delocalizzazione delle aziende europee.
Il governo polacco (e insieme a lui tutti i Paesi del gruppo di Visegrád) sta dunque calpestando i valori che l'UE rappresenta, ma allora quando l'Europa alzerà la testa e non permetterà più questo scempio dei diritti come reagirà il governo polacco? Ci sarà un'altra dolorosa perdita per l'UE? Questo non lo sappiamo, ma tra le tante incertezze, l'unica sicurezza è che quest'anno ci sono le elezioni presidenziali e vedremo come andrà... anche se l'esito sembra purtroppo scontato.


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