sabato 22 agosto 2020

#IOvotoNO PER 5 ragioni.

 di Armando Dicone.

I 5 motivi del mio NO al referendum.


- #IOvotoNO per ricostruire la buona politica. Come cittadino elettore vorrei una politica capace di risolvere i tanti problemi che ci portiamo dietro da 30 anni, ma non per questo chiedo un taglio dei seggi parlamentari che sono sinonimo di rappresentanza territoriale;


- #IOvotoNO per difendere la democrazia parlamentare voluta dai nostri padri costituenti, i quali decisero che per ogni 80.000 abitanti ci fosse 1 deputato e per ogni 200.000 abitanti 1 senatore;


- #IOvotoNO perché penso che il risparmio di un caffè all'anno, per ogni cittadino, non possa essere la vera ragione per cambiare la costituzione;


- #IOvotoNO perché la proposta del taglio non migliora né velocizza i lavori parlamentari, penso che sia necessario ricostruire partiti veri per selezionare e formare una nuova classe dirigente;


- #IOvotoNO perché non vorrei che dopo il taglio ci sia una "supercasta" con pieni poteri.

Il 20 e 21 settembre #IOvotoNO


Ti ringrazio per l'attenzione.

martedì 18 agosto 2020

Crescita economica e ambiente NON sono nemici - Gruppo “Lavoro, economia e ambiente”

Di Leonardo Gaddini 


In Italia l’ambientalismo ha sempre incrociato le proprie strade con l’anticapitalismo, con il movimentismo a favore di modelli di sviluppo alternativi, con tutta quella galassia che va dal mondo no-Tav e simili agli autonomi, a parte dei centri sociali, ai fautori della decrescita felice, all’intellighenzia che si batte contro la globalizzazione, o contro per esempio l’utilizzo del PIL per misurare la crescita o lo sviluppo economico. Il problema è che la realtà ci dice che invece sono i Paesi più avanzati, o meglio quelli con maggiore PIL pro-capite, i responsabili delle minori emissioni per ogni euro di valore aggiunto. La scienza ci dice che la responsabilità del riscaldamento globale risiede soprattutto, per il 63%, nelle emissioni di CO2. La profezia degli ambientalisti catastrofisti trova oggi parziale smentita. Il sistema capitalistico non ci porterà alla rovina lasciando dietro di sé un pianeta soffocato e agonizzante, ma è anzi capace di mondare le sue colpe, di attivarsi per conciliare la massima produzione di beni e ricchezza con la riduzione drastica dell’inquinamento atmosferico. 

Certamente molto dipende dal tipo di industria. E sicuramente c’entra il fatto che alcune delocalizzazioni abbiano portato produzioni più inquinanti a Est. Tuttavia, l’esempio tedesco, e in parte italiano, ovvero delle due industrie manifatturiere maggiori, del resto molto diversificate, mostra come i Paesi con reddito maggiore e maggiore sviluppo industriale siano anche quelli che riescono a produrre valore con minore emissione di gas e sostanze nocive. 

Per l’Italia ci sono buone notizie anche se si guarda alle variazioni delle emissioni nel tempo. Tra 2008 e 2017, infatti, quelle di CO2 per euro sono scese del 38,8%. Più della media europea, più di quanto accaduto in Germania. Tra l’altro i cali maggiori si sono verificati nei Paesi dell’Est più inquinanti, come Bulgaria, Romania, Repubblica Ceca, e in Irlanda. È un segno che proprio laddove le emissioni sono più grandi, là si stanno riducendo di più. È una coincidenza che siano anche i Paesi che in questi anni sono economicamente cresciuti di più? Non è forse un caso che invece l’unica che ha al contrario aumentato in nove anni le emissioni di CO2 per euro prodotto sia la Grecia. L’Italia appare una felice eccezione, bassa crescita, basse emissioni, eppure sono in calo più che altrove. Un trend simile a quello della CO2 si nota nel PM10 (materiale inquinante presente nell'aria) e nel metano, in cui però l’Italia fa peggio della media.

La relazione non è perfetta, anzi, ma si intravede anche un rapporto tra produttività del lavoro ed emissioni di CO2 nell’industria. Laddove è maggiore tendenzialmente queste ultime sono minori, sempre misurate per euro di valore aggiunto. Forse la ricetta per fermare il riscaldamento climatico non è fermare la crescita e la globalizzazione, ma incrementarle, contagiare con le migliori pratiche sulla produttività adottate nell’Europa centrale e settentrionale anche gli altri Paesi che sono ancora indietro. Sono le economie più efficienti, quelle con margini e profitti più alti, le più capitaliste, insomma, quelle che non solo hanno potuto adottare soluzioni ecologiche nelle proprie industrie senza temere cali di produzione, ma soprattutto che le hanno inventate, grazie alle risorse liberatesi per la ricerca sempre grazie agli alti surplus. 

 

La consapevolezza di ciò fatica a farsi strada tra i più giovani perché non vi è neanche tra l’élite nel nostro Paese, allergiche per formazione a un certo tipo di cultura, ma forse è giunto il momento di mettere da parte i cattivi maestri anche in economia. L’unica vera soluzione ad un problema sistemico come lo è quello ambientale è il progresso tecnologico: se la tecnologia che permette di usufruire di servizi più sostenibili si diffonderà: l’ambiente ne gioverà moltissimo. Lo Stato dovrebbe fare un passo indietro e smettere di tassare chi è interessato a produrre servizi ecosostenibili, permettendo un massiccio investimento, di natura privata, in ricerca e sviluppo di tecnologie green. 

Chi ci garantisce che ciò possa funzionare? La natura stessa del libero scambio: i produttori investiranno in tecnologia green, per migliorare la propria competitività in un mercato che si prospetta sempre più redditizio.

domenica 16 agosto 2020

Donne leader e passaggio generazionale

 di Valeria Frezza

Il passaggio generazionale è argomento di grande interesse sotto molti profili. Chi si occupa di mediazione sa perfettamente quali conflitti possono nascere in ambito successorio.

Spesso i nodi relazionali sono così complessi da impedirlo oppure la mancanza di volontà di molti soggetti di mettersi in gioco dal punto di vista relazionale.
Ci possono essere vari aspetti: quello finanziario, quello culturale e quello umano.
Gestire un passaggio generazionale significa creare un processo attraverso il quale si possano sviluppare delle soluzioni tali da creare ponti di trasmissione da una generazione all’altra che comprendano tutti e tre i livelli e che abbiano solide basi di appoggio da entrambe le parti.
Questo significa, prima di tutto, comprendere bene chi sono tutti i soggetti coinvolti dal passaggio generazionale, ascoltarli e includerli nel processo, con l’obbiettivo chiaro di ottenere il loro assenso rispetto alle scelte che verranno effettuate man mano.
Se non viene fatto, il passaggio generazionale diventa un momento critico, conflittuale e senza prospettive e progettualità.
Le imprese individuali purtroppo nascono, crescono e muoiono.
È necessario infatti un livello di generatività che manca agli uomini da soli ed è più presente nelle donne che in questo modo guadagnano sul campo credibilità e legittimazione che va oltre quello meramente affettivo che trova la sua origine nelle relazioni famigliari, soprattutto nei confronti della generazione entrante.
La leadership femminile guarda lontano e vive nel presente creando le condizioni affinché la società e le imprese possano avere continuità, permette una maggiore valorizzazione delle risorse, dei più giovani e delle donne, garantisce una più equa distribuzione di genere delle posizioni di potere, una riduzione del trauma che i passaggi generazionali determinano e una maggiore continuità.
Il problema della mancanza del passaggio generazionale può essere determinato dal rischio di fare dell'impresa il centro degli affetti e quindi un luogo chiuso e di una minore apertura verso l'esterno.
Per questo è fondamentale creare un cuscinetto tra le giovani generazioni e la generazione uscente, organizzare dialogando con i famigliari, riconoscendo le diversità e valorizzandole anche nell’assegnazione di ruoli manageriali rispondenti alle diverse competenze e capacità di ognuno.
Lo stile di gestione della leadership di uomini e donne è differente, limitato e imperfetto, per questo è vincente chi sa portare al vertice sia uomini che donne e anche saper integrare e valorizzare i più giovani, ciò vale per le generazioni uscenti e ancor più per quelle entranti. La leadership femminile, che più di quella maschile valuta la diversità di cui è portatrice come un valore, può essere un assist da mettere in campo per gestire i passaggi generazionali e per gestirli con successo e non solo in ambito imprenditoriale.

lunedì 10 agosto 2020

Quando parliamo di Taglio di Democrazia…

 di Alessandro Tuzzolino

Uno dei capisaldi della campagna #IoVotoNO è che il Taglio dei Parlamentari comporta una riduzione della rappresentanza dei cittadini, un vero e proprio Taglio della Democrazia. 

La prima motivazione è palese: riducendo il numero di rappresentanti in Parlamento il valore del voto del singolo cittadino diminuisce sensibilmente: dagli attuali 97mila abitanti per parlamentare a 153mila alla Camera e da 194mila a 307mila al Senato. 

C’è una seconda motivazione altrettanto importante: la rappresentanza territoriale sarebbe a serio rischio, soprattutto al Senato (“eletto a base regionale”, per l’art.57 della Costituzione). 

Ho quindi calcolato, considerati questi dati e quelli sulla popolazione, quanti cittadini vengono rappresentati da ogni singolo deputato o senatore in ogni regione, giungendo alla seguente tabella:


Evidenzio alcuni dati: al Senato, il voto di un Abruzzese o di un Lombardo varrebbe meno della metà di quello di un Molisano o Valdostano,

Ecco cosa intendo quando parlo di “rischio per la democrazia”: una gravissima distorsione del diritto di voto su base geografica, (anche) per questo #IoVotoNo.  

giovedì 6 agosto 2020

#DonnealCentro - L'Italia è (ancora) un paese maschilista? Il punto della situazione delle donne in Italia

di Valeria Frezza

Rispetto a molti Paesi del mondo in Italia possiamo vestirci come vogliamo, possiamo guidare, votare, girare (più o meno) liberamente per la città, abbiamo accesso alle cariche politiche e a tutte le professioni e la legge ci tutela nel poter gestire il nostro corpo. Dal secondo dopoguerra ad ora, grazie al coraggio delle donne che ci hanno preceduto, le donne hanno vinto importanti battaglie politiche e, almeno sul piano formale, l'uguaglianza è stata riconosciuta ma in Italia le donne continuano ad essere discriminate.
L'Italia e' un Paese che punta sugli uomini: mansioni dirigenziali, rappresentanza politica, migliore trattamento economico, lavorativo e sociale. Ruolo ancora marginale invece per le donne: gli italiani sono concordi nel ritenere che la discriminazione di genere sia un fenomeno che c'e' e pesa.
L'analisi congiunta per sesso e fasce d'eta' suggerisce che la duplice condizione di donna in giovane eta' e' penalizzante per l'accesso nel mondo del lavoro. In particolare sono 4 gli aspetti su cui si e' concentrata l'indagine: accesso al mondo del lavoro, possibilita' di carriera, differenziale salariale e livello contrattuale a parita' di mansione e titolo di studio.
Tra questi il 65% ritiene che gli aspetti piu' problematici siano proprio la possibilita' di carriera e l'accesso al mercato del lavoro, cause principali la maternita', se non accompagnata da strumenti di tutela idonei, e un'idea ancora troppo stereotipata della donna legata a un fattore culturale.
A livello europeo, l'Italia e' agli ultimi posti per tasso di occupazione femminile e rappresentanza politica.
I nuovi populismi hanno creato una regressione nell'emancipazione femminile perchè sono contro forme di collaborazione tra uomini e donne, contro misure a favore dell’uguaglianza giuridica delle donne, si prefiggono anche di propagare idee antidemocratiche e proiettano l’immagine di cittadini assoggettati alla leadership e alle ideologie dei partiti. L'estrema sinistra invece spesso strumentalizza la parità di genere facendo digressioni per fini opportunistici (anche se a volte in modo ambiguo o non consapevole).
Politiche rivolte alle famiglie come l'ampliamento e il miglioramento dei servizi per l'infanzia, un potenziamento delle istituzioni che promuovono la parita' di genere ma soprattutto una svolta culturale e sociale: queste le possibili soluzioni proposte dai cittadini.

lunedì 3 agosto 2020

Precari storici della scuola ancora in attesa del ruolo: "Lotteremo e l'otterremo"


Una collega scrive un post al Ministro dell'Istruzione Lucia Azzolina:
"Preg. mo Ministro Azzolina, le chiedo a nome mio e di tanti colleghi il perchè di tanto accanimento nei confronti dei precari da parte dello Stato Italiano. Accanimento celato da buonsenso... e diritto. Da parte sua mi aspettavo - e forse ancora spero - una visione oggettiva e propositiva. Ha dimenticato cosa vuol dire essere precario/a? Non penso perchè è un marchio tatuato a fuoco sulla pelle. Ha dimenticato le ansie e le angoscie che scaturiscono durante le estati assolate ed afose? Non penso, anche perchè ha lottato accanto ai precari per anni. 
Ha dimenticato cosa vuol dire conseguire "master obbligatori" (per un totale di 10 punti e circa 1800 euro) e certificazioni linguistiche/informatiche, travestite da crescita professionale, solo per non restare indietro e poter continuare a lavorare annualmente? Master che con le nuove graduatorie per gli incarichi annuali (GPS) svaniscono nel nulla?
Ha dimenticato i sacrifici fatti - con tassa universitaria onerosa - per conseguire l'abilitazione all'insegnamento? 
Lavorare e contemporaneamente seguire le lezioni a tanti km da casa per 3 giorni settimanali e dare esami? Tra l'altro, stando alla sua - o meglio dire di chi le ha imposto la sua diramazione - tabella titoli, viene annullato il punteggio di servizio conseguito durante l'anno dell'abilitazione, nonostante questo sia iniziato dopo i 180 giorni di servizio. Non è corretto nei confronti dei colleghi del TFA (Tirocinio Formativo Attivo) e tanto meno nei confronti di noi che abbiamo fatto il PAS (Percorso Abilitante Speciale) che già otteniamo solo 12 punti. Aver fatto il PAS è sempre stata una colpa (nonostante i numerosi anni di precariato non previsti per legge).. Si faccia due conti a riguardo e capirà che è un abuso.
Le pare corretto che ad oggi, non abbiamo notizie della quota 100-2020 nè delle assunzioni autorizzate MEF per l'anno scolastico 2020/2021?
Le pare corretto che i supplenti 2020/2021 con contratto "breve e saltuario" in caso di lockdown verranno licenziati in tronco senza poter chiedere Naspi? Siamo "usa e getta"? Non posso pensare che lo Stato - che reputo una madre amorevole per i suoi figli - possa arrivare a tanto.
Le pare corretto che la tassa del concorso straordinario per il ruolo 2020 è di € 50 (pur non avendo certezza che venga fatto) e quello ordinario € 10?
La verità è una: i precari storici sono un peso e si sta tentando di tutto per farli stancare e disamorare del loro amato lavoro, ma le assicuro che nessuno potrà mai riuscirci! Lotteremo e l'otterremo il ruolo che ci spetta!"

Prof.ssa Margherita Stimolo
Presidente del C.N.D.A.
(Coordinamento Nazionale Docenti Abilitati)
Amministratrice del gruppo Facebook: https://www.facebook.com/groups/transitorioperilruolo/

Il vampiro con le ali d'acciaio - Gruppo "Lavoro, economia e ambiente" di #ForumalCentro

di Leonardo Gaddini

Mesi fa è stato pubblicato il Decreto Rilancio che, tra le varie cose, stabilisce anche la definitiva nazionalizzazione di Alitalia, la compagnia aerea in crisi da quasi trent'anni e in amministrazione commissariale da quasi tre anni, che è sopravvissuta da allora soltanto grazie ai continui prestiti erogati dai tre Governi che si sono succeduti. Nonostante la decisione fosse stata presa tempo fa solo ultimamente il Governo ha rivelato il nuovo piano industriale. Questa settimana, infatti, Stefano Patuanelli, Ministro dello Sviluppo Economico, ha dichiarato che la flotta sarà costituita da 70 aerei, ma non ci saranno esuberi. Ciò però ha attirato sull'esecutivo non poche critiche tra cui quelle dell’economista Andrea Giuricin, che si dichiara scettico a questo riguardo, infatti diminuendo solo del 35% il numero degli aerei è complicato pensare di mantenere tutto il personale. Ma le sue non sono le sole critiche, anche il Club Trasporti, il sindacato di base radicato nell’handling, è contrario al piano, affermando che sarebbero i lavoratori a subire il cambio di strategia su Linate e Malpensa. Inoltre, anche i membri della task force dell’ONU sui trasporti sostengono che la politica italiana non sia capace di elaborare una strategia industriale efficace. “Sprecare i soldi dei contribuenti per difendere Alitalia, che ha solo il 7,7% del mercato da e per l’Italia, è assurdo“.

Il salvataggio di Alitalia e la sua nazionalizzazione non sono una sorpresa, anche se non hanno mancato di suscitare le consuete polemiche da parte di chi accusa il governo di continuare a spendere soldi per tenere in piedi un'azienda destinata al fallimento, specialmente in un momento di grande crisi economica ed emergenza sanitaria dovuta la Coronavirus. In queste settimane quasi tutti i Governi europei hanno stanziato ingenti risorse per salvare le principali compagnie aeree, ma la crisi di Alitalia, in realtà, dura con fasi alterne da quasi trent’anni. L'ultima convulsione nella travagliata storia di Alitalia era iniziata già a novembre dell'anno scorso, ben prima della pandemia, quando le ultime offerte di acquisto per la compagnia vennero ritirate e il Governo si trovò di fronte alla difficile scelta di far fallire la società o mettere in atto un nuovo intervento pubblico, il terzo in poco più di dieci anni.

Dalla primavera del 2017 a oggi, sotto la gestione di numerosi commissari, Alitalia ha continuato a perdere soldi, circa un milione di euro al giorno, ed è sopravvissuta soltanto grazie a una serie di “prestiti ponte” forniti dal Governo e le cui scadenze sono state via via allungate. In questo periodo, il governo ha esaminato decine di differenti offerte di acquisto. In diverse occasioni si è arrivati vicini alla cessione della compagnia aerea, ma alla fine per una ragione o per l'altra le trattative si sono sempre concluse senza un accordo. Se sommiamo i 3 miliardi da poco stanziati a quanto Alitalia è già costata allo Stato (e quindi a noi contribuenti) in 45 anni vediamo che: dal 1974 al 2014 i costi diretti di Alitalia ammontano a 7,62 miliardi. Se poi aggiungiamo i 75 milioni versati da Poste Italiane a fine 2014 per l'operazione Etihad (poi sfumata), i 900 milioni "prestati" nel 2017 dal governo Gentiloni, si arriva a 8,6 miliardi, più anche i 145 milioni di interessi, non rimborsati. Ma lo sperpero di risorse pubbliche non finisce qui, infatti, a fine dicembre 2019 il governo M5S-Pd ha assegnato al nuovo commissario, Giuseppe Leogrande, altri 400 milioni, come "prestito" semestrale, che non verrà restituito né saranno pagati gli interessi per quasi 20 milioni. Aggiungiamo poi l'ultimo colpo: i 3 miliardi per la nazionalizzazione, più altri 350 milioni, residuo del decreto Cura Italia di Marzo. Si arriva a 12 miliardi 515 milioni sperperati dallo Stato per una delle compagnie più fallimentari del Paese. Sono poi da tener conto anche i 100 milioni (come minimo) che lo Stato dovrà spendere per gli oneri della cigs nei tre anni di commissariamento. Alla fine il costo è di circa 210 euro a testa per ogni italiano, neonati e malati compresi.

Quello di Alitalia è forse il caso di spreco dei soldi dei contribuenti più clamoroso, ma è solo uno dei tantissimi casi simili che la nostra classe politica ha portato avanti negli ultimi anni. Recentemente infatti c'è stata anche la nazionalizzazione di Corneliani azienda di abbigliamento maschile di alta fascia, in perdita da anni. Lo Stato dovrebbe occuparsi solo dei servizi veramente essenziali per la collettività, non di elargire mancette e aiutini alle imprese fallimentari, perché la produttività non crescerà mai se chi lavora male non fallisce, anche perchè tutto ciò è finanziato tramite le imposte estorte alle aziende realmente produttive. Questo circolo vizioso sta andando avanti da molto tempo nel nostro Paese e ci sta portando pian piano verso il baratro, solo un profondo cambio di politica economica e industriale (ma anche di mentalità) può interrompere questo continuo declino e fare in modo che l'Italia torni finalmente a crescere.