mercoledì 16 dicembre 2020

Il mostro non dorme sotto il letto. Il mostro può dormire accanto a te #Donnaalcentro

 di Valeria Frezza

La cosa più difficile è stata essere creduta. Io non avevo prove, non avevo testimoni, non avevo lividi. Una donna che subisce violenza ha sempre un occhio nero, io non avevo neppure un'unghia spezzata. Perché la mia violenza era fatta di pugni sferrati con gli sguardi, di calci dati con le parole, di schiaffi assestati con le assenze, i silenzi e i rifiuti. Era una violenza morale, psicologica. Di quelle che non lasciano segni esteriori, anche se dentro la tua anima è tumefatta e tu sei peggio di una che agonizza nella sua pozza di solitudine. Alberto era il ragazzo più affascinante della comitiva all'università, corteggiato da tutte le mie amiche. A me, invece, non interessava, o forse avevo visto giusto. Anni dopo l'ho incontrato a una cena di lavoro, uscivo da una grossa delusione d'amore, e lui ha cominciato a farmi il filo in modo insistente. Credo di essermi lasciata conquistare più dal suo successo, dalla facciata, che da un reale innamoramento. Alberto era distante, frettoloso, dispotico. Però poi, in pubblico, declamava il suo amore per me e mi riempiva di attenzioni e regali, facendomi sentire invidiata da tutte. Nel giro di pochissimo tempo siamo andati a vivere insieme, e lui, subdolamente, ha cominciato ad avvolgermi in una sottile tela di ragno. Il primo filo con cui mi ha intrappolata è stato quello dell'insicurezza fisica. Quando la mattina uscivo per andare al lavoro, Alberto mi lanciava un'occhiata di disgusto, oppure mi strizzava il braccio: stava zitto ma era come se dicesse: «Hai la cellulite anche sulle braccia». Dopo un'ora di preparativi, una sua sola occhiata riusciva a farmi sentire a disagio, disordinata. Una delle mie colleghe, Sabrina, mi fece notare che da quando stavo con lui non sorridevo più e che avevo perso smalto e intraprendenza in ufficio. Me la presi molto e troncai ogni rapporto con lei, non ammettevo che qualcuno criticasse Alberto, pensavo fosse solo invidia. Invece aveva ragione, e forse mi stava solo tendendo una mano: io ero un insetto paralizzato e difendevo il ragno danzante che mi aveva ipnotizzata e prendeva per sé tutta l'attenzione, lasciandomi svuotata. Iniziando dai miei punti deboli Alberto era riuscito a minare lentamente anche le mie certezze. Non mi guardavo più allo specchio, per strada tenevo gli occhi bassi evitando di incrociare altri sguardi, avevo paura che tutti vedessero le mie braccia grassocce, ed entravo in confusione persino se qualcuno mi chiedeva un'indicazione stradale. In ufficio cercavo di farmi notare il meno possibile, declinavo gli inviti delle amiche e avevo rinunciato anche all'ora di pilates. Non facevo più nulla che non fosse per lui. Finito il lavoro, correvo a casa a preparare la cena o a stirare la sua tuta da calcetto, terrorizzata dalle sue minacce ogni qualvolta mancava qualcosa. Ma qualsiasi cosa facessi, era sbagliata. Una sera, rientrando dalla partita mi aveva lanciato la sacca ordinandomi di caricare la lavatrice. Ma la sacca non era stata nemmeno aperta, non si era accorto che dentro mancavano gli scarpini e la divisa: avevo dimenticato di metterli ed avevo passato la serata immaginando terrorizzata la sua reazione. Caricai la lavatrice ridendo silenziosamente. Il giorno dopo andai da Sabrina e glielo raccontai, lei mi abbracciò felice. Ebbe inizio così la nostra amicizia, una preziosa sorellanza che mi ha salvata. Dopo qualche giorno, accorgendosi che sorridevo, mi guardavo allo specchio e non ascoltavo più le sue critiche, Alberto iniziò a essere più violento, e una mattina, invece di stringermi il braccio mi afferrò per il collo. Quel giorno trovai il coraggio di andare dai carabinieri. «Ma l'ha minacciata di morte o no?», mi chiese il maresciallo da cui mi aveva accompagnata Sabrina. «Non ha parlato, ma il suo sguardo era eloquente», risposi. «Signorina, qui non facciamo processi alle intenzioni», mi azzittì, facendomi sentire una visionaria matta. «Almeno ce l'ha un referto del Pronto soccorso?». No, non ce l'ho, ancora non hanno inventato la Tac per le minacce, se una donna ha bisogno del nostro aiuto venga pure a cercarci nei centri antiviolenza, nell'attesa che anche le istituzioni prendano coscienza di cosa sia e di come funzioni davvero la violenza domestica. Le parole possono uccidere. Per fortuna io l'ho capito in tempo”.


“Mi guardo allo specchio e vorrei urlare: «Sono viva. Posso guardarmi, esisto!». Annamaria Spina oggi ha 45 anni, vive con il marito Michele a Catania, con due figli di 14 e 10 anni e fa l'attrice. Ma quel giorno del 1993 poteva essere l'ultimo della sua vita. Ci racconta come ha fatto a essere una scampata e perché ha avuto il coraggio di portare la sua storia sul palcoscenico. «Avevo 22 anni e Nino, il ragazzo che avevo appena lasciato perché era geloso e possessivo, una sera mi invitò in discoteca. Che male c'è, pensai. Poi, una volta in macchina, iniziò a inveire: «Puttana, perché vuoi lasciarmi?». E giù pugni e schiaffi prima sul viso, poi in basso fino allo stomaco. Tra me e la morte c'era una sottile linea di confine, ero priva di forza e di sensi. Non so come ho fatto a uscire viva da quell'abitacolo. Per anni ho sentito addosso le mani e i sospiri di quell'uomo e ho persino fatto fatica a fidarmi di quello che oggi è mio marito e padre dei miei figli. Poi ho capito che dovevo reagire. Dovevo farlo per le altre donneCosì ho unito l'arte all'impegno civile: ho portato la mia testimonianza a teatro, è diventata il monologo Sei mia, come le parole che mi diceva Nino quando eravamo insieme. Solo a pensarci mi vengono i brividi, non era una dichiarazione d'amore, era una minaccia. Nessun uomo può considerare la sua donna una proprietà”.


Mamma coraggio: “Avevo 17 anni e lui all'inizio era perfetto. Non so che cosa sia successo nel frattempo, ma iniziò a essere violento. Mi prendeva a forza, anche se io mi opponevo; se non facevo ciò che diceva lui erano botte. Fino a quando rimasi incinta. Non potevo abortire, nonostante tutto, era mio figlio, decisi di tenerlo, anche quando lui se ne andò via e io rimasi sola”. 

Michelle Hunziker, i ricatti e le violenze. La famosissima conduttrice svizzera ha voluto raccontare dei ricatti sessuali subiti: “Nella mia vita ho avuto un sacco di situazioni del genere e ho sempre ritenuto più importante ricordarmi che siamo noi le responsabili del nostro destino, consapevole che se avessi ceduto sarebbe stata anche colpa mia“. Michelle è stata anche vittima di una setta, tra violenze psicologiche e minacce, la Hunziker ha però alzato la testa e detto no; inoltre, la showgirl è molto attiva in fatto di violenza contro le donne, tanto da aver fondato nel 2007 l’associazione Doppia Difesa insieme a Giulia Bongiorno.


Heather Parisi e i 7 anni di abusi subiti dall’ex compagno: “Sono stata picchiata per 7 lunghi anni dal mio ex compagno, di cui non farò mai il nome. Ma dalla violenza fisica c’è la possibilità di guarire, quella psicologica è più difficile da superare. Mi rivolgo alle donne a casa: dovete essere forti anche voi”, un messaggio che vuole infondere coraggio a tutte coloro che vivono un’esperienza così e non riescono a trovare una via d’uscita. Heather ha rivelato di essere scappata da casa solo con il borsone da danza, ma di esserci riuscita. L’ex compagno, del quale non ha fatto il nome, la minacciava e la umiliava costantemente, finché un giorno Heather non decise di tornare ad essere una donna libera.


Stefania Sandrelli e le botte prese per aver rifiutato un invito sessuale. “Ho subito una sola violenza. Era il fidanzato di una mia carissima amica. Dopo una giornata al mare con gli amici, a Ostia, mi ritrovai inaspettatamente sola con lui. Capii che voleva fare l’amore con me. Io veramente non ero preparata, ero incredula… dissi di no e presi un sacco di botte”.


Troppo spesso le donne sono offese, maltrattate, violentate, indotte a prostituirsi... Se vogliamo un mondo migliore, che sia casa di pace e non cortile di guerra, dobbiamo tutti fare molto di più per la dignità di ogni donna". Sono parole importanti quelle che Papa Francesco affida ad un tweet sul suo account @Pontifex in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.   

Per cogliere il grado di civiltà di un popolo, di una società o di un uomo basta volgere lo sguardo tra le pareti di una casa, sul ciglio di una strada, tra le immagini di un film o di una pubblicità. “Da come trattiamo il corpo della donna - ha affermato Papa Francesco nella Santa Messa dello scorso primo gennaio - comprendiamo il nostro livello di umanità”. “Le donne sono fonti di vita. Eppure - ha aggiunto il Pontefice durante quella celebrazione, nella Solennità di Maria Santissima Madre di Dio - sono continuamente offese, picchiate, violentate, indotte a prostituirsi e a sopprimere la vita che portano in grembo. Ogni violenza inferta alla donna è una profanazione di Dio, nato da donna”.

"Chi è violento con le parole è già un assassino: le parole sono le prime armi sempre a disposizione per ferire e negare la vita di un altro".
- Enzo Bianchi, monaco cristiano e saggista italiano

 

 

Fonti: Elle, donnaglamour

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