martedì 3 novembre 2020

Movimenti femminili cattolici e partecipazione politica #DonnealCentro

 di Valeria Frezza


Una delle rivoluzioni più significative della storia è quella delle donne, che ha cambiato la società in modo decisivo, parallelamente a mutamenti quali: lavoro extradomestico, crescente scolarizzazione, prolungamento della scuola dell'obbligo, libertà di scelta nel matrimonio, diminuzione della mortalità infantile, riduzione della fecondità, prolungamento della vita media, diritto di voto, sviluppo dell'associazionismo.

L'apporto del cristianesimo, con i suoi  principi cardine della diretta figliolanza da Dio, della libera scelta della verginità e nel matrimonio del coniuge sono da considerare decisivi. A fronte dell'affermarsi delle istanze femministe, le donne cattoliche hanno preso le distanze dalle manifestazioni più plateali e conflittuali, ma hanno lavorato a sostegno della dignità della donna, della sua formazione umana e cristiana ponendo le basi di una consapevole partecipazione sociale e politica. I movimenti femminili cattolici avevano un'impronta più spirituale, favorivano la partecipazione ecclesiale, ma va riconosciuto l’ impegno per migliorare le condizioni di vita delle donne.

La scissione tra le donne socialiste e cattoliche era inevitabile, benché non mancassero momenti di rivendicazione comuni e trasversali, specie in campo assistenziale e di "politiche familiari" perché la società non poteva più contare sull’impegno totale delle donne al lavoro di cura.
Il campo privilegiato, dal CIF alle ACLI, all'Azione Cattolica, agli istituti religiosi, è rimasto quello dell'assistenza e della solidarietà, ma le diverse associazioni si andavano man mano dotando di uno specifico settore di studio sulla cosiddetta "questione femminile", allo scopo di favorire una maggiore consapevolezza radicata nei fondamenti antropologici e teologici.

Il femminismo americano ha posto l'accento sui rapporti con il potere, promuovendo marce e manifestazioni politiche di ogni genere al fine di rimuovere la distribuzione ingiusta di risorse e privilegi. La lunga lotta per il diritto di voto è il traguardo principale della prima fase del femminismo, che mirava ad ottenere la parità dei diritti civili per poi mettere in questione le istituzioni, da quella familiare a quelle sociali e politiche. Per poter votare si è dovuto attendere un secolo negli USA, poco meno in Inghilterra e la fine della seconda guerra mondiale in molti paesi europei. In Italia il voto alle donne data dal 1945.
Verso la fine dell'Ottocento e i primi del '900, negli USA molte organizzazioni di donne (tra cui: Women's Christian Temperance Union, Women's Trade Union League; National Consumers League), benché prevalentemente limitate a donne borghesi e intellettuali, ottennero una serie di servizi sociali che, se non cambiavano l'organizzazione della società, alleggerivano però la vita quotidiana delle donne, consentendo loro spazi partecipativi e di libertà personale, in una prospettiva di cooperazione.
In Italia Elena da Persico, con la rivista "L'azione muliebre" fondata a Milano nel 1901, voleva intenzionalmente ripensare il femminismo in un'ottica di pace. L'Unione fra le donne cattoliche italiane (1909) creava una solidarietà "delle donne e per le donne" attorno alla famiglia. La forte spinta alla partecipazione associativa era di fatto un contributo essenziale alla formazione di una coscienza civica, vista come una conseguenza del diritto all'istruzione e alla cultura, con l'accesso alle arti e alle professioni. Un appoggio significativo venne da don Luigi Sturzo, che nel 1919 già contemplava nel suo programma il diritto al voto per le donne. Ma i tempi non erano maturi e in parlamento erano forti le resistenze, motivate dalla natura femminile che sarebbe stata stravolta dall'attività politica.
In Italia le donne cattoliche erano maggiormente in ritardo perché dei veri partiti politici moderni nacquero dal 1892, quando venne fondato il Partito socialista italiano perchè precedentemente, la Destra e la Sinistra storica erano piuttosto "cartelli" di notabili, ciascuno con un proprio feudo elettorale. C'è poi da tenere conto del "non expedit" che dopo l'unità d'Italia metteva il freno alla partecipazione politica dei cattolici in generale.
Le donne più istruite però partecipavano in via informale, formandosi una opinione politica e diffondendola nelle parrocchie e nelle associazioni, nella Democrazia cristiana italiana e poi nel Partito popolare italiano. 

Le donne democristiane, che pure avevano lottato nella Resistenza accanto alle comuniste e socialiste, non potevano unirsi al partito comunista ateo, legato all'Unione sovietica. Nacque così nel 1944 il CIF, Centro italiano femminile, orientato a sostenere la cultura e la partecipazione politica delle donne, a supporto del partito, «per creare una corrente di opinione o meglio un movimento cristiano che convogli la donna verso un femminismo in armonia con gli insegnamenti della Chiesa e la prepari, guidi e sostenga per la conquista e l'esercizio dei doveri che le sono propri nella nuova atmosfera nazionale»
Le due organizzazioni femminili hanno svolto un ruolo propulsivo della partecipazione politica, lavorando ora distintamente ora insieme (si pensi alla lotta contro la pornografia e alla legge contro la violenza sessuale), attuando una vera rivoluzione dei costumi successiva al diritto di voto: il nuovo diritto di famiglia, l'istruzione allargata, l'accesso a tutte le professioni, la tutela della maternità, il controllo della natalità…
Nasceva la consapevolezza che il linguaggio e il diritto non sono "neutri" e i "Diritti dell'uomo" non coincidono automaticamente con i "Diritti delle donne". Solo però alla fine degli anni '70 l'Assemblea generale dell'ONU riconobbe con la "Convenzione per l'eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne" (CEDAW), i diritti specifici del genere femminile.

I movimenti cattolici femminili sono arrivati in generale più tardi ma hanno portato il contributo di un maggiore equilibrio teorico e comportamentale. Anche grazie ad essi è maturata una riflessione critica più articolata i cui frutti furono i due documenti fondamentali di Giovanni Paolo II, la Mulieris dignitatem e soprattutto la Lettera alle donne (1995), che conteneva il riconoscimento pubblico dell'importanza dell'impegno sociale e politico per il riconoscimento dei diritti delle donne.

A tutt'oggi si avverte la necessità di combattere la scarsa presenza di donne negli organismi della rappresentanza democratica, anche utilizzando specifici interventi normativi. L'introduzione delle "quote" nelle liste elettorali per superare il cosiddetto gender gap non si è rivelata nei fatti una misura realmente incisiva.

I movimenti cattolici restano comunque di preferenza impegnati per una partecipazione politica che nasca da un reale processo di rinnovamento dal basso, attraverso lo sviluppo e la crescita di una nuova classe dirigente politica anche al femminile. A tal fine si lavora da una parte per uno stile di vita familiare improntato alla reciprocità e dall'altro per una politica di qualità, con "tempi" che consentano alle donne di conciliare famiglia, lavoro e politica.

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