giovedì 21 gennaio 2021

Discorso di Alcide De Gasperi al IV Congresso nazionale DC

Roma, 25 novembre 1952

Cari amici, io dovrei fare il discorso conclusivo , ma in realtà le conclusioni sono già state tirate nella risposta del segretario del partito. Vorrei comunque anteporre alcune osservazioni, che non saranno conclusioni, ma avranno un certo valore riassuntivo sul mio caso personale, non senza chiedervene scusa. Spero che nessuno, anche mio avversario in buona fede, potrà pensare che sopra il nostro partito domini uno spirito carismatico per il quale si creda che le fortune del partito siano associate alle fortune di un nome; che ci sia qualcuno, che possa anche chiamarsi De Gasperi, che creda davvero di rappresentare non una idea, ma un interesse, un’ambizione, una figura di carattere personale e con questi connotati creda di aver trovato il modo di dominare o dirigere una situazione. Un cristiano il quale si trova tutti giorni di contro alle umiliazioni della sua insufficienza, un cristiano il quale deve affrontare nella sua complessità l’esperienza politica e amministrativa, un cristiano il quale spesso, troppo spesso, nonostante i calcoli e la prudenza, si trova di contro ad un imprevisto intervento del destino (noi diciamo giustamente della Provvidenza), un cristiano che è così convinto della relatività del tempo che passa e che ha il senso storico della distinzione tra ciò che è contingente e ciò che è permanente, un cristiano non può cadere in questo errore, nell’errore cioè di credere davvero che la sua persona abbia tale valore concreto e tale valore sintomatico da determinare una situazione . Però, amici miei, io spero di avere potuto accettare il vostro plauso in questo senso, nel senso cioè che esso non era diretto alla mia persona ma all’idea e alla rappresentanza dell’idea. Quale è questa idea che io sembro dal destino, dagli avvenimenti, dalla vita stessa designato più che altri, ma accanto a molti altri, qual è questa idea che sembra dare alla mia attività un così grande rilievo? È l’idea dell’unità. L’idea creata dall’associare la fedeltà ai princìpi, alla doverosa capacità di progressione nella evoluzione storica; l’idea nella fede dell’eterna giovinezza e fecondità del nostro pensiero e della nostra azione. Ecco quello che mi pare di rappresentare, soprattutto. In questo senso penso che il plauso e l’augurio vada diretto all’unità del nostro movimento, all’unità che non può essere conservazione, che non può essere cristallizzazione, stasi, ma che al contrario deve essere progresso, evoluzione, aggiornamento ed eterna giovinezza. Una prima osservazione di carattere generale che mi viene naturale, considerando e riflettendo sul dibattito è la seguente: si è parlato di miti e badate che non voglio polemizzare con l’autorevole amico che ha accennato a questa parola e comprendo benissimo in che senso abbia voluto dirla. Ma egli ha agitato veramente un problema che esiste soprattutto nel cuore dei giovani, di coloro che conoscono meno la storia; egli in sostanza ha accennato alla esigenza di ricercare uno schema, una soluzione programmatica, una aurora, di vedere la Democrazia cristiana che sorge come il sole, come nello stemma socialista, di vedere una prospettiva completa, integrale della vita; soprattutto della vita politica ed economica. Questa idea veramente dovrebbe avere la forza suggestiva di un mito. I giovani specialmente lo cercano questo mito nell’angoscia della concorrenza con altri ideali o con altre prospettive che si lanciano. Se i comunisti hanno questa visione apocalittica del mondo che crolla e paradisiaca del mondo che si riorganizza nell’uguaglianza e nella giustizia, perché anche noi non possiamo trovare il sistema, la rappresentazione organica di questo mondo nuovo che vogliamo costruire, di questa aurora che deve mostrarsi? E ciò è tanto vero che è un bisogno del nostro spirito che nella storia del movimento sociale troviamo parecchi esempi. Voi lo sapete amici perché avete studiato la storia del nostro movimento sociale. Ad un certo momento si è creduto nella funzione organizzativa e rappresentativa integrale della produzione, ossia nel capitalismo. Badate bene distinguiamo, come io distinguo bene la funzione rappresentativa dell’interesse da una parte, e dall’altra la funzione rappresentativa della istituzione corporativa. Un tempo in Italia fu creduto di distinguere queste due cose: che la fatica mia era allora quella di scrivere sotto un anonimo naturalmente per fare comprendere le differenze fondamentali fra l’una e l’altra cosa. E questa interpretazione si è potuta forzare anche dimostrandola e rappresentandola nei documenti pontifici, quando abbiamo avuto la tesi fascista che era in realtà quella del sistema corporativo che allora prendeva campo e dappertutto si trovavano proclamazioni del principio corporativo. Abbiamo il proclama di Leone XIII, lo abbiamo avuto in Francia attraverso l’Action française, lo abbiamo avuto attraverso gli amici cristiani sociali in Austria, abbiamo avuto cioè il tentativo di una riforma corporativa perché si credeva che questa formula corporativa risolvesse il problema acuto in cui ci si dibatteva allora. Quindi o parlate del mito attraverso l’intervento dello Stato oppure parlate della riforma di Dollfuss dello Stato protettore, dello Stato unitario che sotto la sua egida avrebbe risolto il problema, questo mito che è poi dentro gli atti pontifici non soltanto è la premessa politica della stessa fine di Dollfuss, ma ha fatto fallire anche quell’idea ed ha portato a quelle conseguenze economiche di cui tanto si è parlato. Si è parlato anche di coloro che hanno condotto la loro azione fino a che non hanno trovato una grande resistenza per ragioni di applicazione possibile del sistema anche altrove. Ci fu un tempo in cui era difficile fare capire che questa strada, quella dei documenti pontifici costituiva un primo tentativo e, badate si era già proceduti in modo che, parallelamente si era manifestato un altro tentativo meraviglioso che veramente ha sorriso alla mia giovinezza quando ci trovammo accanto i socialisti che attaccavano, in fondo, il capitalismo, e citavano con serie critiche il sistema di Marx o di Lassalle contro lo stesso capitalismo. Allora era parso di aver trovato un’altra leva più potente del capitalismo nella storia, e si era arrivati addirittura al diritto canonico. Voi sapete che questa leva è esistita fin dal Concilio laterananse del 1515 quando si è proclamata l’abolizione assoluta dei prestiti di moneta e di interesse. Se questa previsione si fosse potuta applicare (in sostanza non è mai stata abolita come formula canonica) nel mondo moderno, evidentemente il capitale e il lavoro sarebbero stati distrutti. Tanto si discute su questo principio, e tante discussioni avvennero, principio che era stato ripreso da Benedetto XIV e che era stato discusso fin dal 1880/90: quante speranze aveva suscitato. Poi di fronte alle applicazioni che si sarebbero dovute trarre per la vita moderna, di fronte ai danni che si creavano alle obiezioni che erano nate dalla pratica e dallo sviluppo della organizzazione del credito, il mito del capitalismo venne lasciato ed oggi nessuno vi crede più. Ma questi due miti non sono gli unici: si cerca sempre un altro mito; e se ci riuniremo in altri Congressi ci saranno ancora dei giovani che cercheranno questo mito perché cercheranno una formula che dia soddisfazione; che dia la prospettiva e infiammi le folle. Ma quale è la conclusione per lo meno odierna a cui l’esperienza ci ha condotti?; è questa: le dittature passate e la minacciata dittatura di domani, lo stesso peso fatale della burocrazia statale e dell’interventismo sistematico hanno messo contro ogni teoria e contro ogni riflessione e discussione in prima linea la questione della libertà personale e politica, ossia la questione del regime democratico. E se a questo Congresso il segretario politico ha posto in discussione soprattutto l’ordinamento democratico non è che sia sfuggita in realtà la situazione economica, che egli non abbia voluto toccare l’argomento più difficile. No. Se è vero che prima di tutto è necessario salvare il regime democratico e la libertà, allora è vero che almeno nel periodo attuale, all’epoca che attraversiamo, la linea della soluzione va cercata in una linea di mediazione fra la necessità di servire la libertà e la tendenza ad una sempre maggiore giustizia sociale, fondata naturalmente sopra la distribuzione del credito. Questa è la nostra strada, ma questa strada non l’abbiamo inventata noi; è la conclusione dell’esperienza, è il terreno solido su cui dobbiamo camminare. Naturalmente qui subentra la questione della produzione, la relazione fra libertà e produzione e siamo nel campo dell’esperienza. Allora si presenta il problema della socializzazione. Ma è chiaro, innanzi a questa via di mediazione di cui ho parlato, ad un dato momento prevale la produzione sulla distribuzione, conforme alle premesse locali prevale ora l’una ora l’altra; se avete fonti di energia a disposizione, risorse, prevale il problema di distribuzione, che si impone perché avete già risolto o potete risolvere il problema di produzione. Ma se siete in un paese come l’Italia a cui mancano le fonti di energia o sono scarse, e avete una densità di popolazione dove queste condizioni impongono che prevalga il problema della produzione, o a meno che il problema della distribuzione venga parallelamente ad essere risolto insieme a quello della produzione. Ciò non vuol dire che non ci possa essere socializzazione di singoli servizi, che non ci possa essere soprattutto un piano. Noi non abbiamo il piano quinquennale, ma piani ne abbiamo parecchi: la Cassa del Mezzogiorno è un piano decennale, quello dei Lavori Pubblici è un piano anch’esso, quello della Agricoltura presentato da Fanfani è un piano che vale per 10 anni; il piano delle ricerche nel Mezzogiorno del gas non è qualcosa di controllato? Il piano del petrolio, del metano è anch’esso un piano di socializzazione di una fonte dello Stato. Quindi, in pratica questi problemi vengono risolti, ma bisogna risolverli di caso in caso, secondo un criterio preciso di giustizia sociale e di concretezza. Ecco dove, signori miei, si vede tanto chiaro che non bastano dichiarazioni generiche; bisogna studiare, bisogna vedere i lati concreti, veder di trovare una soluzione, la quale possa corrispondere ad un risultato immediato, oppure ad un risultato prevedibile entro un certo periodo. Studiare di più, il generico è un pessimo servizio; si può buttare una parola in un congresso, ma in una sezione poi, in una riunione di gente competente bisogna arrivare con statistiche e con dati. Così, anche la polemica dello statalismo contro lo statalismo, o per l’intervento dello Stato. Il nostro amico don Sturzo è furibondo contro lo statalismo. Lui se la prende anche contro la statizzazione del petrolio, ma l’abbiamo noi questa questione affrontata, abbiamo avuto discussioni fatte su rapporti, su cifre, su risultati e si è arrivati alla conclusione cosciente, consapevole che fosse necessario che lo Stato intervenisse per dirigere questo sviluppo, queste ricerche e questa energia nazionale. Certo che uno può essere nella Democrazia cristiana e avere delle opinioni in senso contrario e può anche, soprattutto, essere impressionato dalle cattive conseguenze di una amministrazione, dai difetti che si trascinano attraverso una burocrazia. Insomma, anche qui, siamo di fronte a circostanze di fatto che possono essere positive. Innegabilmente vi sono soluzioni che idealmente sarebbero necessarie, accettabili, ma che però, se trovano strumenti non adatti, se trovano un’amministrazione non pura, se trovano facilità di corruttela e soprattutto aumento di un’azione burocratica amministrativa, allora quelle soluzioni che sarebbero a posto possono diventare anormalità, donde il fatto che ci costringe assolutamente – anche il governo – a studiare caso per caso, decidere secondo i dati che abbiamo e le prospettive che si possono presentare. Intervento dello Stato. L’amico Pastore ha accennato in tono commosso alle ragioni per le quali lo Stato non accetta la regolamentazione che la Costituzione prevede e che noi abbiamo cercato di formulare in una data legge , il cui testo sarà sottoposto alla discussione della Camera [ed] è stato approvato dai rappresentanti sindacali. È stato detto «lasciate che il sindacato sia libero» ed è stata giustificata questa richiesta con il fatto che nel periodo degli ultimi cinque anni la scioperomania è diminuita, quindi, il pericolo del disordine nello Stato è diminuito . Amico Pastore, proprio in questi giorni abbiamo degli scioperi, che, se continuano e se non esistesse alcuna sanzione, metteranno lo Stato in una situazione ridicola, perché quando una categoria per mantenere una posizione che ritiene giustificata, ricorre ad abbandonare l’ufficio e a queste misure contro lo Stato, non c’è ministro o governo che abbia l’autorità di fermarla e nemmeno il Parlamento che possa invocare un mandato di fiducia per risolvere questo problema. Ma allora, attraverso il sindacalismo – e vi do atto che voi in quest’ultimo periodo siete intervenuti per non far fare questo sciopero – attraverso questo sindacalismo il carattere dello Stato forte dove va a finire, caro amico Gonella, se siamo forti con tutti e in casa nostra, nei nostri ministeri, siamo deboli? Questo mi dice, amici, che la democrazia, per essere forte, deve essere anche contro la demagogia, anche a costo di sacrificare un nostro momentaneo interesse. Se vogliamo essere un governo democratico sul serio, non possiamo permettere, per esempio, che una qualunque categoria ricorra alla forza per mantenere un suo interesse fino a quando ci sono altri mezzi da far valere, come nel caso specifico cui mi riferisco per il quale esiste una legge davanti al Parlamento. Il ricorrere alla forza in questi casi, costituisce un attentato contro la democraticità e la libertà dello Stato. So che è poco popolare dire queste cose, ma uno dei punti deboli del nostro partito è proprio quello di avere il coraggio di dire le cose giuste a qualunque costo. Naturalmente io ho portato questo esempio, perché data la sua attualità, mi brucia maggiormente, ma potrei citarne altri. Evidentemente quando sono di fronte gli interessi dei datori di lavoro, e di una categoria di lavoratori, il nostro istinto è quello di prendere posizione per i secondi, ma quando ci troviamo di fronte allo Stato che rappresenta gli interessi collettivi, se dello Stato noi abbiamo la responsabilità (se fossimo all’opposizione la cosa sarebbe diversa) dobbiamo comportarci in conseguenza, tutelando gli interessi di tutti. Ecco perché io ed altri colleghi abbiamo insistito perché si affrontasse il problema della legge sindacale. Noi non diciamo naturalmente di accettare il testo governativo nella sua esatta formulazione e non diciamo nemmeno di accattare tutti i limiti allo sciopero che proponiamo, ma discutiamone: ci sarà pure un minimo in cui lo Stato avrà il diritto, di fronte alla possibilità dell’abuso (che non commetterete voi della Cisl cui anzi do atto di senso di responsabilità), di battersi per l’interesse collettivo e per la libertà di tutti. Se dunque non esiste la formula del mito, esiste qualche cosa di prezioso nel nostro patrimonio morale e dottrinario, esistono cioè dei princìpi e delle direttive di interesse sociale alle quali noi siamo tenuti. Senza di esse io non so quante volte avremmo smarrito la giusta via. Perciò io mi richiamo al valore del cristianesimo anche nella preparazione sociale. Io ho sentito in questo Congresso il discorso del presidente delle Acli, questa magnifica organizzazione che cura la preparazione dei lavoratori. Non vorrei che suonassero a critica le mie parole se mi accorgo, guardando la storia del nostro movimento sociale che esistono troppi teologi e filosofi, ma pochi economisti. Noi abbiamo molte affermazioni generiche, senza dubbio anche elaborate e razionali, nonché illuminate dalla fede, ma abbiamo pochi dati che ci permettano conclusioni esatte per determinati luoghi e per circostanze specifiche. E se posso raccomandare qualche cosa, specialmente nei riguardi della preparazione di giovani, io prego di far studiare loro i fenomeni economici, sulla base delle statistiche e naturalmente inducendoli ad elaborare e a discutere i fenomeni stessi. Già in parte questo si è fatto ed io non posso negare i progressi fatti dalle «Settimane sociali» ultime, ma è bene cercare di commisurare questi studi alla realtà che si evolve ogni giorno ed ai princìpi che, in fondo, sono contenuti anche in tutti i documenti pontifici. Questi documenti senza dubbio sono giusti e corrispondono ad una precisa visione di un determinato momento; ma la realtà economica si evolve, i problemi si moltiplicano e si complicano ed è necessario commisurarli ai fatti economici così come questi si sviluppano. Lo ha detto bene il segretario politico, esistono i rapporti con l’Azione cattolica. Quando venne Attlee, il capo del laburismo inglese, in Italia egli chiese: «voi siete cristiani?», gli fu risposto: «noi non diciamo di essere cristiani, ma lo supponiamo». Ed io rispondo ad esso: noi non diciamo di essere dell’Azione cattolica ma noi doverosamente lo supponiamo. La collaborazione – ha detto benissimo il segretario Gonella – è assolutamente necessaria, e noi cercheremo di attuarla senza entrare in conflitti. È anche necessario che vi sia una netta distinzione di responsabilità, poiché noi siamo portati dalla storia in questo momento a fare della politica secondo il regime democratico, bisogna che queste responsabilità siano fissate, garantite e risolte in base a questi princìpi democratici. Questa è la base del nostro lavoro. Qui, naturalmente, parlo di responsabilità politiche, parlo di responsabilità di partito, che non sono affatto richieste né avocate a sé dall’Azione cattolica. Ma io dico: non esitiamo come democratici cristiani a ricorrere a tutto quello che ci viene non soltanto specificatamente dalla esigenza religiosa ma anche riconosciamo i lumi che ci vengono dalla esperienza sociale della Chiesa. Quando il disastro del Polesine ci rivelò la piaga che esisteva nella valle del Po, abbiamo trovato non soltanto una piaga di carattere sociale, ma una piaga anche di carattere morale e religioso. Come non sentire che laddove questa termite della miseria che corrode l’interno dei paesi e delle istituzioni esercita la sua azione, come non sentire che tutto questo è fatale se non sovviene la mano della Chiesa ad illuminare le coscienze a ad apportare qualche sollievo con la sua carità? Ecco perché, accanto alle distinzioni della responsabilità si manifesta necessaria la collaborazione di quelle che sono le condizioni sociali e la coscienza collettiva. Abbiamo, nel sistema democratico, il mandato politico ed amministrativo con una responsabilità specifica; ed anche questo è un fatto che bisogna fissare molto bene. Però, parallelamente, è vero, non vi è una responsabilità morale dinanzi alla coscienza e che la coscienza per decidere deve essere illuminata dalla dottrina e dall’insegnamento della Chiesa. Noi, amici, dobbiamo sentire soprattutto la libertà e la dignità della Chiesa, dobbiamo sentirci attratti verso il capo della Chiesa universale, dobbiamo sentirci come figli debitori, dobbiamo sentirci come i figli devoti in cui il nostro Padre è soggetto con la sua Chiesa, non qui ma altrove, a dolorose persecuzioni. A proposito dell’esortazione allo studio che ho fatto prima vi do un esempio. Si dice e si continua a ripetere che siamo innanzi ad un fenomeno di concentrazione della ricchezza. Allora è giusto che si esaminino le statistiche ed il corso dello sviluppo dell’agricoltura e dell’industria in genere in Italia per arrivare alla conclusione se sia vero che qui da noi e fino a che misura esiste una tendenza fatale alla concentrazione della ricchezza. Se esiste bisogna incidere con provvedimenti molto energici; se non esiste bisogna regolarla con provvedimenti meno energici, ma è necessario che il problema venga esaminato dal punto di vista delle statistiche e dei risultati completi. Vi leggerò alcuni dati che mi ha dato il ministro dell’Agricoltura. Senza calcolare gli effetti della riforma, la piccola e media proprietà rurale costituisce il 74%, se si considera la grande e piccola proprietà cioè quella che va [da] una media di 200 ettari in su. Nei due periodi del dopoguerra, la precedente e quest’ultima, si sono rappresentati sensibili trasferimenti di ricchezza. Dopo il primo conflitto mondiale un milione di ettari andarono a costituire la piccola proprietà. In questo dopoguerra, col decreto legge 24/2/48 che favorisce la piccola proprietà contadina è stato consentito a 151 mila coltivatori di acquistare 328.382 ettari. Ma si calcola che 700 mila ettari siano passati in mano ai contadini e a ciò si deve aggiungere l’azione della riforma agraria. Queste cose bisogna pur dirle, perché si sappiano, perché siano manifeste, bisogna avere il coraggio di dirle anche per raddoppiare il nostro zelo futuro. E lo stesso io dico a proposito del trasferimento della ricchezza: è un problema di statistica ed io non voglio annoiarvi in concreto dandovi dei dati, ma certo è che si tratta di un problema che merita un attento studio. Bisogna anche aggiornarsi nel concreto dell’industria, della vita industriale ed esaminare la distribuzione delle funzioni e gli abusi che si possono verificare, bisogna aggiornarsi sul problema che riguarda le società per azioni. Certe cose noi dobbiamo considerarle per fare del nostro partito un partito che partecipa alla vita nazionale e non come i partiti di opposizione che per principio possono considerare il problema industriale come un problema redditizio esclusivamente per loro. Noi dobbiamo preoccuparci di questo e dobbiamo avere la forza di chiedere e di invocare la collaborazione giornaliera di tutti, perché noi dobbiamo fare una politica di fondo anche in questo, ed intervenire in questo come Stato. Noi siamo lo Stato ed abbiamo tutto l’interesse di rappresentare tutte le forze e di renderle operanti. Il partito nostro è il partito della nazione e perciò dobbiamo avere una visione panoramica degli interessi e cercare di subordinarli tutti all’interesse della comunità, soprattutto di indirizzarli ad un opera di giustizia sociale. Questo vuol dire ciò che mi hanno chiesto alcuni oratori quando hanno detto che cosa vuol dire il nostro interclassismo: solo in questo senso Toniolo parla della classe ed in questo noi dobbiamo intervenire altrimenti obbligheremmo il partito a diventare il partito corporativo, il partito delle diverse categorie; ma non sarebbe mai un partito democratico nazionale, come noi dobbiamo essere e del quale dobbiamo affrontare tutta la responsabilità. Il punto dove ci possiamo facilmente intendere con gli antichi mazziniani o con i liberali di nuovo conio, non quelli di vecchio indirizzo, con questi che reagiscono contro il totalitarismo , era che si operassero dei colpi contro la Commissione e la collettivizzazione, che portarono entrambe ad un collettivismo contro l’egocentrismo della categoria; questo punto è una ragionata giusta opposizione, parallela opposizione a quella che è oggi la nostra situazione politica. Poiché ho sentito dei dubbi e delle formule di perplessità su questo argomento, prego gli amici di studiare, di andare a vedere i documenti dove si parla del nostro spirito informatore. Si dice in quelli: a noi è necessario di mettere la concorrenza confluente in una ragione di giustizia. L’economia e più ancora la potenza economica siano di fatto soggette all’autorità pubblica in ciò che concerne l’ufficio di questa. Le istituzioni del popolo dovranno venire avvantaggiate e soprattutto l’esigenza del bene comune, cioè assoggettate alla legge della giustizia sociale. Ecco il principio che impegna l’intervento dello Stato in molte situazioni. E a proposito anche delle critiche [che] si sono fatte contro la nostra alleanza coi socialisti moderati. Questi potrebbero essere nostri alleati. Ma a proposito di leggi sociali voglio ricordarvi qualche passo dove si dice: [il] socialismo moderato non racchiude più in se i mezzi della produzione; quella supremazia deve essere propria del pubblico potere. Affermando questo si può giungere fino al punto che le massime del socialismo più moderato non discordino dai voti fondati sul principio cristiano. In verità si può sostenere a ragione esservi certe categorie di beni da riservarsi solo ai pubblici poteri quando portano con sé un tale onere economico che non possono essere lasciati in mano ai privati cittadini senza pericolo per [il] bene comune. Poiché il sistema democratico viene invocato e difeso contro il totalitarismo bolscevico, vuol dire che questa socialdemocrazia della quale i cattolici non possono accettare le ideologie (e si distanzia anche per una concezione organica della produzione), vuol dire che questa sociale democrazia ha raggiunto un tale ravvicinamento nell’esperienza sul terreno dei fatti che una possibile collaborazione è in vista o dovrebbe essere in vista quando vi sia la buona fede. Che cosa dobbiamo fare noi dinanzi alla prossima battaglia elettorale? Mi pare che tutto sia stato detto. Vorrei aggiungere solo qualche cosa che può sembrare secondaria ma che di fronte all’opinione pubblica ha un certo valore. Noi dobbiamo rassicurare l’opinione pubblica italiana che la difesa del regime democratico avrà spirito e norma costituzionali; in carattere e misura compatibili con le norme di questa Costituzione. E quindi mi viene spontaneo il ricordo di un violento e veramente inaccettabile attacco che Togliatti ha fatto al presidente della Repubblica. Questo impudente attacco che non ha pretesto né fondamenta, questo impudente attacco è sintomatico; vuol dire che si prepara l’opinione pubblica in caso di necessità ad andare contro l’autorità suprema dello Stato che è fuori della lotta politica. Ed è veramente un atto rivoluzionario contro la democrazia, contro lo Stato democratico. Ed in verità noi dobbiamo protestare con tutte le forze ed invocare che la nuova legge che abbiamo proposto al Senato ci dia la possibilità di intervenire. 1°)Per rassicurare l’opinione pubblica dobbiamo fare in modo che ogni intervento venga effettuato salvaguardando il controllo parlamentare ed i diritti della minoranza. E ciò è fatto anche nella nuova legge. 2°)Bisogna dimostrare che nessun vantaggio ci sarà per nessun partito, neppure per il nostro. La linea di condotta da adottare deve essere consentita o dalla procedura giudiziaria o prevista per i casi di emergenza. Però amici miei quanto più si riveli la necessità di tali interventi, tanto più ci si impone di non comprometterci con le forze antiparlamentari e dittatoriali. Mi rivolgo a quanto ha scritto l’amico Gonella a proposito della riforma elettorale. Voglio soltanto ricordare i meriti del passato e che dovranno anche essere del futuro del nostro amico Scelba. A proposito della legge elettorale mi sia consentita soltanto una osservazione, di cui avrete bisogno per le polemiche che vi troverete fra i piedi nei giorni prossimi. Si dice che è una legge «truffaldina». Ho avuto anche io dei telegrammi in proposito. E la si confronta con la legge Acerbo. Ora si può dire truffaldina la legge Acerbo perché dava un’attribuzione di due terzi dei risultati alla lista che avesse raggiunto il 25 per cento di voti di vantaggio. Così avveniva secondo questa legge che con il 25,1 per cento si poteva conseguire il 66,66 per cento dei mandati; questa sì che era una truffa. Ma una legge come la nostra che esige la maggioranza degli elettori per avere un positivo risultato, questa è una legge veramente onesta e che corrisponde allo spirito democratico. Il fatto che non sia matematicamente eguale il rapporto fra voti conseguiti e seggi attribuiti non è una truffa; altrimenti sarebbero una truffa le ultime elezioni inglesi. Ad una maggioranza di voti riportata dai laburisti, corrisponde infatti una maggioranza di seggi riportati dai conservatori. Difatti i conservatori nel 1951 hanno avuto il 47,34 per cento dei voti. I seggi erano 319 e la percentuale dei seggi del 51,45 per cento. I laburisti hanno avuto il 48 per cento dei voti, ma con una percentuale di seggi del 47,25 per cento. E queste conclusioni risultano dalla differenza dei collegi, dalla storicità, da congiunture riguardanti i collegi e da tutto il sistema, perché è difficile che si tratti di sistemi di matematica pura. Ma che cosa avverrebbe se noi avessimo introdotto [il collegio uninominale] – e credo che se dovevo decidere io avrei introdotto il suffragio universale per collegio uninominale – che cosa sarebbe successo? Ma allora, in un dato collegio chi piglia la maggioranza piglia tutto? E per questo bisogna dire che la minoranza è truffata? La truffa sarebbe se alla fine, come conclusione, non si fosse mantenuto il principio della maggioranza che governa: la maggioranza governa la minoranza controlla. A meno che non volete che accettassimo una condizione in cui i due estremi, messi insieme, possono dir di no e negare tutto, compreso il bilancio, e messo insieme non possono dire a niente «sì» perché non ne hanno la forza. Potete, quindi, con tutta tranquillità appoggiare la nostra lotta per questa legge, senza dubbi per la vostra coscienza e, soprattutto, anche per la vostra ragionevolezza. Riguardo agli altri partiti dobbiamo distinguere tra partiti e individui. Noi abbiamo fatto un accordo tra i quattro partiti democratici che sono quelli che possono costituire una maggioranza abbastanza omogenea riguardante certi settori e settori fondamentali per i problemi che possiamo vedere di prossima soluzione. Abbiamo anche deciso che nessun altro partito possa accedere a questo accordo se gli altri quattro non sono della stessa opinione ed il segretario del partito vi ha detto per quale ragione non possiamo supporre di trovarci, in comune con i nostri alleati, coalizioni di altre tendenze che non fossero ben accette. Però, bisogna mettere bene in chiaro una cosa: non è che noi diamo il bando alle persone, che creiamo una specie di ostracismo, che gettiamo fuori – come hanno fatto con noi i fascisti – mettendo qualcuno ai margini della vita civile, no, perché noi riconosciamo che attraverso il suffragio possono arrivare alla funzione di controllo della minoranza e, se hanno la maggioranza, possono conquistare la maggioranza, perché la legge non stabilisce che la maggioranza debba essere democristiana. Ma dobbiamo poi guardare non solo ai partiti ma anche alle persone e dobbiamo tendere a recuperare le persone verso la democrazia con la persuasione della nostra opera di solidarietà, ma non possiamo recuperarle attraverso formule di partito che discriminano in modo tale che la collaborazione diventa impossibile verso le anime di buona fede, perché riconoscono sinceramente che la democrazia deve essere libera e generosa. Verso altri elementi che siano mossi veramente da un sincero sentimento e che si credono per questo ancorati per pregiudizio ad un partito, noi possiamo cercare di persuaderli che la loro opera è negativa, che aiuta proprio i comunisti contro cui dicono di combattere. Non possiamo disperare in una evoluzione di questo e quell’elemento, convincerli che lavoriamo per l’Italia, che sappiamo rendere giustizia e misericordia anche per quello che riguarda il passato. Perciò le due leggi sull’estensione di benefici di vario ordine ai combattenti della Repubblica sociale e quella dei mutilati e quella che riguarda le pensioni dei permanenti della milizia debbono essere portati avanti – sono già al Senato – per dimostrare che non vogliamo essere persecutori del passato, ma vogliamo, attraverso una legge di solidarietà nazionale, trovarli fratelli in questa democrazia che riconosce le libertà altrui. Non ci si lasci ingannare da una stampa provocatoria; il miglior mezzo per mantenersi equi e tranquilli è quello di non seguirla. Ultimo pensiero: mi permetterò di citare un autore francese: «il dispotismo, il cesare-papismo, il collettivismo sono mali che vengono dall’oriente. Dove trovano opposizione? Dove si urtano contro un senso di equilibrio? Si urtano nei paesi mediterranei, si urtano nel nostro senso latino. Approfondiamo, allarghiamo questo senso naturale che è della nostra nazione come pure di altre nazioni e di altri popoli mediterranei. Ricordiamo che lo Stato – ho citato un’altra volta questo autore romantico tedesco –, lo Stato è il rozzo involucro attorno al nocciolo della vita, il muro che cinge l’orto di frutta e di fiori umani. Ma a che giova il muro e la cinta se il terreno è arido? Qui giova solo la pioggia che viene dal cielo». Noi creiamo canali di irrigazione, centrali idrauliche – spero che voi comprendere[te] il mio parlare figurato – e invece prima che creare attrezzature abbiamo bisogno dell’uomo, della coscienza umana operosa e retta. Dobbiamo invocare la pioggia e che ci si illumini la coscienza. L’Italia è il meraviglioso giardino di frutti umani. Qui dopo Enea approdarono Paolo e Pietro , qui venne eretta la prima cattedra; e gli italiani sentono – e diciamolo a conclusione di questo Congresso – gli italiani sentono quanto sia vergognoso che si combatta contro il Papa. Gli italiani sentono; tutti gli italiani credono o perlomeno la stragrande maggioranza di essi che pure non è iscritta al partito, gli italiani di cui ho la certezza in questo momento di interpretare i sentimenti, gli italiani sentono che se questa cattedra fosse rovesciata la luce si spegnerebbe e la libertà sarebbe perduta per sempre. 

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