martedì 9 novembre 2021

Il nuovo liberalismo

di Luigi Einaudi

Poiché si parla di "nuovo" liberalismo, viene spontanea la scettica domanda: in che cosa il "nuovo" liberalismo si distingua dal "vecchio".

La risposta è ovvia: non esiste alcuna differenza sostanziale, di principio, fra i due liberalismi.

Il liberalismo è uno e si perpetua nel tempo; ma ogni generazione deve risolvere i problemi suoi, che sono diversi da quelli di ieri e saranno superati e rinnovati dai problemi del domani.

Perciò anche i liberali debbono porsi ad ogni momento il quesito: come debbo oggi risolvere i problemi del mio tempo, in guisa che la soluzione adottata giovi a conservare il bene supremo che è la libertà dell'uomo, il che vuol dire la sua elevazione morale e spirituale? Il liberale non risolve i problemi d'oggi ripetendo come un pappagallo: libertà! libertà! Perciò i liberali possono essere ma non sono necessariamente "liberisti".

Sono tali in dati campi e sovrattutto in quello delle dogane per ragioni di calcolo economico e di convenienza morale- politica; ma non sono tali in altri campi.

Adamo Smith, colui che dagli illetterati (in "economica") è proclamato l'arci-liberista per antonomasia - ed i suoi seguaci sono detti, in segno di disprezzo, liberisti smithiani - è anche colui il quale proclamò che la difesa della patria è molto più importante della ricchezza: «defence is more important than opulence»; - difese storicamente l'atto di navigazione, ossia la protezione della marina mercantile; - scrisse parole di fuoco contro la proprietà assenteista della terra.

Non so che cosa scriverebbe Adamo Smith se vivesse oggi; ma certamente dovrebbe porsi e cercare di risolvere non i problemi del 1776, sì quelli del 1945.

I liberali negano che la libertà dell'uomo derivi dalla libertà economica; che cioè la libertà economica sia la causa e la libertà della persona umana nelle sue manifestazioni morali e spirituali e politiche sia l'effetto.

L'uomo moralmente libero, la società composta di uomini i quali sentano profondamente la dignità della persona umana, crea simili a sé le istituzioni economiche.

La macchina non domina, non riduce a schiavi, a prolungamenti di se stessa se non quegli uomini i quali consentono di essere ridotti in schiavitù.

Esiste un legame fra la libertà economica da un lato e la libertà in genere e la libertà politica in particolare dall'altro canto; ma è legame assai più sottile di quel che sia dichiarato nella comune letteratura propagandistica.

Non è vero che nella società moderna agli uomini faccia difetto la libertà perché la proprietà dei mezzi di produzione spetti ad una classe detta "capitalistica".

Astrazion fatta dalla circostanza che in molti paesi, e fra essi si devono noverare assai regioni italiane o, meglio, amplissime zone di ogni regione italiana, il numero dei "capitalisti" supera quello dei non capitalisti, ed astraendo anche dal fatto certissimo che la divisione della società nelle due classi dei capitalisti e dei proletari non è nemmeno una astrazione teorica atta a raffigurarci qualche aspetto fondamentale della storia umana e che invece le classi ed i ceti sono molti ed intrecciati e che non vi è quasi uomo, non vi è famiglia la quale non faccia parte contemporaneamente di parecchie categorie sociali; astrazion fatta da queste che sono circostanze di gran rilievo, fa d'uopo affermare che nessuna soluzione, né quella privata, né quella pubblica della proprietà dei mezzi di produzione, per se stessa è capace di aiutare a risolvere il problema della libertà.

Al limite, non lo risolve il sistema della proprietà privata piena, quiritaria, nella quale la terra, le acque, le miniere, gli impianti industriali, le scorte di lavorazione sono nel possesso assoluto del proprietario, che ne dispone come crede senza dover rendere conto a nessuno del suo operato.

Tutti i legislatori di tutti i tempi e di tutti i luoghi hanno negato il principio della disponibilità illimitata ed assoluta della cosa da parte del proprietario ed hanno fissato limiti entro i quali la libertà d'azione del proprietario deve muoversi.

Limiti più stretti per le miniere e per le acque, più larghi per la terra e più ampi ancora per i macchinari e le scorte.

La analisi economica moderna, ignorata a torto dagli scrittori socialisti, risale al libro scritto nel 1838 da Agostino Cournot ed addita nel "monopolio" il fattore essenziale e si può dire unico per cui la proprietà dei mezzi di produzione, cessando di rendere "servigi" e di farli pagare ad un prezzo uguale al costo minimo del produttore marginale, diventa invece causa di "disservizio" e fa pagare i beni prodotti a prezzi di monopolio, con guadagni inutili al punto di vista produttivo ed antisociali al punto di vista distributivo.

I liberali non dicono con Proudhon: la proprieté c'est le vol, la proprietà è il furto, ché la proposizione proudhoniana è falsa storicamente ed è smentita dall'esperienza quotidiana; ma affermano: le monopole c'est le vol, il monopolio è il furto.

Consapevoli della verità dell'analisi economica moderna, i liberali affermano che la schiavitù economica non è possibile là dove esiste la concorrenza, dove contro gli imprenditori esistenti, possessori di imprese in atto, agrarie industriali e commerciali, possono opporsi nuovi imprenditori, nuovi commercianti, nuovi speculatori sul futuro; ed affermano nel tempo stesso che là dove esiste il monopolio la produzione tende a diminuire, la domanda di lavoro ed i salari a diminuire, i profitti ultranormali a nascere ed ingigantire e la distribuzione del reddito nazionale a guastarsi a profitto di un numero ristretto di privilegiati ed a danno delle moltitudini.

Perciò essi non vogliono l'intervento dello stato contro la proprietà, la quale è risparmio, è indipendenza, è autonomia della persona, è continuità della famiglia, è stimolo ad avanzamento economico; e non vogliono distruggere né la proprietà privata dei beni di consumo, né quella degli strumenti di produzione.

I liberali non partono in guerra contro la ricchezza risparmiata, né contro quella ottenuta in libera concorrenza dagli uomini dotati di iniziativa, i quali osano, rischiano e riescono.

Essi non vogliono neppure sopprimere la speculazione, se questa vuol dire antiveggenza, adattamento dei mezzi presenti a bisogni futuri, che i più non veggono, che l'occhio di lince dei pochissimi scopre innanzi agli altri e di cui, scopertili, lo speculatore preordina, con lucro proprio e vantaggio di gran lunga maggiore dei più, i mezzi di soddisfacimento.

Ma i liberali vogliono, poiché essi l'hanno conosciuta, andare alla radice del male, del danno sociale, che è il monopolio.

Vogliono che la spada della legge scenda, inesorabile, su coloro i quali hanno costruito attorno alla propria impresa una trincea, per impedire l'accesso altrui a quel campo chiuso.

Poiché molti, forse la maggior parte dei monopoli, sono artificiali, ossia creati dalla legge medesima, essi vogliono abolite le proibizioni, i vincoli, i dazi, i privilegi i quali fanno sì che non tutti quelli i quali vogliono lavorare, lo possano, tutti quelli i quali vogliono iniziare nuove imprese, nuovi commerci, tutti quelli i quali vogliono muovere concorrenza alla gente già collocata, già a posto, riescano ad attuare i loro propositi.

Via i dazi, via i contingentamenti, via le concessioni esclusive, via i brevetti a catena perpetuantisi, via le società privilegiate, via le compagnie monopolistiche, via tutto ciò che soffoca, che, col pretesto di disciplinare, strozza gli uomini intraprendenti, e li costringe a corrompere coloro i quali danno le concessioni, i permessi, le licenze.

Ma i monopoli non sono soltanto quelli creati dalla legge, che, per abbatterli, basta volere distruggere la legge che li ha creati.

Vi sono anche monopoli "naturali", i quali traggono origine dalla impossibilità di moltiplicare le imprese concorrenti; e contro questi monopoli, i liberali vogliono l'intervento dello Stato, il quale a volta a volta assuma o controlli o regoli l'esercizio dell'industria monopolistica.

Essi ricordano che, tant'anni innanzi che la socializzazione divenisse una parola di moda, due grandi liberali, Camillo di Cavour e Silvio Spaventa, avevano voluto l'esercizio di stato delle ferrovie; rammentano che, col loro appoggio, Ivanoe Bonomi nel 1916 aveva dichiarato pubbliche, ossia nazionalizzate tutte le acque italiane da cui possono trarsi derivazioni di forza idraulica o di irrigazione.

Essi vogliono proseguire su questa via e sono pronti a proporre ed a discutere caso per caso la via più opportuna per sottrarre al dominio privato le industrie le quali abbiano chiare le caratteristiche monopolistiche; via la quale nell'un caso sarà quella dell'esercizio diretto, in un altro quello della creazione di enti autonomi, in un terzo quello della società anonima con maggioranza statale nel possesso delle azioni, e tal volta anche nell'esercizio delegato ad imprese private con quaderni d'onere rispetto all'esercizio ed alle tariffe.

Attorno ad un tavolo verde gli uomini di buona volontà possono e debbono mettersi d'accordo, avendo di mira lo scansare i due pericoli massimi, i quali incombono sul mondo economico moderno; il primo dei quali si è l'impero dei sindacati, dei consorzi, dei trusts, siano essi monopoli o sindacati di industriali o di lavoratori, ed il secondo si è la formazione del più colossale e spaventevole monopolio, che è quello dello stato.

All'altro limite invero, il luogo della proprietà privata assoluta è preso dalla proprietà assoluta dello stato padrone di tutti i mezzi di produzione.

Nessuna tirannia più dura si può immaginare di quella la quale fa dipendere la vita dell'uomo, la sussistenza della famiglia dalla volontà di chi comanda dall'alto.

Non ha importanza alcuna sapere se chi comanda si sia impadronito del potere con la forza o l'abbia ottenuto per elezione.

Importa invece sapere se chi vuole lavorare debba chiedere lavoro, avanzamento, agiatezza, fama, unicamente ad un capo, ad un gruppo che possiede il potere politico o possa, ove voglia, conquistare tutto ciò facendo appello direttamente, colle sue forze, ai compratori dei beni e servizi che egli crede di essere capace di offrire.

Dove tutto dipende dallo stato, ivi è schiavitù, ivi al posto dell'emulazione nasce l'intrigo, al luogo dei migliori trionfano i procaccianti.

Perciò i liberali vogliono sia distinto il campo dell'azione privata da quello dell'azione pubblica.

Discutiamo se questa specie di attività economica debba essere lasciata, e con quali regole giuridiche, all'iniziativa privata e se quell'altra specie debba invece essere assunta o concessa o regolata dallo stato.

Il criterio di distinzione tra l'uno e l'altro campo non è il piccolo od il grosso, il piccolo lasciato ai privati ed il grosso assunto dall'ente pubblico.

Questa è distinzione grossolana; ché il grosso merita di cadere nel campo pubblico solo quando esso sia sinonimo di monopolistico.

Ma i liberali non reputano che il problema del massimo di produzione sia il solo e possa essere posto da solo.

Quando anche si riesca a foggiare il meccanismo produttivo, per mezzo di una ricca varietà di tipi privati e pubblici di intrapresa, in guisa da raggiungere un massimo di produzione, noi avremo soltanto toccato un massimo entro i limiti della domanda esistente.

Se in un paese vi è un ricchissimo solo ed un milione di uomini sprovveduti di beni di fortuna, noi possiamo, sì ottenere un massimo di prodotto; ma è il massimo proprio di quel tipo di distribuzione della ricchezza.

Tutto diverso è il massimo che si otterrebbe in un altro paese dove tutti gli uomini avessero uguale reddito individuale.

Diversi i massimi e diversi i tipi e le varietà dei beni prodotti.

Noi liberali giudichiamo, per ragioni morali, detestabili ambi quei tipi, perché ambi forieri di servitù per gli uomini.

Servo nel primo paese il milione di uomini dell'unico proprietario, servi nel secondo di un tiranno, perché è impossibile mantenere tra gli uomini, disuguali per intelligenza, per attitudine al lavoro ed al risparmio, per inventività, la uguaglianza assoluta senza la più intollerabile costrizione.

Noi liberali auspichiamo una società nella quale la distribuzione del reddito nazionale totale sia siffatta che non esistano redditi inferiori al minimo reputato generalmente in ogni paese sufficiente alla vita che ivi può condursi in relazione alla massa totale del flusso del reddito nazionale; e non esistano neppure redditi permanentemente superiori ad un livello reputato socialmente pericoloso.

A tal fine due principalissimi strumenti debbono essere adoperati, dei quali l'uno è l'imposta e l'altro è la scuola.

L'imposta, sul reddito e successoria, deve essere congegnata in maniera da incoraggiare la formazione dei "nuovi" e dei "cresciuti" redditi e da decimare i redditi antichi e costituiti, sicché ad ogni generazione i figli siano costretti a rifare in parte ed i nepoti e pronipoti a rifar ancora per la restante parte la fortuna avita ove intendano serbarla intatta; sicché se non vogliano o non vi riescano siano costretti ad andare a fondo.

La scuola, al limite, deve essere congegnata in modo tale che tutti i giovani meritevoli possano gratuitamente, senza pagamento di tassa veruna, percorrere tutti gli ordini di scuola, dall'asilo infantile alle scuole di perfezionamento post-universitario, ed essere provveduti di vitto, alloggio, assistenza sanitaria, libri ed altri strumenti di studio.

Solo così sarà possibile abolire quella che è la macchia fondamentale dell'ordinamento sociale moderno; che non è tanto la disuguaglianza nelle fortune esistenti, rimediabile con l'imposta, quanto la disuguaglianza nei punti di partenza.

Quando al figlio del povero saranno offerte le medesime opportunità di studio e di educazione che sono possedute dal figlio del ricco; quando i figli del ricco saranno dall'imposta costretti a lavorare, se vorranno conservare la fortuna ereditata; quando siano soppressi i guadagni privilegiati derivanti da monopolio e siano serbati ed onorati i redditi ottenuti in libera concorrenza con la gente nuova e la gente nuova sia tratta anche dalle file degli operai e dei contadini, oltre che dal medio- ceto; quando il medio-ceto comprenda la più parte degli uomini viventi, noi non avremo una società di uguali, no, che sarebbe una società di morti, ma avremo una società di uomini liberi.

Ben è vero che l'ideale di una società varia di tipi di intrapresa, di istituti pubblici e privati, ricca per l'aggiunta di sempre nuovi redditi e per la eliminazione dei redditi parassitari è un ideale che non può essere raggiunto in breve giornata.

Ma vi sono paesi i quali da quell'ideale non sono lontanissimi, dove in tempo di pace i massimi redditi pagano allo stato, ove non si calcoli il gravame delle imposte successorie e di quelle sui consumi, il 60-70 per cento del loro ammontare; ed in tempo di guerra assolvono il 97 per cento; dove le imposte successorie costringono alla liquidazione dei patrimoni aviti ed alla vendita dei libri dei quadri ed altri oggetti artistici familiari, coloro che non sanno col lavoro ricostituire ogni giorno le fortune ereditate; dove gli sforzi per garantire a tutti l'uguaglianza nei punti di partenza datano da più di cent'anni ed ognora vanno intensificandosi.

Questi paesi possono essere detti capitalistici da chi non ne conosce il meccanismo intimo e la sua capacità di adattamento; in verità essi tendono verso la creazione della città libera, nella quale a tutti gli uomini è dato, ove vogliano lavorare, di conquistare l'indipendenza economica, indipendenza da qualsiasi padrone, sia esso un privato imprenditore od un capo gerarchico o, peggiore di tutti i padroni, una entità misteriosa lontana anonima chiamata stato.

Se l'uomo può dire: questa è la mia casa, questa è la mia terra, questa è la mia arte, il mio mestiere, il mestiere del quale i miei simili hanno bisogno; se egli può ergere la fronte dinanzi a chi vuole imporgli un contrassegno di fede o di partito per consentirgli di lavorare, non perciò l'uomo è già libero.

Ma poiché egli possiede una riserva e non è più obbligato a mendicare altrui ogni giorno il diritto di lavorare, nemmeno da taluno che egli abbia in qualche giorno dell'anno eletto a suo capo, egli non è più schiavo e se anche egli non sia un eroe, se anche egli sia un uomo qualunque, uno dei molti uomini che trapassano facendo semplicemente il loro dovere, può credersi ed essere uomo libero.

 

Da "La Città Libera", 15 febbraio 1945.

Nessun commento:

Posta un commento